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Quel “matrimonio” con Silvio celebrato il giorno dei morti. Il Cav. ora cerca un programma per Fede.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 marzo 2012)

Quando ieri sera saluta per l’ultima volta i telespettatori del Tg4, e sì che «dopo tanti anni c’è emozione nel fare un intervento che è un saluto e non un addio», le lacrime che ha dentro sono quasi di gioia. Quasi. Anche se in pochi lo sanno. Nemmeno ventiquattr’ore prima, infatti, nel corso di una riunione drammatica che va in scena nella stanza dei bottoni del Biscione, Emilio Fede ha appena sbattuto la porta. Altro che commozione. «L’hanno fatto mentre Silvio era allo stadio. Questo è un colpo di mano di Fedele Confalonieri», dice in un’intervista (poi smentita) a Repubblica mentre il Cavaliere è a San Siro per Milan-Barcellona.

Ce l’ha con “Fidel”, è ovvio. E anche con il numero uno dell’informazione Mediaset, Mauro Crippa. Ma Berlusconi, mercoledì sera, lo sa oppure no che hanno appena “segato” Emilio? E, soprattutto, perché il Giornale di famiglia, nel dare la notizia del licenziamento, si limita a un corsivetto in prima pagina – titolo: «Fede lascia il Tg4 e Mediaset» – e nulla più?

La risposta è in quello che il Cavaliere confessa ai fedelissimi ieri mattina. «Non posso permettermi di scaricare Fede. Bisogna trovare una soluzione». E la soluzione prende forma: un bel programma tutto per «Emilio». Ma non su Rete4. No. Sulla rete ammiraglia, Canale 5. Giusto per ingannare l’attesa che lo separa dal 2013, quando l’ex direttore del Tg4 sarà catapultato in Parlamento al posto della moglie Diana de Feo.

Magari in corner. Forse con le ossa rotte, visto la procura di Roma pensa a una rogatoria per far luce sui soldi che nega di aver portato a Lugano. Sta di fatto che si salva, forse, Fede. E tutto “grazie” alla sua innata, irruducibile, indomita, accademica arte di attaccare il ciuccio proprio lì, dove vuole il padrone. Che «Emilio» non sviluppa nel suo incontro col Cavaliere. Ma prima. Molto prima.

Perché tocca mettere tutto da parte. L’amore sconfinato per Berlusconi, il gioco d’azzardo, l’odore dei soldi, le donne, le feste, i festini, la fantomatica valigetta di Lugano, il Tg1, Studio Aperto, «Sciupone l’Africano», gli strafalcioni in diretta, le sfuriate, la tristezza di quelle bandierine piazzate su una bacheca durante lo spoglio delle elezioni regionali del ’95. La vera personalità di Fede sta in un dettaglio nascosto, ma tutt’altro che trascurabile, della sua esistenza: il suo rapporto col calcio.

Perché non è tanto l’aver abiurato alla fede bianconera per amor del presidente del Milan. Quanto la motivazione offerta a tutti quelli, e non sono stati pochi, che gli chiedevano come mai in gioventù fosse stato della Juventus. «Ero giovane», raccontò «Emilio». «E mi sono innamorato della Juve anche per necessità. Perché all’epoca, a Torino, io collaboravo con Hurrà Juventus». La necessità, insomma. E quel ciuccio straordinariamente piazzato là, dove vuole il padrone. Che si chiami Hurrà Juventus o Fininvest, non fa differenza.

Sarebbe stato atroce, troppo atroce, se a fregarlo per sempre – come ha detto a caldo a Repubblica – fosse stata quella lite coi vertici di Mediaset arrivata proprio nel momento in cui il Capo stava a San Siro. Quasi ridicolo se a tradire inconsapevolmente lui, che viene da Barcellona Pozzo di Gotto, fosse stato il Barcellona di Pep Guardiola.

E dire che la sua avventura nel Biscione, almeno per come lui l’ha raccontata, era partita sotto i mortuari auspici del 2 novembre di ventitre anni fa. Il giorno dei defunti, insomma. No, «non mi sembrava il caso di far baldoria», raccontò una volta in un’intervista a Libero. Le grandi celebrazioni per il suo approdo a Fininvest vengono rimandate di un giorno. Al 3 novembre, anno 1989. «Prima al Jolly di Milano 2. Poi al ristorante Angolo». Ad alzare i calici, insieme a lui ci sono Berlusconi, Gianni Letta, Confalonieri e Galliani. A cena si aggiunge Gianni Baget Bozzo. «Inizia così la grande avventura, un’avventura di libertà».

Al diavolo la realtà. Abbasso la verità. La storia di Fede, raccontata da Fede, pare una favola. Compreso l’incontro con Berlusconi. «La primissima volta che mi contatta sono ancora in Rai. Mi invita per un caffè al residence di Ripetta di Roma. E mi offre la conduzione di un programma domenicale e di un settimanale stile Tv7». È il 1982. Ma l’Emilio rifiuta. Poi se lo ritrova davanti al Castello Sforzesco, il Cavaliere, alla festa per la Coppa Campioni appena vinta dal Milan. Sono passati sette anni dal primo caffè.

Per come l’ha sempre ricostruita Fede, lui dice di essere in cerca di un editore. Galliani risponde «e noi cerchiamo un direttore». E qualche mese dopo Berlusconi alza il telefono: «Emilio, hai voglia di darci una mano per l’informazione?». Fin qui l’Emilio che racconta se stesso.

Ma quando sono gli altri a raccontare lui, ecco che vien fuori il suo best of. A Gad Lerner, che nel dicembre scorso gli dedica parole amare («Verrà ricordato ato più come selezionatore delle ragazze di Berlusconi»), Fede risponde con citazioni auliche. «Non sarai tu a decidere come sarò ricordato. Tu, quando arriverai a 80 anni, soltanto come un imbecille. (…) Se ho avuto delle storie d’amore me le sono meritate. Tu sei troppo brutto per averne avute. Soltanto se ridi scappano pure i mostri. Coglione».

