E le urla di Don Camillo sconvolsero il Senato.
È mercoledì 23 marzo 2011. E le urla arrivano fino al Transatlantico di Palazzo Madama, dove i senatori della Repubblica Italiana hanno appena finito di votare le mozioni sull’intervento in Libia.
– “Vuoi fare il deputato, risolvere il problema del Mezzogiorno e non sei nemmeno capace di risolvere un problema di quinta elementare?”, dice uno.
– “Non ve ne impicciate”, risponde l’altro.
– “Leggete e firmate”, incalza l’uno.
– “Io sottoscritto…”, legge l’altro.
Non si tratta di un battibecco tra Gasparri e la Finocchiaro. No. Le voci, inconfondibili, sono quelle del doppiatore italiano di Fernandel e di Gino Cervi, in uno dei frammenti di Don Camillo. Infatti il primo film della saga tratta da Guareschi è stato ritrasmesso proprio quel mercoledì pomeriggio da Sky cinema classics.
Domanda: com’è possibile che un dialogo tra Don Camillo e Peppone si senta quasi fino all’uscio dell’Aula di Palazzo Madama, per giunta durante uno dei momenti cruciali del voto sulla missione in Libia?
Per risolvere il mistero basta seguire la scia delle urla, che porta fino a uno dei saloni del Senato che generalmente viene usato dai giornalisti per le interviste in video. Nel salone, bellamente spaparanzato su una poltrona di fronte a un televisore a schermo piatto, c’è il senatore del Pdl Antonio Paravia (nella foto). Che, a tutto volume, si sta godendo la replica di Don Camillo sereno e beato, manco fosse a casa sua.
Sull’uscio del salone, ormai off limits per tutti a causa dell’elevato volume del televisore, c’è Francesco Rutelli che aspetta di essere intervistato dai giornalisti. A quel punto, qualcuno va dal senatore Paravia per chiedergli gentilmente di spegnere la televisione. Niente da fare. Paravia se la prende a male e reagisce male. “Io sono un senatore” e cose così.
Dopo un estenuante tira e molla diplomatico, Paravia decide di tacitare il televisore. Ma dura un attimo. Pochi secondi dopo, infatti, s’ode un rumorossissimo “gooool”. Il senatore pidiellino, evidentemente stanco dell’ennesima replica di Don Camillo, aveva sintonizzato il televisore sulla replica di una partita di calcio. A tutto volume, ovviamente.
“Quello sporco rimpasto”. Starring Saverio Romano, directed by Mario Pepe
di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 marzo 2011)
«Calearo viceministro dello Sviluppo economico, Misiti ai Trasporti, Romano all’Agricoltura con Galan spostato ai Beni culturali… È tutto pronto per la prossima settimana». Il “commissario tecnico” dei Responsabili, Mario Pepe, snocciola al Riformista un rimpastone «alla Sarkozy».
Mario Pepe, il deux ex machina dei “Responsabili”. L’uomo delle compravendite.
Ma che cosa sta dicendo? Non sa quanta gente vuole venire da noi ed è bloccata dal ricatto dei rispettivi partiti. Tre gli ex della Margherita, ad esempio, ci sono un sacco di parlamentari che idealmente stanno già con noi.
Ma se solo l’Idv ha perso una caterva di eletti, tutti venuti nella maggioranza.
Erano persone che stavano con Di Pietro solo per essere elette. E visto che non condividevano il giustizialismo dell’ex pm, l’hanno fregato.
Ideali, valori, bella politica.
Certo. Mi creda: la somma dei parlamentari che idealmente sta col governo è aritmeticamente superiore ai numeri che già abbiamo.
Fuori i nomi.
Niente nomi. Le dico solo che il governo Berlusconi ha molti sostenitori che per ora sono occulti.
I Responsabili che già ci sono attendono il rimpasto. Si saranno stancati di aspettare, no?
La prossima settimana si comincia. Noi di “Iniziativa responsabile” mettiamo a disposizione del governo alcuni nomi di altissimo profilo. Prenda Calearo, ad esempio.
Prendiamolo.
Farà il viceministro dello Sviluppo economico con delega al commercio estero, nel posto che fu di Urso. Calearo, ex presidente di Federmeccanica, è stato eletto col Pd. Va dato atto a Veltroni di aver scelto molto bene questo candidato, eh? Ci tengo a riconoscere questo merito all’opposizione.
E riconosciamoglielo.
Portare Calearo al governo sarà per Berlusconi un’operazione, come dire, bipartisan. Alla Sarkozy, va’.
E una casella è riempita.
