Montecitorio nel giorno di san Vincenzo. Tanoni&Melchiorre ritornano a corte.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 aprile 2011)
Alle 15 le agenzie di stampa danno notizia di una sua visita, insieme a Daniela Melchiorre, a Palazzo Grazioli. Alle 18, quando risponde al Riformista, dice: «Se incontro Berlusconi mica mi giro dall’altra parte». Ma un conto è vederlo per strada, altro è incontrarlo a casa sua. «Lei scriva che i Lib-dem abbandonano il Terzo polo e giovedì decidono dove andare».
Porta il nome scelto da Montezemolo&Della Valle per il loro treno, lo stesso di Bocchino e di Calvino. Dal primo ha preso la presunta rapidità, dal secondo la conclamata tenacia, dal terzo l’assoluta «leggerezza», quella che lo scrittore tratteggiò nella raccolta di Lezioni americane pubblicate dopo la sua morte. Ladies and geltlemen, Italo Tanoni. Penna bianca, come l’ex juventino Ravanelli, e cuore d’oro. Ieri, lui e Daniela Melchiorre – i Liberaldemocratici, insomma – hanno votato con la maggioranza sul conflitto d’attribuzione. Dopo mesi a progettare il Terzo Polo con Casini, Fini e Rutelli, ordunque, se ne tornano dal Cavaliere. «Ripeto: la nostra direzione si esprimerà giovedì», insiste lui. Disse di sé: «Il mio futuro è nel terzo polo» (al Messaggero, 11 novembre 2010). «Fuggiasco un mio compagno? Io sto nel terzo polo» (al Corsera, 19 novembre 2010). Qualche tentennamento di fronte ai taccuini di Antonello Caporale di Repubblica («L’Italia chiama e con Fini non mi sento in comunione», 2 febbraio scorso) quindi la scelta definitiva. Giovedì, domani. «Il Terzo Polo non è ancora nato perché Casini e Fini, giustamente, pensano a potenziare i loro partiti. Io e la Melchiorre, a differenza loro, non abbiamo il 4 per cento. Per cui dobbiamo allearci con qualcuno. E visto che nel centrosinistra c’è Vendola…». Meglio Berlusconi. «Però sul conflitto d’attribuzione abbiamo dato un parere tecnico, non politico», giura Tanoni. Ma mica perché sicuro che il premier a sua volta pensasse che Ruby fosse la nipote di Mubarak. No. «Ha deciso Daniela (Melchiorre, ndr) che è un magistrato. Quindi il suo è un parere tecnico. Fosse stato un medico – insiste il deus ex machina dei Libdem tradendo come sempre la cadenza marchigiana – le chiederei se prendere o meno l’aspirina quando ho l’influenza. Visto che è un magistrato, le chiedo come dobbiamo votare quando c’è un conflitto d’attribuzione». Morale della favola? Due voti in più per la maggioranza. Due pilastri in meno per l’opposizione in generale, e il Terzo Polo in particolare. «Però», conclude Tanoni, «amici come prima, eh? A Pier e a Gianfranco auguro le migliori fortune. Spero che prendano il 98 per cento alle elezioni, lasciando il 2 a me e Daniela». 
La notizia del giorno, alla Camera dei deputati, è il salto della quaglia dei Liberaldemocratici, che vanno a rafforzare la maggioranza berlusconiana. L’Aula di Montecitorio dice sì al conflitto d’attribuzione, i ministri al gran completo (mancano solo Berlusconi e Maroni) inseriscono la tesserina al posto giusto nel momento giusto e fila tutto via tranquillo. Per il Cavaliere, ovviamente. «Il premier ha fatto ancora shopping», si sgola Bersani. «Ad Arcore c’era di tutto, meno che l’interesse dello Stato», è il senso dell’applauditissimo (dall’opposizione) intervento di Pierluigi Castagnetti. «Il Parlamento crede che Ruby sia la nipote di Mubarak», sintetizza Antonio Di Pietro. E la finiana Flavia Perina, che forse sognava il remake di venerdì scorso, s’intristisce: «Cicchitto ha messo il valium nei condotti d’areazione».
Fuori dall’aula, Denis Verdini passeggia con La Russa. E Giulio Tremonti fa compagnia a Bossi, rimanendo un passo indietro ogni volta che il Senatur intrattiene i cronisti. «Tanto lo sapete che io non parlo», sorride maligno l’ultimo successore di Quintino Sella. Il sole splende alto, nel cortile interno del Palazzo. Un collega avvicina il dimissionario viceministro Alfredo Mantovano, che forse tornerà sui suoi passi. «Sei stato un grande. Con la tua scelta, hai anticipato una tendenza. Una mossa degna di Ugo La Malfa», è l’escalation oratoria dell’adulatore. Ma l’altro non coglie e gela l’interlocutore passando dal tu al lei: «La ringrazio, ma non sono ancora morto».