Su almeno uno dei commi di cui sopra, quello che comincia con «se ho avuto delle storie d’amore…», avrebbe avuto da ridire financo la compianta Audrey Hepburn. Perché Fede, evidentemente non accontentandosi di aver sbandierato un flirt con Enza Sampò e dei non meglio precisati «incontri segreti» con Maria Pia Fanfani, fece credere di aver avuto una storia anche con lei. Salvo poi precisare di essersene solo innamorato (c’è una piccola differenza, no?) quando l’attrice era venuta in Italia, a Taormina, per il David a Vacanze romane.

In fin dei conti ha fatto così anche nelle ultime quarantott’ore. «È stato un colpo di mano di Confalonieri». Anzi no, «mai detto che è stato un colpo di mano di Confalonieri». Tra le due frasi, l’intervento del padrone. E quel ciuccio che sarà parcheggiato sempre là. E pazienza se di fronte ci saranno le telecamere di un programma su Canale 5 e non più il Tg4. Quando Emilio esce, a riverder le stelle ci riesce sempre.

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30 marzo 2012 at 08:40

Alemanno fa (strani) miracoli. Su Facebook.

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di Tommaso Labate (per Lettera43.it 27 marzo 2012)

“Ogni mattina in Africa, una gazzella si sveglia, sa che deve correre più in fretta del leone o verrà uccisa”. Mentre Roma, anzi in Italia, ogni cinquantasette secondi un cittadino accende il computer, entra su Facebook, accede alla pagina di Gianni Alemanno, clicca “mi piace” e diventa un fan del sindaco della Capitale.

Un fan ogni 57 secondi, insomma. Un dato che farebbe impallidire persino gli indici di popolarità di Mario Monti. Com’è possibile che, sul social network che fa impazzire il mondo, Alemanno sia diventato improvvisamente così popolare?

Il resto dell’articolo lo trovate cliccando QUI

Written by tommasolabate

27 marzo 2012 at 19:51

«Fassina ha la voce di Cristiano Malgioglio». Il libro Cuore del Pd arriva su Twitter

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 marzo 2012)

Il primo sussulto arriva quando Paola Concia rompe una narrazione armoniosa scrivendo che «Ichino fa Ichino» e «non dice nulla sull’articolo 18». Per il secondo tocca aspettare una somiglianza fonica scovata e postata su Facebook da Pina Picierno. «Oh, ma Fassina ha la stessa, identica voce di Cristiano Malgioglio!».

Nel giorno dell’unità ritrovata attorno alla linea «Monti cambi la riforma del lavoro», il quartier generale piddì del Nazareno si trasforma nella casa del Grande Fratello. E l’eco della direzione del partito, che va in scena dentro, arriva magicamente fuori. Siamo al «dentro ma fuori dal Palazzo», come recita lo storico slogan di Radio Radicale? E soprattutto, i Democratici sono diventati come il partito di Pannella? Più o meno. I secondi si fanno sentire dai vicini di casa anche (e soprattutto) quando litigano. Il primi alzano la voce in tempo di pace.

Sia come sia, quando Bersani apre la riunione del parlamentino, la deputata Concia inizia a torturare l’Ipad. Lasciando messaggi in bottiglia verso l’esterno. «Parla Bersani: abbiamo un profilo europeo ok», «Bersani: Monti non è venuto dopo i partiti ma dopo Berlusconi», «Bersani: basta con la stucchevole differenza tra tecnica e politica». E poi, quando tocca a «Walter», «Veltroni: dobbiamo lavorare insieme, dobbiamo confrontarci ma sentirci di stare insieme». Il deputato lucano Salvatore Margiotta, che le siede accanto, non vuole essere da meno. Twitta pure lui. Eccome se twitta. «Ottimo Franceschini sull’articolo 18: stabilizzare i precari, non precarizzare gli stabili». E ovviamente «anche da Veltroni emerge una sostanziale unità del partito sulle cose che contano. È un bene». Roberto Speranza, il giovane segretario regionale della Basilicata, se la ride di gusto. «Salvato’, tra te e la Concia mi pare di stare dentro la casa del Grande Fratello». Appunto.

In tarda mattinata arriva il turno di Massimo D’Alema. Uno che ancora gli tremano le gambe tutte le volte che racconta di quando nel 1975, al suo debutto nella direzione nazionale del Pci, venne “cecchinato” da Arturo Colombi, presidente della Commissione centrale di controllo del Pci e grande nome della Resistenza, perché aveva osato prendere appunti durante la riunione («Prese i miei foglietti e li stracciò davanti a tutti dicendo: “Ricordati, solo le spie prendono appunti”»). Al presidente del Copasir, ’o presepe della direzione via Twitter, non piace. Ma il suo contributo all’happy end non lo nega. Anzi. «Il presidente dell’Assemblea, Rosy Bindi, iscrivendomi a parlare dopo Veltroni, ha costruito una strana trama da libro Cuore. Ecco, lo dico: sono totalmente d’accordo con Walter», dice «Massimo» applaudendo l’intervento del nemico-amico che l’aveva preceduto. L’account twitter di Concia pare Radio Londra in tempi di guerra. «D’Alema: non stiamo scrivendo il libro Cuore. Non ho capito cosa volesse, dire ma forse sono scema».

A Roberto Giachetti, rimasto a presidiare il fortino di Montecitorio, i conti non tornano. Soprattutto visto che, sull’articolo 18, Bindi aveva minacciato di andare in piazza. «Rosy, quindi scenderemo in piazza unitariamente?», le scrive. Lei non risponde. «Tutti magicamente d’accordo», annota il deputato Fausto Recchia. Mentre Pina Picierno, prima di scovare quella strana somiglianza fonica tra Fassina e Malgioglio, aveva avvertito baracca e burattini: «Sono alla direzione del Pd. Volemose bene è il sottotitolo della giornata. Ma al prossimo che parla sui giornali, je meno io». Così. Senza eufemismi.

Più d’uno storce il naso quando il tesoriere del partito Antonio Misiani mette ai voti il preventivo di bilancio. Sulla base dell’accordo pre-elettorale, 200mila euro vanno ai Radicali (che dal 2008 hanno preso dal Pd 630mila euro, hanno 9 eletti nelle liste democrat) e 70mila all’area degli Ecodem. Cifre a parte, i tesoriere è applaudito da tutti: «Ricordo quando nella Margherita approvavamo i bilanci di Lusi. Il Pd, per fortuna, ha Misiani…», cinguetta Margiotta.