Poi, vogliamo dimenticarci di un Sud che ha bisogno dello sviluppo infrastrutturale, di una Salerno-Reggio Calabria che necessita di percorsi alternativi, delle ferrovie del Meridione?
No che non vogliamo.
Aurelio Misiti, ex Mpa, è il nome giusto. Uno dei massimi esperti in materia di trasporti che questo paese può vantare.
Quindi, Misiti sottosegretario.
Eh no, una professionalità del genere merita un posto da viceministro.
E chi lo dice a Tremonti che deve sborsare più soldi per la squadra di governo?
Glielo dice Berlusconi, sempre se non gliel’ha già detto. E poi, mica arriveremo ai 110 posti del governo Prodi. Una settantina, non di più. Più uomini di governo presidiano le commissioni, più aumenta la produttività di Parlamento ed esecutivo.
Però l’Agricoltura la vuole la Lega.
Per l’Agricoltura c’è già Saverio Romano.
Un altro “responsabile”.
Sì. E Galan può traslocare dall’Agricoltura ai Beni culturali. Si figuri, lui è già contento. Ha già delle idee per la cultura del Veneto…
Addio Bondi, allora.
Bondi va via da martire, perché è stato accusato ingiustamente per il crollo di Pompei. E da vincente, perché è uscito indenne dalla mozione di sfiducia. Comunque per Galan c’è sempre la subordinata del ministero delle Politiche comunitarie, lasciato libero da Ronchi.
I responsabili scalpitano. Ci si mette un secondo a diventare irresponsabile.
Noi vogliamo dare una mano a questa maggioranza e a questo governo. È un’operazione che serve al Paese, questo rimpasto.
E lei, il regista dell’operazione? Non chiede niente per sé?
Io devo soltanto tenere buone tutte queste risorse che, giustamente, vogliono essere valorizzate. Non mi metterei certo a rubare il posto a uno di loro, figuriamoci.
Vuolsi così colà dove si rimpasta ciò che Mario Pepe vuole. E se il premier fa Sarkozy, lei…
Io posso fare l’Attali della situazione, certo. Mi accontento.
Lo sapevate che…?
Che, almeno sul sito dell’iperdalemiano Nicola Latorre, Nichi Vendola stravince le primarie stracciando Bersani e Chiamparino.
Che Pierluigi Castagnetti è cugino di Orietta Berti, essendo cugino di primo grado del mitico (di lei marito) Osvaldo.
Che il filosofo comunista Mario Tronti, ex senatore del centrosinistra, ha un nipote cantante, che si fa chiamare Renato Zero.
Che Ciriaco De Mita, tornato nell’Aula di Montecitorio per assistere al discorso del capo dello Stato per i 150 anni dell’Unità d’Italia, ha chiacchierato tutto il tempo con Paola Binetti.
Silvio sembra il Johnny di “E’ quasi magia Johnny”.
(Dal sito ufficiale dell’Aeronautica Militare italiana, domenica 20 marzo)
“Noi non spariamo e non spareremo mai”.
(Silvio Berlusconi, lunedì 21 marzo)
Certo, c’è sempre un modo per sopprimere le difese aeree presenti sul territorio libico mediante l’impiego di missili aria superficie, e farlo senza sparare. Basta usare la forza del pensiero. Come il protagonista del vecchio cartone animato E’ quasi magia Johnny.
“Razzi?” “Sì?” “Buongiono, sono il ministro Fitto…”
di Tommaso Labate
Alla giornalista Claudia Fusani, che l’ha intervistato la settimana scorsa per l’Unità, Antonio Razzi ha affidato tutti i suoi tormenti. Il suo passaggio dall’opposizione alla maggioranza, avvenuto a ridosso del 14 dicembre, era stato più chiacchierato del trasferimento di Pazzini all’Inter. Solo che mentre il Pazzo neo-nerazzurro macina gol e belle prestazioni, il baffutto neo-responsabile vive come dentro un incubo. Da grigio e anonimo peone di Montecitorio, l’ex manovale abruzzese emigrato in Svizzera (una storia, la sua, degna del Nino Manfredi di Pane e cioccolata) e poi folgorato dalla politica (due vittorie elettorali consecutive sotto le insegne dell’Italia dei valori) sembra l’impaurito inquilino di una gigantesca “stanza 237”, un luogo di terrore simile a quello in cui il Kubrick di Shining aveva immaginato la follia di Jack Nicholson.