Ma anche un duro come Mantovano deve arrendersi di fronte all’irresistibile esuberanza di Mario Pepe, il regista dell’operazione “responsabili”. «Alfre’, guarda che nel futuro gabinetto Pepe tu sei ministro dell’Interno, te lo dico da mo’». E visto che il “gabinetto” in questione è decisamente di là da venire, ecco che Pepe suggerisce qualche soluzione per il breve periodo: «Alfre’, adesso col rimpasto ti mandiamo alle Politiche comunitarie. Così glieli spedisci direttamente in Europa, i migranti. E la tua Puglia è salva».
Salva come Ignazio La Russa, le cui cassanate (nel senso del calciatore Antonio) dell’altro giorno sono state sanzionate con una semplice «censura». L’ha graziato Gianfranco Fini in persona, il destinatario del «vaffa» del ministro della Difesa. Con una decisione che, evidentemente, non è piaciuta a Rosy Bindi, una delle vicepresidenti di Montecitorio. «Me ne sono uscita dalla riunione dell’ufficio di presidenza per non votare contro una scelta di Fini. Ma lo devo dire: con questa decisione, abbiamo creato un pericoloso precedente. Se l’è cavata con niente, La Russa», scandisce la pasionaria del Pd. Che, prima di scivolare via nel Transatlantico, aggiunge:«Non chiedete a me perché è andata a finire così. Chiedetelo a Fini».
I bookmakers inglesi sono (quasi) sicuri: Berlusconi la sfangherà.
A proposito di gente che raramente sbaglia il cavallo su cui puntare, alla vigilia dell’inizio del processo di Milano meglio dare un’occhiata a come i bookmakers inglesi stanno quotando la sorte di Berlusconi.
Il bookie Victor Chandler (fonte Agipronews) dà la condanna del premier per il reato di concussione a 3,75, mentre l’assoluzione viene quotata a 1,25. Traduzione: se giocate un euro su Berlusconi condannato per concussione, e quello viene veramente condannato, portate a casa 3 euro e 75 centesimi. Vincete, tolto l’euro che avevate giocato, 2 euro e 75. Se giocate la stessa cifra sulla sua assoluzione, e quello viene assolto, il vostro margine di guadagno sarà 25 centesimi.
Sul reato di prostituzione, lo spartito è più o meno lo stesso. La condanna è data a 3,00, il proscioglimento a 1,33. 2 euro di vincita netta in caso di condanna, 33 centesimi se viene assolto.
Insomma, visto che ai bookmakers piace più essere pagati che pagare, loro sono sicuri che il premier la sfangherà.
Quando Nanni Moretti venne processato dai reduci di Ecce Bombo.
di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 novembre 2005)
Il «Belli» è un piccolo teatro nel cuore di Trastevere. Qui, domenica sera (30 ottobre 2005), un centinaio di cultori del Nanni Moretti che va da Io sono un autarchico a La messa è finita hanno assistito a una specie di miracolo. Sul piccolo palcoscenico è andata in scena la rimpatriata di alcuni dei protagonisti di Ecce Bombo, «non condotta» (come da locandina) dall’artista di strada Andrea Rivera. 
C’era Paolo Zaccagnini, che da un anno ha lasciato la scrivania del Messaggero, e che nella celebre opera morettiana interpretava Vito, corpulento e barbuto impiegato parastatale con la mania del rock e delle radio libere. C’era Piero Galletti, oggi programmista in Rai, che aveva vestito i panni di Goffredo, svogliato studente universitario, il più giovane dei quattro figli della piccola e media borghesia, residuati bellici di un Sessantotto che non avevano neanche vissuto, in perenne seduta di autocoscienza. Giorgio Viterbo oggi si guadagna da vivere lavorando nel campo dell’informatica. In Ecce Bombo era l’inviato di Telecalifornia, la fantomatica emittente tv alla perenne ricerca di quei ggiovani con due g senza piazze né P38. Ggiovani come all’epoca lo era Mauro Fabbretti, uno dei due studenti che Moretti preparava all’esame di maturità. Dei due, convinti che i presidenti della Repubblica «dalla nascita ai giorni nostri» fossero stati «De Nicola… Burgnich, Facchetti, Bedin, Guarneri, Picchi», Fabbretti era il più grassottello, quello che si presentò all’attonito presidente di commissione (interpretato da Age di Age&Scarpelli) con il «poeta contemporaneo Alvaro Rissa».