Restano le divisioni sulla legge elettorale. Perché lo schema Violante fa discutere. E litigare. «Una riforma che punti sui partiti è essenziale per noi», sostiene D’Alema. «Non mi convincono né la bozza Violante né l’impostazione di D’Alema», replica Bindi.
Ma la relazione del segretario, quella sì, è approvata all’unanimità. «Monti non rischia. Però la riforma del lavoro va modificata». E quando il presidente del Consiglio parla dall’Asia citando il Divo Giulio («La riforma va approvata in tempi brevi. Non sono come Andreotti…») e minaccia di fare le valigie («Se il Paese non è pronto il governo potrebbe non restare»), il segretario del Pd replica: «Non sopravvaluto le parole dette oggi da Monti. Gliele ho sentito dire una ventina di volte». La ventunesima è servita.

«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

Monti propone la rivoluzione Rai al «vertice della lasagna». Ma la vera sfida è contro Passera.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 marzo 2012)

«Sia chiaro che sulla Rai io devo intervenire». Palazzo Chigi. Interno notte. Sono le 23 di giovedì quando Monti, di fronte al tridente AlfanoBersaniCasini, arriva al più delicato dei dossier del vertice. E tocca il tasto del «commissariamento».

Il presidente del Consiglio l’aveva messo in conto. L’aveva previsto, insomma, che quando il cavallo di viale Mazzini sarebbe diventato il convitato di pietra del vertice, in quello stesso istante la situazione avrebbe rischiato di precipitare. E non tanto, o non solo, per la grande guerra in corso tra un Pdl che vorrebbe il rinnovo dei vertici Rai con la legge Gasparri e un Pd che preme per il cambio delle regole. Quanto perché, come spiega uno dei tre leader in cambio della garanzia dell’anonimato, «Monti sa che lo scontro ormai s’è trasferito nelle stanze del governo». Dov’è in corso una sfida all’Ok Corral tra Super Mario, che sogna il commissariamento dell’azienda, e Corrado Passera, che invece spinge per il mantenimento dello status quo.

Davanti ad Alfano, Bersani e Casini, Monti – com’è ovvio – evita accuratamente di evocare il derby interno all’esecutivo. Ma si spinge fino a mostrare l’asso che tiene nella manica, sfruttando un assist involontario di Pier Luigi Bersani.

È il leader del Pd a dire, a un certo punto della riunione, che «noi non mettiamo veti». Semplicemente, aggiunge Bersani, «non parteciperemo alla spartizione dei posti nel consiglio d’amministrazione». E poi, sempre dalla voce del segretario dei Democratici, «parliamoci chiaro. Possiamo arrivare a fare tutte le nomine di alto profilo che volete. Ma quante ce ne sono state, di nomine di alto profilo, nella Rai degli ultimi anni? Tante, tantissime. Eppure la situazione è andata sempre peggiorando».

Monti coglie la palla al balzo. Prima rivelando – senza scendere nei dettagli – che «anche io, in passato, sono stato chiamato a scegliere se fare il presidente della Rai. Lo sapevate che anche al sottoscritto era stato proposto?». Poi aggiungendo quella che, secondo lui, rimane la strada maestra: un decreto legge che cambi le regole della governance conferendo più poteri al direttore generale. E trasformandolo, dice, «in un commissario che possa salvare l’azienda».

Di fronte al «commissariamento», che aveva già trovato la ferma opposizione di Passera, Bersani incassa un assist inaspettato e Casini prova a mediare. Ma è Alfano quello che reagisce male. «Presidente, il Pdl non accetterà mai questa ipotesi». La riunione arriva a un punto morto. A un triplice fischio che porterà la partita ai tempi supplementari. È sempre Monti a indicare la via: «Sappiate che, in ogni caso, sulla Rai io voglio intervenire. E che per me tutte le ipotesi sono in campo», è il senso del ragionamento del premier. Che invita i tre leader ad «abbandondare il mantra “legge Gasparri sì – legge Gasparri no”». E a concedersi «un po’ di tempo» per trovare il modo di «scendere dalle barricate».

Il totonomine è già partito. Piero Angela ammette ai microfoni della Zanzara di Giuseppe Cruciani (su Radio 24) di essere stato contattato. «Tutti mi stanno chiedendo se voglio fare il presidente della Rai», dice il “papà” di Quark. Risposta? «No, grazie. Penso che posso servire meglio la Rai continuando a fare il lavoro che faccio». In corsa c’è anche l’ex direttore della Stampa Giulio Anselmi. Ma è quella del dg, soprattutto se i poteri finiranno davvero per essere «pieni», la partita più importante. Il presidente del Consiglio punta a una personalità che abbia l’identikit di Enrico Bondi. E – all’interno di un risiko in cui spuntano qua e là i nomi di Francesco Caio, Mario Resca e Rocco Sabelli – anche Passera ha schierato la “sua” candidatura: quella di Claudio Cappon, ex direttore generale all’epoca dell’ultimo governo Prodi.

«Mi raccomando la solita riservatezza, eh?», si premura di dire Monti ai tre leader chiudendo i lavori del supervertice. È notte fonda. Poche ore dopo, tra le prime file del centrodestra, circolava già anche la pietanza servita a Palazzo Chigi. «Alfano dice che hanno mangiato lasagne. Si vede che il presidente del Consiglio ha voluto omaggiare Bersani e Casini, entrambi emiliani», dice un ex ministro del governo Berlusconi. Una battuta per ridere ovviamente. Al contrario del fuoco di fila che il Pdl ha aperto contro il premier sull’ipotesi di un cambio delle regole sulla Rai. Per tutti il capogruppo alla Camera Fabrizio Cicchitto: «Non accetteremo il commissariamento dell’azienda. Nessuno pensi che facciamo finta».