Dalle accuse di essersi fatto estinguere il mutuo della casa dal Cavaliere al tradimento manu responsabili raccontato all’Unità, a Razzi non ne va bene una. Basti pensare che Mario Pepe, il deus ex machina dei Responsabili che il 5 marzo scorso ha anticipato i contenuti di un rimpasto ancora in fieri, non l’ha degnato manco di una citazione.
Eppure anche il baffuto Razzi, un mesetto fa, è riuscito a godersi in solitaria i suoi quindici minuti di possibile celebrità. Anche stavolta, come era capitato a un suo amico e collega, la scena inizia con un telefonino che squilla.
– Razzi?
– Sì?
– Buongiorno, sono il ministro Fitto.
La telefonata dura qualche minuto. Il tempo sufficiente perché Razzi, che nel frattempo s’era asciugato più volte la fronte e scolato un paio di bicchieri d’acqua, si sentisse proporre un bel posto al governo. Ministeri niente, ovviamente. “Ma un bel posto da sottosegretario”, aveva argomentato la voce del ministro degli Affari regionali dall’altro capo del telefono, “non te lo leva nessuno. Ne abbiamo già parlato con Verdini. E il Presidente, ovviamente, è d’accordo”.
C’è lo spazio per una domanda finale (“Te la senti, Razzi?”) e per una risposta scontata (“Certo!”). Poi la telefonata si chiude.
Non è dato sapere se, una volta schiacciato il tasto rosso del telefonino, Razzi si sia abbandonato a un urlo di gioia simile a quello con cui Sylvester Stallone – evocando il nome della moglie Adriana – salutava le vittorie sul ring al termine di ogni Rocky. Sta di fatto che, quando incrocia nei corridoi di Montecitorio il ministro Fitto, cercando nei suoi occhi uno sguardo di complicità, quello a malapena lo saluta. Al bell’Antonio, a quel punto, non rimane che rivolgersi direttamente al super-coordinatore del Pdl. A Verdini, appunto.
– Ah…quindi t’ha telefonato Fitto, eh? Per dirti del sottosegretariato… (Verdini)
– Certo. (Razzi)
– Tu hai sempre lo stesso numero di telefono, no?
– Ovvio.
– Beh, cambialo. E non darlo più a nessuno.
Anche questa storia finisce con un fantasma che ride nell’ombra. Ma stavolta c’è anche un abito blu, di quelli che servono quando si va a giurare al Quirinale, che torna inesorabilmente sotto naftalina. Per sempre.
Perché ora Berlusconi ha paura.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 marzo 2011)
Quando gli chiedono se gli aerei francesi che hanno iniziato la guerra alla Libia sono decollati da basi italiane, una smorfia di tensione gli attraversa il volto. «Si tratta di notizie riservate che non sono autorizzato a comunicare». Qualche ora prima aveva chiarito, al termine del vertice dell’Eliseo, che «per il momento l’Italia mette a disposizioni le basi. Ci potrà essere richiesto intervenire, ma abbiamo ancora la speranza che ci possa essere un ripensamento da parte del regime libico». Per Berlusconi, insomma, è scattata l’ora della grande paura.
Nei colloqui riservati coi ministri del suo governo, il Cavaliere ha cercato di esorcizzare i suoi timori. «Non possiamo fare altrimenti, vero?», ha chiesto l’altra sera di fronte a Ignazio La Russa e Gianni Letta. «Non ci sono altre soluzioni, giusto?», è stata la variazione sul tema opposta alle argomentazioni di Franco Frattini, il titolare della Farnesina che in questa partita ha giocato più molto più da “colomba” rispetto al “falco” ex aennino che guida il ministero della Difesa (a Berlusconi, tra l’altro, le mosse mediatiche di La Russa non sono piaciute affatto).
Ovviamente la scelta di schierarsi «senza se e senza ma» coi volenterosi dell’asse Washington-Parigi-Londra, per il presidente del Consiglio, era praticamente obbligata. Al punto che il Cavaliere, rispondendo alle imbarazzanti domande sui distinguo di Bossi, non ha ceduto di un millimetro. «La posizione della Lega», ha detto ieri, «risiede nella prudenza anche personale dell’onorevole Bossi», convinto «che una posizione come quella della Germania potesse essere seguita anche da parte nostra». Tuttavia, ha aggiunto il premier, quella linea per noi «non è possibile, visto che le basi di cui noi disponiamo sono determinanti».
Ma dietro un presidente del Consiglio che ha imboccato una strada obbligata – c’è una «squadra» che da due giorni sta lavorando per calcolare «costi» e «benefici» dell’intervento diretto del governo sul fronte libico.