Non si vedevano tutti insieme dall’8 marzo del 1978, otto giorni prima dell’agguato di via Fani, quando allo spazio Etoile di piazza San Lorenzo in Lucina (dove oggi, come dice Zaccagnini con una punta di amarezza, «promuovono l’acqua minerale») c’era stata la presentazione del film. Nanni Moretti, ieri, non s’è fatto vedere. Nessuno di loro, a dire la verità, lo vede più. Tutti avrebbero avuto qualcosa da chiedergli, trent’anni dopo. Con l’imputato in contumacia, domande senza risposte si trasformano in altrettanti aneddoti, in un “dietro le quinte” degno del contenuto extra di un dvd.
Sono le domande e i ricordi di chi voleva fare cinema ed è rimasto il personaggio interpretato in Ecce Bombo, ma con trent’anni in più. Nanni? «Come Cofferati», commentano tra di loro. «Non è stato mai di sinistra». «Un trotzkista». Durante le riprese, raccontano, un gruppo di prostitute occupava la strada in cui dovevano girare una scena. Gli attori proposero di fare una colletta per allontanarle. Tutti d’accordo tranne Nanni, che «invece chiamò la polizia. Che bisogno c’era? Magari poteva fargli fare un bel girotondo…». Il film «costò pochissimo – è Galletti che parla – Noi attori venivamo pagati 33mila lire a posa». E fu un successo di pubblico e critica. Lo incassò soltanto Moretti, che non li invitò neanche alla presentazione della pellicola a Cannes. L’unico che non si arrese fu Zaccagnini, che pur di vedere “i divi” partì lo stesso. «Nanni andò in aereo, io e un gruppo di amici in macchina».
Sulla strada del ritorno, arrivati a Roma, tanto erano presi dalla discussione sui protagonisti di Hollywood incontrati alla Croisette che fecero quattro volte il raccordo anulare senza imboccare l’uscita. Volevano, fortissimamente volevano, «fare il cinema». Zaccagnini, che dedicò a Moretti «più di trecento giorni di ferie arretrate», ripensa agli inizi del morettismo. «Eravamo un gruppo di amici. Potevamo fare una factory». Un regista, un gruppo di attori, l’America, il rock. Nanni in effetti la factory la fece, ma per i fatti suoi. Senza neanche Fabbretti, che lavorò col regista fino a La messa è finita. In quel film il sodalizio si ruppe quando durante una pausa Fabbretti alzò un po’ il gomito. Non riusciva a recitare e Moretti, in post-produzione, coprì le sue battute con una musichetta. «Nanni non mi chiamò più. Era fatto così, non beveva non mangiava, non scopava… Era impregnato di femminismo. Diceva sempre “voi uomini siete dei nazisti”. Quando lo incontro per strada nemmeno mi saluta. Anni prima, dopo Ecce Bombo, ero stato avvicinato da Alvaro Vitali che aveva appena firmato un contratto per Medusa. Mi disse “perché non ti proponi anche tu? Con quella faccia potrebbero prenderti”. Lo dissi a Nanni e lui mi rispose che se avessi firmato, non avrei più lavorato con lui. E poi è finita com’è finita… Mi ha tarpato le ali». È un po’ come se Ninetto Davoli fosse incazzato con Pasolini. Pausa. Entra in scena Vincenzo Vitobello. È forse lui il vero miracolo della serata. Gli amanti di Ecce Bombo lo ricordano come «l’amico dell’etiope» che telefonava alla radio per sfogare gli effetti «della dissociazione» e che ragionava sul rapporto tra la politica atlantista della Dc e l’ampiezza delle gallerie dell’autostrada, dove i carri armati «non c’entrano» (l’idea dell’etiope, ricorda Zaccagnini, la portò Nanni Moretti che l’aveva sentita davvero alla radio). Vitobello parla poco, interrompe il suo silenzio solo per recitare la battuta che trent’anni fa gli aveva dato il suo warholiano quarto d’ora di notorietà («Adesso la mattina quando esco faccio finta, vado a prendere un caffé e faccio finta, fumo una sigaretta e faccio finta, dico due parole in una certa maniera e
faccio finta…»). Oggi fa il bibliotecario alla Sapienza. Recita a teatro nel tempo libero, dicono sia molto bravo.
Sarebbe stato bello vedere Nanni-Michele Apicella confrontarsi con i suoi attori. Nessuno pensa che non sia venuto solo perché «così lo si nota di più». Tutti glissano la domanda sul j’accuse di piazza Navona. Forse, ma è solo un’impressione, per evitare di rispondere «chi sta parlando? Alberto Sordi?». E magari aggiungere: «Te lo meriti Alberto Sordi».