Quel «Forza Riformista» che seppellisce Gasparri e quella zona grigia che sta tra la categoria del «nero» da quella del «rosicone»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 marzo 2012)

«Forza Riformista». E la Rete si tinge d’arancione. Perché è «una voce libera per la democrazia», scrive su Twitter il presidente della Camera Gianfranco Fini. Perché «se chiude il Riformista non me ne farò una ragione», aggiunge Pier Luigi Bersani. E poi, in ordine sparso, intervengono Franco Frattini e Walter Veltroni, Dario Franceschini ed Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Fabio Granata, Roberto Rao, Carmelo Briguglio. E altri ancora. Prima decine, poi centinaia. E forse di più. Tutto il Pd, tutto il Terzo Polo, un pezzo del Pdl, la Cgil, la Fnsi. Insieme contro il visto si chiuda indirizzatoci giovedì da Maurizio Gasparri. Col silenzio complice del segretario del suo partito, Angelino Alfano.

Avesse cantato Una carezza in un pugno, o potuto contare su una platea di dieci milioni di telespettatori, lo avremmo paragonato ad Adriano Celentano. Invece con Maurizio Gasparri bisogna sempre sempre scavare tra le tante tonalità di grigio che separano la categoria del «nero» da quella del «rosicone».

Come l’Adriano che nella prima serata di Sanremo aveva caldeggiato la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, salvo poi sostenere nell’ultima che «dire andrebbero chiusi non significa esercitare una forma di censura», anche Gasparri si cimenta nell’esercizio semantico tipico di chi lancia la pietra e poi fa ciao ciao con la manina. Giovedì sera, intervenendo ai lavori della scuola di formazione del Pdl, il capogruppo del partito «dell’amore» (sic!) e «della libertà» (idem) ha messo a verbale che «quando chiude un giornale ci si dovrebbe rammaricare». Al contrario, ha aggiunto, «quando chiuderà il Riformista ce ne faremo una ragione».

Ieri – dopo essere stato attaccato da Pd, Terzo Polo e persino da esponenti del suo partito, senza dimenticare la Fnsi e la Cgil – Gasparri è passato alla fase due. «Non mi sono augurato la chiusura di un giornale», ha detto. Poi ha aggiunto: «Ho criticato la vergognosa campagna contro Alfano e il Pdl condotta da un quotidiano notoriamente in crisi per mancanza di lettori». E quindi ha tirato le somme: «La polemica, nata dalle errate interpretazioni alle mie parole, ha creato pubblicità a un giornale che così potrà aumentare il numero delle copie vendute, temo comunque poche».

Fatto salvo il suo diritto di critica, si scopre che nel Favoloso mondo di Gasparrì, che è in fondo lo stesso in cui bazzica da quando portava la camicia nera, se osi criticare è meglio che la tua bocca finisca per chiudersi. O ancora, se scrivi che nel Pdl di Alfano si celebrano congressi truccati con iscritti reclutati financo al cimitero e pacchetti di tessere false, e lo fai da una «notoria» posizione di crisi da «mancanza di lettori», allora ti meriti l’adesivo «vergognoso». Ci sfugge il nesso, ma tant’è.

Certo è che dal virus della vergogna, evidentemente, è immune Angelino Alfano. Lesto nel disertare il supervertice con Monti accampando scuse che lontanamente avevano a che fare col rapporto tra politica e informazione (il suo «Non parlo di nomine Rai» riferito al premier avrebbe nobilitato anche la campagna del tandem Scilipoti-Sara Tommasi contro il signoraggio bancario), di fronte all’attacco del presidente dei senatori del suo partito al Riformista ha preferito tacere. Un silenzio complice. Nenti sacciu. Nenti vitti. Anzi, se c’è qualcosa che «Angelino» ha saputo o visto dell’intervento di «Maurizio» a Orvieto, quella – citiamo dal suo Twitter – è la conferma che «il Pdl deve aprirsi alla tecnologia e diventare il partito della rete». Per cui, ha cinguettato il segretario, «bene Gasparri».

Non la pensano come loro i tanti che, di fronte al «ce ne faremo una ragione» che Gasparri ha legato alla possibile chiusura del Riformista, hanno avuto qualcosa da ridire. A cominciare dalla terza carica dello stato, Gianfranco Fini. «Forza Riformista. Una voce libera per la democrazia», ha scritto su Twitter il presidente della Camera, aggiungendo il suo messaggio a quello delle centinaia di persone che hanno dato vita sul web a una campagna perché questo giornale si salvi. «Quando si chiude un giornale è sempre un problema per la democrazia», mette nero su bianco Franco Frattini. «Se poi si chiama Riformista», aggiunge l’ex ministro degli Esteri, «è un problema ancor maggiore, perché si occupa anche di problemi di politica italiana e internazionale». E ancora, sempre Frattini: «Mi auguro che si possa ancora evitare la chiusura. Quando una testata scompare è sempre un problema. E direi la stessa per Liberazione o manifesto». «Spero che Gasparri si renda conto della gravità delle sue parole», dice Giorgio Stracquadanio. «Per il Riformista vale la massima di Voltaire: non condivido le tue idee ma difendo il tuo diritto a esprimerle», spiega Isabella Bertolini. «Forza Riformista», scrivono le deputate pidielline Nunzia De Girolamo e Barbara Saltamartini. Si fa sentire anche un leghista, l’ex sottosegretario all’Interno dell’ultimo governo Berlusconi, Michelino Davico: «A tutti i redattori e ai collaboratori. Forza Riformista».


Col Riformista si schiera, compatto come non lo era da tempo, tutto il Partito democratico. Che risponde in massa alla provocazione di Gasparri. Pier Luigi Bersani si fa fotografare iPad alla mano mentre twitta che «a differenza di Gasparri, se chiude il Riformista non me ne farò una ragione. Forza, tutti assieme». E tutti assieme è stato. Da Walter Veltroni («Con il Riformista contro chi, come Gasparri, auspica la chiusura dei giornali che non gli piacciono») a Enrico Letta («Gasparri contro il Riformista? Forza Riformista), da Dario Franceschini («Aspettiamo l’intera “lista Gasparri” dei giornali da chiudere. Ed è stata ministro delle comunicazioni…») ad Anna Finocchiaro («Forza Riformista per il diritto all’informazione di tutti. Anche di Gasparri»). E poi, Matteo Orfini e Francesco Verducci, Marina Sereni, Francesco Boccia, Pina Picierno, Antonello Giacomelli, Katia Pinotti, Vincenzo Vita e Michele Meta.