I «benefici», anche nell’ottica di un leader politico che si gioca il tutto per tutto alla amministrative di maggio, ci sono. Rapida o meno che sia, ragionano gli spin doctor della cerchia ristretta del Cavaliere, la campagna di Libia toglierà spazio sui giornali al Rubygate e ai processi che attendono l’imputato eccellente. Non solo, la copertura “bipartisan” alla scelta di intervenire contro Gheddafi – garantita al governo dall’intervento diretto del Capo dello Stato – potrebbe anche rasserenare gli animi di un Parlamento chiamato a muovere i primi passi sull’«epocale riforma della giustizia» voluta da Silvio.
Ma la lista dei «costi» rischia di essere più lunga e pericolosa delle voci in attivo. Soprattutto in vista della campagna elettorale. In cima alle preoccupazioni del Cavaliere c’è il rischio che, tolto Gheddafi di mezzo, decine di migliaia di profughi invaderanno le coste italiane. Con pesantissime ricadute sulla popolarità del governo presso l’opinione pubblica. Maroni, con cui i contatti sono costanti, gliel’ha detto chiaro e tondo: «Siamo in emergenza adesso, figurati dopo una guerra…». E Maurizio Gasparri, commentando l’appello di Napolitano al concorso di tutte le regioni italiane («Un appello alla più ampia solidarietà sul piano dell’accoglienza da parte di tutte le regioni italiane», messo nero su bianco in una nota del Colle), ha tradito tutta la preoccupazione di un Pdl che teme di essere messo sotto accusa per gli sbarchi che verranno. «Comprendo l’appello di Napolitano», ha spiegato il capogruppo al Senato, «ma l’Italia non può accogliere tutti. Su questo dobbiamo essere chiari. Non tutti sono profughi, molti sono e restano dei clandestini».
La paura di Berlusconi di dover pagar dazio da solo rispetto alla possibile emergenza migratoria s’è trasformata in autentico terrore poco prima delle 21 di ieri. Quando Umberto Bossi ha sganciato i primi missili sul governo di cui fa parte: «No ad accordi coi francesi, la prenderemo in quel posto. Con i bombardamenti verranno qui milioni di immigrati. Scappano tutti e vengono qui». E ancora, sempre dalla viva voce del Senatur, sempre a proposito dell’intervento in Libia: «Penso che la posizione più equilibrata sia quella della Germania. Era meglio essere più cauti. C’è il rischio che con i bombardamenti perdiamo il petrolio e il gas». L’intervento del leader leghista ha raggiunto la sua vetta massima quando l’Umberto è arrivato a smentire l’intero esecutivo: «Berlusconi non l’ho ancora sentito, non so come l’hanno accolto a Parigi. Il consiglio dei ministri aveva rallentato l’appoggio con posizione cauta di non partecipazione diretta». Quindi, riferito a La Russa, «c’è qualche ministro che parla a vanvera».
Nella centrale operativa del principale partito di maggioranza, lontani dai microfoni si sprecano analisi del genere: «Se ci trovassimo di fronte a un’emergenza, poi il conto lo pagherebbe tutto Berlusconi. Perché Bossi si è già dileguato. E l’opposizione, che adesso ci sostiene, tirerà fuori dal cassetto il “baciamano” del Presidente a Gheddafi…». E proprio sulla figura del leader libico che la cerchia ristretta del presidente elabora l’ultimo calcolo: «Senza Gheddafi e con Putin che deplora gli attacchi alla Libia, Berlusconi perde in un sol colpo due dei tasselli principali della sua personalissima geopolitica». E anche questo, nell’ottica del Cavaliere, è un punto di debolezza. Che alimenta la «grande paura» delle ultime ore.
I funerali di Stato dell’Aquila. Nome e cognome, fila e numero.
di Tommaso Labate (dal Riformista dell’11 aprile 2009)
L
‘Aquila. Nella Spoon river di Coppito non c’è spazio per epigrafi. In fin dei conti, l’Assassino che mette più di duecento bare nello stesso posto e allo stesso istante uccide non solo la vita, ma anche la morte, il rito della morte, la liturgia del lutto. «Parenti o amici?», chiede all’ingresso della caserma la giovane allieva della scuola finanzieri dell’Aquila, incaricata insieme a decine di colleghi di indicare la retta via a migliaia di disperati. Sono le 9 di mattina. Lo Stato, ai «funerali di Stato» che iniziano alle 11, deve ancora arrivare.
«Parenti o amici?». Alla gentile allieva della scuola finanzieri, appostata all’ingresso del cortile della caserma di Coppito, toccherà ripeterla centinaia di volte, quella domanda. «I parenti a destra, gli amici a sinistra», spiega con fatica e dolore a ogni singolo disperato che arriva. «Parenti», dice un uomo sulla cinquantina, che a stento trattiene le lacrime. «Cerchiamo Gioia… Gioia Piervincenzo». Ma un nome non basta. Per dire l’ultimo «ciao» a ciascuno dei 205 martiri d’Abruzzo (per gli altri 84, le famiglie hanno scelto un funerale in forma privata, lontano dai luoghi del dramma) servono una lettera e un numero. La fila e la colonna in cui è sistemata la bara.
E così Gioia Piervincenzo diventa «B18». Scimia Maria Santa, nata il 12.1.1935, sta a «D50». Italia Giuseppe, 2.8.1963, è «D26». Mentre per Silverstone Vittoria, 20.11.1917, bisogna raggiungere «E02». «Parenti o amici?». «Amici», fa un quarantenne robusto, con la felpa della birra Guinnes, pizzetto e capelli bianchi. E così il suo commiato, invece che ai parenti dell’«amico», deve affidarlo alla giovane finanziera e solo per poter entrare al funerale di Stato. «Amici, sì. A dire il vero d’inverno non ci vedevamo, ma le estati le passavamo sempre insieme. Per questo io e mia moglie volevamo… ma se non si può…». La sua compagna, che sta a pochi centimetri, scoppia in lacrime. La finanziera l’abbraccia, guarda la lista e indica da lontano una fila, una colonna. Una lettera e un numero.
Lo Stato inizia ad arrivare verso le 10. Giorgio Napolitano giunge in silenzio e chiede silenzio. Quello che aveva da dire, il capo dello Stato, lo aveva urlato con la forza delle idee il giorno prima ai sindaci del comprensorio colpito dal sisma: «Se quassù cala l’attenzione, io torno tra tre mesi». Arriva Carlo Azeglio Ciampi e anche l’ex presidente, in segno di rispetto per il Dolore, tace. E così il presidente del Senato Renato Schifani, che si lascia andare solo per dire che «non ci sono parole per parlare». E così Gianfranco Fini.
Quando don Georg ha finito di leggere il messaggio di Benedetto XVI e la cerimonia ha inizio, le massime cariche della Repubblica Italiana sono tutte in tre metri quadrati. Al loro fianco ci sono Gianni Letta, abruzzese, che piange. E poi il sindaco dell’Aquila Massimo Cialente, il governatore regionale Gianni Chiodi (con giubbino della Protezione civile). Quindi la presidente della Provincia dell’Aquila, Stefania Pezzopane, che è di Onna, il borgo che non c’è più, e fa la spola tra la tribuna delle autorità e le bare dei quattro “Pezzopane” che hanno perso la vita nella tragedia. Franco Marini nasconde il dolore dietro lo sguardo da abruzzese fiero. Più indietro, mescolati insieme a militari italiani e ambasciatori stranieri, spuntano Paolo Bonaiuti, Dario Franceschini e Piero Fassino, gli abruzzesi piddì Lanfranco Tenaglia e Giovanni Lolli, Paolo Ferrero, e ancora – in ordine sparso – Gianni Alemanno, Antonio Tajani, Rosy Bindi, Gennaro Migliore e Paolo Cento. Nessuna traccia, invece, dell’ex presidente della Regione Ottaviano Del Turco. A conti fatti, quando il cardinal Tarcisio Bertone inizia a pronunciare l’omelia, nel reparto autorità manca soltanto Silvio Berlusconi.
Il premier aveva atteso l’arrivo di Napolitano. Una stretta di mano alla prima carica dello Stato e Berlusconi scompare per poi materializzarsi, nel giro di un minuto, tra i parenti dei martiri d’Abruzzo. «Non vi lascio soli. Non lasceremo nessuno da solo. Ve lo giuro davanti alle bare», ripete il capo del Governo. Padri e madri senza più figli, sorelle senza più fratelli e fratelli senza più sorelle: il Cavaliere raccoglie decine di bigliettini e lettere. Una donna gli scrive di sentirsi colpevole della morte della figlia, studentessa universitaria: «Presidente, l’ho costretta a iscriversi a L’Aquila anche contro il suo volere. Se non l’avessi fatto sarebbe viva». Più tardi, a esequie finite, il premier prometterà new town costruite come Milano 2, aiuti ai privati che costruiranno case, ricostruzioni in tempi brevi e un processo per direttissima ai quattro sciacalli arrestati ieri mattina. Silenzio. Solo Stefania Pezzopane continuerà a chiedergli «più sobrietà e risorse vere», a ricordargli in un’intervista a Radio 24 che «la prima notte aveva annunciato 2.000 tende e invece ne erano arrivate 120».