Anche il Terzo Polo stronca l’intervento del capogruppo del Pdl al Senato. «Gasparri è molto più oscurantista che riformista», sostiene Roberto Rao. «Se chiude il Riformista sarà una perdita per la democrazia», aggiunge il finiano Carmelo Briguglio. Arrivano anche Fabio Granata («Da Gasparri parole gravi»), l’associazione Articolo 21, l’indipendente italvalorista Pancho Pardi e il segretario della Fnsi Franco Siddi («Sulla chiusura dei giornali, Gasparri ha rigurcito fascista»). E anche la Cgil. «La chiusura del Riformista sarebbe inaccettabile e assolutamente da scongiurare», afferma a nome del sindacato di Corso d’Italia il segretario confederale Fulvio Fammoni. Secondo cui il nostro quotidiano è «una voce preziosa per la democrazia di questo Paese, soprattutto per l’attenzione posta sul mondo del lavoro, visti i trascorsi del suo direttore Macaluso».

Bersani mentre twitta #ForzaRiformista

Ma a Gasparri, che comunque afferma di leggere il Riformista tutti i giorni, tutto questo interessa poco. Forse nulla. Se si chiude, se ne farà una ragione. «Vola come una farfalla, pungi come un’ape», diceva Muhammad Ali. «Maurizio», se lo punge l’ape, grida aiuto e invoca soccorsi dall’alto. Come quando nell’ottobre del 2010, dopo che il Riformista aveva raccontato di una violenta lite (con tanto di bestemmia volante) tra Fabrizio Cicchitto e Ignazio La Russa – e sì che all’Hotel de Russie c’era anche Gasparri, che parteggiava per per il primo – il Nostro ci aveva archiviati alla voce «giornale disinformato e mentitore». Avvertendoci che, testualmente, «siamo stanchi di replicare a dei bugiardi professionali». Infine, evidentemente evocando un intervento dell’onorevole pidiellino Antonio Angelucci (al Riformista, all’epoca, c’era un’altra proprietà), aveva concluso: «Credo che l’editore, il direttore e il giornalista di quel giornale debbano vergognarsi e chiedere scusa». Non disturbare il manovratore ché sennò ti fai male. Non levarmi il pallone altrimenti te lo buco. Sempre là, in quella zona grigia che parte dalla categoria del «nero» e arriva a quella del «rosicone».

Di conseguenza sì, l’abbiamo capito e abbiamo provato a spiegarlo perché Gasparri si farà una ragione se il Riformista chiude. Peccato per il senatore, e per chi dentro il Pdl “copre” le sue minacce, che questo giornale continuerà a pungere come un’ape. E, se possibile, a volare come una farfalla. Sugli spalti ci sono quelli che sulla Rete gridano «Forza Riformista». E anche chi, come la cantante Nina Zilli, conclude la nostra giornata dedicandoci su Twitter il ritornello scritto della sua ultima hit sanremese. Testuale: «Per sempreeeeeeeeeeee politically correct».

Lo spettro del bis di Napoli. Palermo apre l’ultima conta nel Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 marzo 2012)

«Leoluca Orlando vuole candidarsi a sindaco. Là finisce male». Il peggiore degli incubi di Pier Luigi Bersani prende forma alle 8 di sera, prima che a Palermo finiscano di controllare i verbali del voto che ha premiato Fabrizio Ferrandelli.

Per il leader del Pd è il giorno più duro da quando è alla guida del partito. Il giorno in cui la resa dei conti sul futuro della «ditta» – si va col centrosinistra alle elezioni del 2013 oppure si punta sul replay del governo Monti? – entra ufficialmente nel vivo.
Quando guadagna l’ingresso del centro congressi di Piazza Montecitorio per partecipare insieme a Pierferdinando Casini alla presentazione di un libro su Angelo Vassallo, Bersani prova un estremo tentativo di mediazione. «Le primarie vanno fatte», certo. «Ma si devono fare meglio». Segue citazione presa in prestito dal mastodontico bouquet di Mao, «le primarie non sono un pranzo di gala». Fino alla stoccata con cui prova a rispondere a chi – dai veltroniani ai lettiani – aveva chiesto sin dalla mattinata l’archiviazione definitiva dell’alleanza con Italia dei Valori e Sinistra e libertà. «Non so cosa c’entri la foto di Vasto con Palermo», mette a verbale «Pier Luigi».

Tutto inutile. Neanche un’ora dopo, in un’intervista rilasciata al Tg3, il vicesegretario riapre la contesa. «Dopo il Governo Monti nulla sarà più come prima», scandisce Letta. «Il tema di Vasto è messo da parte come tutto ciò che appartiene alla fase precedente al governo Monti. A mio avviso l’errore della Borsellino è stato quello di dire chiaramente che lei stava dentro quello schema politico. Penso si debba essere molto più attenti e molto più larghi».

È l’apertura ufficiale di una crisi che, nella migliore delle ipotesi, porterà il partito a una conta. E, nella peggiore, a una scissione. Veltroni, che gioca di sponda con Letta, per adesso tace. Ma ai suoi collaboratori più stretti l’ex segretario ha affidato parole chiare: «Non possiamo andare avanti in questo stato di incertezza. Ma vi pare normale che il Pd non sia riuscito a sciogliere una volta per tutte il tema del sostegno del governo Lombardo in Sicilia? Serve un chiarimento immediato». La convocazione della Direzione, che Giorgio Tonini chiede di buon mattino. Oppure, è la soluzione indicata da «Walter», quella «di un’assemblea nazionale».

Impossibile, dopo Palermo, nascondere la polvere sotto un tappeto. «Vasto, non Vasto… Al tempo giusto le alleanze nella politica di domani non potranno non farsi sui sì e sui no alle varie politiche di governo oggi», insiste Letta. «Il Pd chiuso a sinistra perde la sua sfida riformista», incalza il veltroniano Walter Verini. «Il problema del Pd è nazionale. Discutiamone», aggiunge Paolo Gentiloni.