A metà cerimonia Berlusconi tornerà tra le autorità, scegliendo inizialmente una posizione defilata. Più d’uno lo vede asciugarsi gli occhi. E quando l’imam Mohammad Nur Dachan finisce di leggere la preghiera rivolta a «uomini e donne dell’unica grande famiglia che vive insieme l’esperienza della vita e quella della morte», il premier – tornato nel frattempo in prima fila – applaude con forza e gli urla «bravo». È a quel punto che una signora rumena sulla sessantina gli va incontro per la terza volta. «Mi devi aiutare», dice la donna al premier. «Non ho più niente», implora. «Mi devi aiutare», ripete. Lui, il Cavaliere, aspetta che signora si allontani e dice ai rappresentanti delle istituzioni abruzzesi: «Per favore, prendete il numero di telefono di questa povera donna. E ditele che penserò a tutto io». Di bare ne ha due, la signora rumena. Una sull’altra, al posto «A01». «Ma non li voglio i nomi di mia figlia e di mio nipote sui vostri giornali». B.D., la figlia, era nata nel 1973. Il piccolo I.G., invece, aveva quattro mesi.
Tra le bare ce n’è anche qualcuna senza nome. E sottoterra, dicono dalla Protezione civile, «chissà quanti cadaveri spunteranno, gente a cui non daremo mai un’identità». Lavoratori clandestini diventati Martiri ignoti. Un fioraio arriva a cerimonia finita. «Cerco la bara di…». Non ha lettera né numero e i fiori finisce per sistemarli su una delle bare che ne ha di meno. Sul feretro di Alessio De Simone, il padre mette una foto incorniciata del figlio che ha perso sotto le macerie. «Voglio questa, di foto». E mostra Alessio, classe ’84, con una corona di foglie in testa, come John Belushi nei toga party di Animal house.
Alle 14, Berlusconi ha guadagnato il centro di coordinamento della Civile mentre i rappresentanti delle istituzioni hanno ormai abbandonato la caserma di Coppito. Attorno a ciascuna delle singole bare inizia il funerale senza Stato. È nel primo pomeriggio, infatti, che la morte recupera i suoi riti e il lutto la sua liturgia. «Voleva andare a New York, aveva già prenotato per le vacanze di Pasqua». «Nonostante l’età non voleva smettere di lavorare. E non sentiva ragioni». «Me la ricordo da quand’era bambina». «Viveva per il rugby». «E adesso, senza di loro, come facciamo?». «Dalla nascita del nipotino era come rinato». «Lo conoscevo da quarant’anni». «Manco due anni e già camminava come “uno grande”». L’ombra dell’Assassino, per un attimo, viene scacciata. Le lettere e i numeri non servono più.
L’intervista politico-musicale di Bersani a Vanity fair.
di Tommaso Labate (piccolissimo estratto da Vanity fair di questa settimana)
Dica la verità, anche lei scrive un libro su se stesso per anticipare la discesa in campo per la guida del centrosinistra?
(…) Campo o non campo, la partita è da giocare (…).
Ha letto il libro di Matteo Renzi, no?
No, non ancora. Me ne manca qualcuno anche di Dostoevskij… (…)
Meglio Belén o la Canalis?
Belén. Ha dimostrato un po’ di professionalità in più. (…)
Da Giulietto a Niccolò: i nemici invisibili di Alfano.
di Tommaso Labate (dal Riformista di 16 marzo 2011)
Il primo della lista è Giulio Tremonti. A seguire c’è Niccolò Ghedini. Senza dimenticare le «mine vaganti», Umberto Bossi e Roberto Calderoli. È a loro che Angelino Alfano pensa quando, nei colloqui con gli amici, evoca «i nemici invisibili» della sua riforma della giustizia.
Nella decisione del ministro dell’Economia di non lasciare la benché minima traccia nel mastodontico dibattito sulla riforma della giustizia non c’è alcuna stranezza. D’altronde si sa, l’ultimo successore di Quintino Sella non ama parlare di questioni che non siano di sua stretta pertinenza. Ma se stavolta i parlamentari più fedeli ad «Angelino» vedono in «Giulietto» un possibile pericolo, un motivo c’è.
I due non si sono mai amati. E la sfida all’Ok corral sui fondi per l’informatizzazione dei tribunali andata in scena qualche mese va (e vinta ai punti dal titolare della Giustizia) ha raffreddato i rapporti che già tendevano al gelo. Al punto che Alfano, uno più berlusconiano dello stesso Berlusconi, continua a ripetere al Cavaliere che «l’unica tua colpa, presidente, è stata quella di non aver saputo tenere a bada Tremonti». Quel Tremonti di cui il titolare del ministero di via Arenula dice quello che tanti si limitano soltanto a pensare. «Ogni volta che uno dei suoi provvedimenti arriva sul tavolo dei ministri, si presenta soltanto con la copertina», ha raccontato qualche settimana fa «Angelino» a un collega dell’opposizione, evocando la tendenza tremontiana a tenere coperte tutte le sue carte migliori. «Ed è una cosa», ha aggiunto il guardasigilli sorridendo, «che voi del centrosinistra non gli avreste mai permesso».
Ma l’antipatia reciproca può trasformarsi nell’ennesima guerra? È insomma possibile che «Giulietto», come temono ai vertici del Pdl, «usi i suoi poteri magici per ostacolare la riforma della giustizia»? Per adesso si tratta soltanto di voci velenose. Ma se all’insofferenza tremontiana sulla «riforma epocale» si aggiungono le tante perplessità del Carroccio, ecco che l’affaire si complica non poco.
Sulla giustizia i leghisti legati a triplo filo col ministro dell’Economia, a cominciare da Roberto Calderoli, sembrano muti come pesci. Il ministro della Semplificazione, circondato dieci giorni fa dai cronisti alla festa per i venticinque anni del Carroccio, s’era limitato a dodici parole: «Il problema della giustizia italiana è garantire i processi in tempi certi». Nella stessa serata Umberto Bossi, rispondendo a una domanda sul sostegno delle camicie verdi alla riforma epocale, se l’era cavata con una sola: «Sì». Anche Roberto Maroni, che pure con Alfano può vantare buoni rapporti personali, preferisce stare alla larga dalle polemiche. È strano che il ministro dell’Interno si chiami fuori dal dibattito sulla giustizia italiana, no? Com’è strano che uno dei colleghi di partito a lui più vicini, il sindaco di Verona Flavio Tosi, abbia tenuto a precisare: «La riforma della giustizia è necessaria. Ma è pur vero che, fatta in questo momento, può essere male interpretata. Infatti i cittadini – è la teoria che Tosi ha esposto cinque giorni fa a Salerno, durante un convegno – potrebbero pensare che Berlusconi lo fa perché ha dei problemi. Ma la Lega, comunque, darà il suo voto
».
Con l’avvicinarsi della campagna elettorale delle amministrative, e della conseguente competition interna, i distinguo leghisti sulla riforma di Alfano potrebbero moltiplicarsi. Ma la partita è appena all’inizio. Il segretario del Pri Francesco Nucara, veterano del Parlamento e amico del Cavaliere, mette in fila tutti gli indizi: «Secondo me, questa riforma non andrà da nessuna parte. E non solo per l’ostilità di Tremonti e di altri pezzi della maggioranza». Perché nella posta in palio, oltre alle modifiche della Costituzione, c’è anche il dopo-Berlusconi. Nucara è sicuro che alla fine avrà la meglio Tremonti. «Quando l’ho chiamato per il congresso del Pri, non solo è venuto di corsa. Ma, intervistato da Stefano Folli, ha addirittura detto che “il Mezzogiorno deve essere salvato anche con l’aiuto del governo”. Altro che personaggio di primo piano legato alla Lega. Giulio sta studiando da leader nazionale del prossimo centrodestra». Per quella stessa seggiola che, se la riforma andasse avanti e superasse quel referendum che il Cavaliere considera «l’ultima parola del popolo italiano su di me», finirebbe di diritto ad Angelino.
Il fatto che il guardasigilli sia coinvolto in prima persona nella grande partita per la successione a Berlusconi è forse l’ostacolo più duro. Ancor più della sfida fratricida che lo oppone a Niccolò Ghedini. Un altro personaggio tutt’altro che felice dei primi passi della «riforma epocale» voluta dal suo illustre assistito.
Per trattare col Pd, Angelino prepara un bavaglio per la legge-bavaglio.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 marzo 2011)
L’annuncio del primo atto della trattativa con l’opposizione, l’eliminazione della «norma transitoria sul processo breve», l’ha affidato domenica ai microfoni di Lucia Annunziata. Il secondo atto, invece, Angelino Alfano l’ha riservato a pochissimi interlocutori. Perché riguarda la «legge bavaglio».
Sulla mission impossible di mandare avanti l’«epocale» (il copyright è di Silvio Berlusconi) riforma della giustizia, Angelino Alfano sa di giocarsi il tutto per tutto. E sa, perché lui stesso l’ha confidato anche ad alcuni interlocutori dell’opposizione, di avere «moltissimi nemici invisibili» anche all’interno del blocco Pdl-Lega.