I bersaniani provano a reagire colpo su colpo. «È indecente che si cerchi di strumentalizzare i risultati delle primarie di Palermo per vicende nazionali», è la replica piccata del giovane responsabile Cultura Matteo Orfini. Bersani, tolta l’apparizione pubblica alla presentazione del libro su Vassallo, sceglie il silenzio. Ma gli uominidella sua segreteria ne hanno per tutti. Per Sergio D’Antoni e per il segretario siciliano Giuseppe Lupo, che avrebbero minato alle fondamenta «ogni possibilità di accordo con l’ala del Pd che sosteneva Ferrandelli» (e il governatore Lombardo). Per Enrico Letta, che avrebbe dirottato «i suoi voti nel capoluogo al candidato che ha sconfitto la Borsellino». E soprattutto per Leoluca Orlando, che «in queste ore starebbe meditando di candidarsi a sindaco».

Fossero confermati i più oscuri presagi del segretario e della sua cerchia ristretta, il Pd si troverebbe di fronte a uno scenario addirittura peggiore di quello che si materializzò a Napoli l’anno scorso, quando la sfida tra Cozzolino e Ranieri venne annullata per far spazio alla candidatura del prefetto Morcone, scalzato poi da Luigi de Magistris al primo turno. E i segnali che arrivano dall’Isola vanno in questa direzione. Bersani dice che il Pd sosterrà il vincitore delle primarie? Orlando, intervistato dalla trasmissione di RaiTre Agorà, insiste sulle «primarie truccate» e rilancia: «Comunque vada noi sosteniamo e sosterremo Rita Borsellino». È l’inizio dell’ultima grande guerra. Il tutto mentre, a Palermo, la vittoria di Ferrandelli sta per essere ufficializzata. Anche se, ammettono dal comitato del giovane candidato, Borsellino potrebbe impugnare l’arma dei ricorsi. «Magari rivolgendosi direttamente al Tar…».

Dalla lenzuolata alla coperta di Linus. Il promessificio delle liberalizzazioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

«Liberalizzazioni? Piegheremo le lobby», annuncia il 16 dicembre scorso Antonio Catricalà a Repubblica. «Su taxi e farmacie il governo non si ferma», giura tre giorni dopo il suo collega Fabrizio Barca alla Stampa.

E visto che evidentemente le lobby non avevano metabolizzato il concetto, e i “farmatassisti” nemmeno, ecco che l’esecutivo torna a farsi sentire dopo Natale, quando il “Cresci Italia” ha già visto la luce. «La nostra proposta è questa. E non può essere annacquata», mette nero su bianco Corrado Passera in un’intervista a Repubblica, la stessa in cui ricorda a baracca e burattini che l’Italia «resta in zona mortale» e, sottotesto, il governo non può permettersi traccheggiamenti. È il 22 gennaio scorso.

Lo stesso giorno, oltre al ministro dello Sviluppo economico, torna a prendere la parola anche Catricalà. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, in un colloquio con il Messaggero, spiega che l’operazione equità procede. Anzi, di più, l’obiettivo è praticamente raggiunto. «Stiamo eliminando i privilegi», giura. «Sui taxi nessun cedimento», afferma. «Abbiamo agito senza ideologie», aggiunge. «In modo pragmatico», insomma. A cominciare dai tassisti. Sulle licenze, dice, «decide l’Autorità dei trasporti come previsto nel testo entrato in Consiglio dei ministri». Tutto chiaro, no?

Sembrano i dialoghi di un film intitolato L’hobby di sconfiggere le lobby. Una grande storia in cui ciascuno si immagina, a mo’ di gran finale, il cittadino italiano che esce di casa, trova un taxi dopo cinque secondi e una farmacia dopo dieci, quest’ultima anche nella versione para, magari di quelle che può venderti anche i farmaci di «fascia C». Tutto molto bello.

Corrado Passera

E invece no. Perché l’annuncio del governo sull’Authority che avrebbe deciso – «sentiti i sindaci» – il numero delle licenze dei tassisti, viene rivoltato come un calzino. Adesso sono i sindaci che, «sentita l’Authority», prendono la decisione. Considerato che il primo cittadino di una città è la personalità più semplice da mettere sotto schiaffo con un blocco del traffico (della serie “Tu aumenti le licenze, io ti paralizzo le strade”), qualcuno è disposto ancora a scommettere sulla portata epocale della lenzuolata sui taxi? Certo, c’è sempre la possibilità che i sindaci sentano l’Authority dei Trasporti, perché quest’ultima può sempre ricorrere al Tar. Ma basterà? E non va meglio sul fronte farmacie. Il governo prevedeva che ne se aprissero altre cinquemila. Invece, se non interverranno nuove sorprese, ce ne saranno al massimo 3800. Da una nuova ogni tremila abitanti a una ogni 3800.

Non resistono solo i “farmatassisti”. Anche i manager pubblici sembrano sul punto di riuscire a conservare i loro stipendi. Con tanti saluti alle minacce di Maurizio Gasparri («Gli stipendi dei burocrati vanno tagliati e lo faremo», da Libero del 18 febbraio) e alla promessa fatta dal ministro Filippo Patroni Griffi al Corriere della Sera di quattro giorni fa. «Sui maxi stipendi nessuna deroga. Subito i tagli». Proprio nessuna nessuna? No, attenzione, «le deroghe saranno limitatissime», spiegano all’unisono Pdl e Pd con Renato Brunetta e Gianclaudio Bressa. Il tutto, però, incide nello stesso perimetro di incertezza ben delineato ieri sul Corriere da Sergio Rizzo in un articolo dal titolo: «Maxi stipendi, così può saltare il tetto massimo».

Antonio Catricalà

Com’è «saltato» l’obbligo dei professionisti di stilare un preventivo scritto qualora il cliente l’avesse richiesto. Non era una norma rivoluzionaria. Eppure anche quella è andata a farsi benedire in una delle tante stazioni di un calvario parlamentare che comincia il 22 gennaio. «Una piccola svolta chiamata preventivo scritto» (titolo del Corriere della Sera, 22 gennaio). «Preventivo scritto su richiesta» (Il Sole 24 ore, 25 gennaio). Dalla richiesta si passa all’obbligo. «Professionisti obbligati al preventivo scritto» (Il Sole 24 ore, 23 febbraio). Fino al triste annuncio. «Professioni, scompare l’obbligo del preventivo» (Il Sole 24 ore, 26 febbraio). Niente fiori. Niente opere di bene.