Per avere la prova dell’ostracismo sotterraneo che il ministro della Giustizia ha cominciato a subire all’interno del suo stesso schieramento basta guardare a quello che è successo (o meglio che non è successo) ieri pomeriggio a Montecitorio. Quando, alla scadenza della presentazione per gli emendamenti sul processo breve, nessun pidiellino della commissione Giustizia s’è preso la briga di dar seguito alla promessa fatta da Alfano di fronte alle telecamere di In mezz’ora presentando un emendamento soppressivo della norma transitoria sull’ammazza-processi. Niente di niente. Sicuramente si tratta di una bolla di sapone, visto che il relatore del provvedimento Maurizio Paniz s’è preso la briga di dire alle agenzie di stampa che «presenterò io domani (oggi, ndr) la norma soppressiva». Ma tanto è bastato perché, dalle opposizioni, partisse la corsa ai sospetti. «Indipendentemente da quello che farà il relatore», ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Giustizia Donatella Ferrante, «emerge il dato politico che il gruppo del Pdl non segue il ministro Alfano». «Questo ritardo denuncia o grande confusione o ancora tattica», ha messo a verbale il braccio destro di Casini Roberto Rao mentre il dipietrista Federico Palomba ha archiviato il tutto alla voce «ennesima buffonata del Pdl».
Vista l’aria che tira è comprensibile che Alfano tenga per sé (e per pochissimi eletti) le prossime carte che giocherà sul tavolo della trattativa con l’opposizione. Tra queste ce n’è una che gli sta molto a cuore, non foss’altro perché l’ha già anticipata al capo dello Stato: la cancellazione dai radar del Parlamento del testo sulle intercettazioni uscito dal Senato. Proprio così, della «legge bavaglio» che di recente Berlusconi ha promesso di voler riportare a galla.
La mossa è azzardata, ovviamente. Ma il guardasigilli sa che, se non gioca qualche jolly a inizio partita, il cammino della riforma si farà sempre più in salita. Al quartier generale nazionale del Pd hanno capito la sua strategia. E dopo che Pier Luigi Bersani ha chiuso il varco di fronte a tutte le tentazioni «di Aventino» che pure ci sono tra i suoi, il principale partito dell’opposizione ha deciso di «vedere il punto».
Non è un caso se ieri mattina s’è materializzata una proposta di riforma della giustizia firmata dal Pd. Sotto una headline con i richiami alla Carta del ’48 («Il programma fondamentale del Partito democratico per la Giustizia si chiama Costituzione repubblicana»), il partito di Bersani ha confezionato una proposta articolata in tre capitoli. Il primo sulle emergenze (la giustizia civile, l’organizzazione e le carceri), il secondo sui tempi del processo penale e sulle «garanzie» per l’imputato, il terzo sull’indipendenza e l’organizzazione dell’ordine giudiziario «con particolare riferimento a Csm e sezione disciplinare». Una novità? Tutt’altro, visto che si trattava del «pacchetto giustizia» del Pd elaborato a maggio dell’anno scorso, che un’idea di Bersani e del responsabile Giustizia Andrea Orlando ha trasformato in un giochino. «E infatti nessuno s’è accorto che si trattava di proposte che abbiamo presentato già nel 2010», sghignazzava il segretario ieri sera.
Ma tutto questo è il segno che qualcosa si sta muovendo. A prescindere dai tiri di fioretto tra Alfano e l’opposizione. L’ultima sfida è andata in scena ieri, in un convegno sull’Antimafia convocato in una delle sedi della Camera dei deputati. «Se il governo dice che quella della giustizia è una riforma epocale, per coerenza dovrebbe togliere tutte le leggi che non si possono proprio definire epocali», ha detto dal palco Andrea Orlando. E ancora, sempre diretto al guardasigilli (che era in sala), sempre dalla viva voce del responsabile Giustizia del Pd: «Serve una riforma della giustizia e non della magistratura. E attraverso una legislazione ordinaria non costituzionale». «Al Pd dico: occhio che il “benaltrismo” non diventi la fase terminale di un grande ammalato che è il riformismo. Perché col “benaltrismo” muore il riformismo», ha replicato a stretto giro il ministro della Giustizia. Uno che, oltre all’eliminazione dell’ammazza-processi, ha già in mente “ben altro”. A cominciare dall’accantonamento della legge bavaglio, appunto. Che presto potrebbe diventare definitivo.