Certo, è difficile per qualsiasi governo districarsi tra lobbisti che affollano i corridoi del Parlamento e parlamentari che affollano i corridoi delle lobby. Ma anche al riparo da professionisti agguerriti e oligopolisti incalliti, dentro l’esecutivo la tendenza all’effetto annuncio rimane. Sul «tesoretto», croce (tanta) e delizia (poca, pochissima) di gente come Vincenzo Visco e Giulio Tremonti, i Professori non sembrano andare d’accordo. «Meglio evitarlo», mette a verbale Mario Monti cancellando il fondo per la riduzione delle tasse. Anzi no, «dobbiamo creare un tesoretto per favorire la crescita», replica Corrado Passera. Per non parlare dell’indecisione – ma è solo un eufemismo – che finora ha accompagnato lorministri nel delicato dossier sulla riforma del welfare. L’articolo 18? «Non ci sono totem e quindi invito i sindacati a fare discussioni intellettualmente oneste e aperte», dice Elsa Fornero al Corriere della Sera il 18 dicembre scorso. Anzi no, «sono caduta in una trappola», spiega durante Porta a porta tre giorni dopo. «Fornero è caduta nella trappola di se stessa», osserva Ferruccio de Bortoli su Twitter commentando la retromarcia del ministro. Lo stesso ministro che, poco dopo, inverte nuovamente la rotta portando il direttore del Corriere della Sera a correggere il tiro: «Fornero ha chiarito che non vi è stata alcuna trappola del Corriere. Ringrazio il ministro per la sua onestà intellettuale». Tutto questo succedeva due mesi fa. Proprio mentre i Professori cominciavano a dilettarsi nell’hobby di dare la caccia alla lobby. All’alba di un processo che ha trasformato la lenzuolata in una coperta. Di Linus.

L’ultima disperata carta di Berlusconi. Il Colle in cambio del via libera alla Grande Coalizione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 febbraio 2012)

Mentre lui, sul Corriere del Ticino, prova a superare ogni record di filomontismo ribadendo che non si candiderà mai più per Palazzo Chigi, il Giornale di famiglia – con un lungo articolo di Paolo Guzzanti – torna a darlo in corsa per il Quirinale. Che cosa ha davvero in mente Silvio Berlusconi?

Lo scenario che disegnano nella sua cerchia ristretta sembra una storia a metà tra il grottesco e la fantascienza. E parte da un’analisi sulla primavera del 2013 che alcuni berlusconiani hanno svolto alla presenza del Cavaliere qualche settimana dopo Natale. Della serie, «non dimentichiamoci che l’anno prossimo il primo atto della legislatura, dopo le elezioni dei presidenti di Camera e Senato, sarà la scelta del nuovo presidente della Repubblica. Sarà quest’ultimo a nominare il prossimo presidente del Consiglio…». Com’è successo nel 1992, quando fu Oscar Luigi Scalfaro, appena insediatosi al Colle, a conferire l’incarico a Giuliano Amato. E, ricordava l’altro giorno a Montecitorio il deputato del Pdl Peppino Calderisi, «com’è capitato anche nel 2006, quando prima si elesse Giorgio Napolitano, poi quest’ultimo nominò Romano Prodi presidente del Consiglio». Di conseguenza, prosegue il ragionamento che alcuni berluscones hanno condiviso col Capo, «in linea di principio potremmo ragionare sul Quirinale soltanto se avremo i numeri per minacciare la Grande coalizione a cui pensano Casini e una parte del Pd..».

Certo, a oggi è impossibile immaginare anche solo lontanamente Casini che dà il via libera per la corsa di Berlusconi verso il Colle in cambio del sostegno alla Grande coalizione. Sta di fatto che, da quando ha cominciato a sintonizzare le sue antenne sul 2013, il Cavaliere ha mutato la sua strategia, rivoluzionando persino l’approccio dei falchi del Pdl nei confronti di Monti.

Fino alla fine del 2011 Berlusconi è rimasto in silenzio. Adesso, come ha fatto anche ieri nell’intervista rilasciata al Corriere del Ticino, incensa il governo dei Professori e il suo comandante in capo in maniera fin troppo sospetta. «Oggi lui (Monti, ndr) si trova nella condizione di realizzare quelle riforme che il mio esecutivo aveva avviato (…). Per questo gli daremo il sostegno necessario». E ancora: «Conosco bene la serietà e la competenza di Monti, che io stesso nel 1995 sostenni per l’incarico di commissario europeo al Mercato interno». Per non parlare di tutti i falchi – politici e intellettuali – che incidono nello stesso perimetro del Cavaliere. Il Giornale, che insieme a Libero e il Foglio minacciava il «ricorso alla piazza» per fermare la tecnocrazia, adesso ha cambiato registro. Al punto che il suo direttore Alessandro Sallusti, ospite di Andrea Vianello durante la trasmissione di RaiTre Agorà, la settimana scorsa s’è spinto fino al punto di dire che voterebbe per Monti se quest’ultimo si candidasse alla guida di uno schieramento di centrodestra. Stesso discorso, tanto per fare un altro esempio, vale per Daniela Santanché: “prima della cura” le dichiarazioni di guerra contro i Professori, “dopo la cura” la conversione al montismo ortodosso condito dall’auspicio – affidato un paio di settimane fa al Foglio – di diventare «la sorella di Elsa Fornero».

Bastano le voci sulla speranza di tutelare Mediaset (anche nell’asta per le frequenze tv) per spiegare la scelta berlusconiana di giocare tutte le fiches sulla Grande Coalizione anche dopo il 2013? Bastano i veleni di Bossi sulla sentenza Mills («Pensavo che Berlusconi fosse condannato, invece i suoi voti sono determinanti per il governo Monti») per motivare la presenza del Cavaliere tra gli ultras dei Professori? Oppure c’è dell’altro? E qui si ritorna alla casella di partenza. A quell’ormai disperata rincorsa dell’ex presidente del Consiglio verso il Colle. Una rincorsa che, a prender per buona l’analisi di Paolo Guzzanti sul Giornale di ieri, potrebbe presto ricominciare. Titolo: «Adesso il Cavaliere è più forte: può puntare pure al Quirinale». Catenaccio: «La sentenza Mills rimette in pista Berlusconi».

Tutto, però, dipenderà dalle elezioni dell’anno prossimo. E dall’eventualità che Berlusconi, dopo la tornata elettorale del 2013, abbia ancora la forza di far dipendere da lui la nascita di una Grande Coalizione, magari con Mario Monti o Corrado Passera a Palazzo Chigi. Fino ad allora, però, rimarrà dietro le quinte. Uscendo allo scoperto solo per garantire il suo sostegno ai Professori. E continuando, in privato, a inventare barzellette. Come quella con cui ha allietato di recente alcuni amici, che ha per protagonista Bossi junior. «Il Trota va dall’Umberto per parlargli della stagione dei congressi della Lega. “Papà, papà, tra pochi giorni c’è il congresso a Bergamo. Che cosa dobbiamo fare?”. E Bossi, di rimando: “Andremo a parlare coi bergamaschi”. E il giovane Renzo, insospettito: “E con le bergafemmine no?”».

Passera vuole l’accordone, la Confindustria pure. Sul welfare Bersani ora spera nell’happy end.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di del 24 febbraio 2012)

Quando Pier Luigi Bersani varca il portone di Palazzo Chigi per il faccia a faccia con Mario Monti (terminato poco prima della chiusura del Riformista), sul dossier «lavoro» tra i suoi fedelissimi trapela un ottimismo forse imprudente ma tutt’altro che cauto. È come se, all’improvviso, il leader Pd si sia convinto che il presidente del Consiglio non arriverà alla rottura.

Nel braccio di ferro con l’esecutivo, il segretario del Pd non molla di un millimetro. Certo, Bersani si muove con la consapevolezza di chi non può permettersi di aprire la crisi con Monti. Ma il messaggio che invia al premier di buon mattino, rivolto anche al fronte grancoalizionista del Pd (da Walter Veltroni a Enrico Letta, passando per la new entry Dario Franceschini), è chiaro. «Trovo del tutto assurdo, immotivato e infondato il tema Monti sì-Monti no», scandisce il leader dei Democratici. «Monti sì. L’abbiamo detto e voluto», aggiunge. Ma, conclude, sul «patto di lealtà» che lega il Pd a Super Mario, almeno dal punto di vista di Bersani, c’è anche la data di scadenza: 2013. «Abbiamo intenzione di aiutare questo governo, rispetto al quale c’è un patto di lealtà che non verrà meno» e «che deve durare fino alla fine della legislatura». Sottotesto, “non un minuto di più”.

Il segretario del Pd nega le divisioni interne. «Non ci sono spaccature nel Pd». E lo stesso fa Rosy Bindi, altra nemica della Grande Coalizione, che camminando nel Transatlantico di Montecitorio scandisce: «Noi non ci di-vi-de-re-mo». Entrambi, però, sanno che il grande elemento di divisione riguarda il 2013. Ma tutti e due sono, nelle ultime ore, molto più tranquilli sul grande fronte che riguarda la riforma del Welfare e soprattutto l’articolo 18. Domanda: perché sperare in una riforma sottoscritta da tutti i sindacati (Cgil compresa) quando le premesse – soprattutto dopo gli ultimi interventi di Monti e della Fornero – vanno nella direzione opposta?

Tra i fedelissimi del segretario circola voce di uno o più contatti telefonici in cui il presidente del Consiglio, nel preparare il faccia a faccia di ieri sera, avrebbe rassicurato Bersani sull’happy end di tutta la trattativa. In fondo, si tratta della stessa tesi del pidiellino Guido Crosetto, convinto che «alla fine si tratterà di una riforma light, in cui magari si deciderà che il numero minimo di dipendenti delle aziende per cui verrà applicato l’articolo 18 passa da 15 a 18, al massimo 20».

Ma c’è dell’altro. A quartier generale del Pd hanno fiutato che, proprio sulla riforma del lavoro, c’è una spaccatura dentro l’esecutivo. Una spaccatura tra chi, come Elsa Fornero, è disposta ad andare avanti anche senza il consenso di tutte le parti. E chi, come Corrado Passera, insiste sull’importanza di trovare – come ha detto il titolare dello Sviluppo economico in una riunione – «l’accordo con tutti i sindacati, a cominciare dalla Cgil».

Strana la partita di Passera. È considerato il più vicino al centrodestra di tutti i ministri; eppure, come ha confidato a qualche amico il leader della Cgil Susanna Camusso, «è l’unico membro del governo con cui si può parlare serenamente». E non è tutto. A molti è sfuggito che, alla fine della delicata vertenza della Fincantieri di Genova, risolta grazie all’utilizzo degli ammortizzatori sociali, l’ex capo operativo di Intesa-Sanpaolo ha incassato (insieme a Giorgio Napolitano, naturalmente) nientemeno che l’applauso della Fiom.

Non c’è soltanto Passera a tranquillizzare i sonni del Pd su welfare e articolo 18. Anche Giorgio Squinzi, il favorito nella corsa (l’altro competitor è Alberto Bombassei) alla presidenza della Confindustria, è molto cauto sul dossier. Al punto che ieri ha messo a verbale che sì, «l’articolo 18 è un’anomalia tutta italiana». Ma, ha concluso, «non è l’unico problema né quello più importante».

Basteranno i dubbi di Passera e la posizione di Squinzi a blindare una riforma che non provochi una frattura tra governo e parti sociali? Chissà. Di certo c’è che Monti metterà mano all’articolo 18 perché, come ha spiegato agli altri ministri, «ce lo chiede l’Europa». In fondo, per il momento, anche Bersani si fida: «Il presidente del Consiglio ha davvero l’intenzione di trovare una soluzione condivisa da tutti».

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