Quel pomeriggio di un giorno da cani. A Montecitorio.
di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 aprile 2011)
«Che cos’è il genio?», si chiedeva il “Perozzi” (Philippe Noiret) in Amici miei prima di magnificare l’ennesimo scherzo elaborato dal “Necchi” (Duillio Del Prete). «È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!». Il “Necchi” che ieri ha mandato ko la maggioranza è il segretario d’Aula del Pd, Roberto Giachetti.
Aula di Montecitorio, i
nterno giorno, ore 10,25. Quando chiede la parola a inizio seduta, nessuno immagina che Giachetti stia per mettere insieme «fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione», i quattro elementi di un menù parlamentare che trasformerà il 31 marzo del 2011 nell’ennesimo «giorno da cani» della maggioranza. Nel suo intervento il deputato del Pd chiede che dentro il «processo verbale» di cui è appena stata data lettura rientrino alcune performance in cui si era prodotto Ignazio La Russa il giorno prima. «Nel pieno del suo intervento il collega La Russa, rivolto ai colleghi del Pd, affermava che siamo dei conigli», dice. «Chiedo almeno che rimanga agli atti della Camera e soprattutto dentro il processo verbale (…) una frase del genere, che per quanto mi riguarda qualifica il Ministro», insiste.
Sembra una goccia nell’oceano degli atti parlamentari. E invece l’intervento di Giachetti è la biglia che, magicamente, manda in tilt il flipper pidiellino, leghista e responsabile. Meno di venti minuti dopo, infatti, la maggioranza è in un angolo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la Camera boccia il processo verbale del giorno prima. In teoria non significa nulla. In pratica, però, l’opposizione guadagna le ore (preziose) per ricacciare in alto mare il processo breve. Gli attimi prima della chiusura della votazione sono un inferno. Fini si sgola: «Prego i colleghi di prendere posto e di votare. Il Ministro Brunetta ha votato? Il Ministro Fitto ha votato? Ministro Alfano, prego. Dichiaro chiusa la votazione». L’ultimo secondo è fatale al guardasigilli, che sbaglia a inserire la tesserina per votare nell’apposita fessura e poi, con un gesto di stizza, la lancia contro Di Pietro. Ed è fatale anche alla Prestigiacomo, che si volta furibonda verso la terza carica dello Stato (i due, un tempo, si volevano bene assai). «No, no», grida Stefy a Gianfry, chiedendogli implicitamente di tenera aperta la votazione. «Gli ha gridato “stronzo”, Prestigiacomo ha gridato “stronzo” a Fini», giurano dai banchi dell’opposizione (attendesi il resocondo definitivo, oggi). Game. Set. Match. Il presidente della Camera decreta: «Onorevoli, la votazione è stata dichiarata aperta oltre ogni limite. La Camera respinge, a parità di voti».
Dai banchi del Pdl, il tarantino Pietro Franzoso grida nei confronti di Fini frasi che le vecchie educande avrebbero definito
«irripetibili». Il presidente della Camera viene colpito da una copia del Corriere della Sera, mentre una palletta di carta lo manca di poco. «Non sono stato io, erano da dietro», sbraita Franzoso. I boatos (giustizialisti) incolpano le berlus-blondies Castiello Giuseppina da Afragola e Mannucci Barbara da Roma. La prima per il lancio del giornale, la seconda per la palletta di carta.
Ma anche nel più tragicomico degli spettacoli può spuntare una scena tra il misero e il becero. Succede quando, dopo un intervento di Italo Bocchino, Osvaldo Napoli perde la testa e si dirige verso l’assistente della deputata Ileana Argentin. «Tu non puoi applaudire, capito?», dice il berlusconiano piemontese. «Che succede? Che c’è, onorevole Argentin? Non capisco, ha chiesto di parlare, onorevole Argentin?», dice Fini dallo scranno più alto. «Mi hanno rotto anche il microfono! Si è appena avvicinato un collega per dire al mio operatore che non deve permettersi di applaudire» (Argentin). «E ha ragione», sbraita il leghista Polledri. «Ma come si permette!» (Fini a Polledri). «Allora ricordo all’Aula che io non muovo le mani…» (Argentin). «Invito il collega che ha proferito la parola a scusarsi. Onorevole Polledri, si scusi o chiarisca» (ancora Fini). Alcuni deputati del Pd bloccano il collega Michele Meta, amico di una vita di «Ileana», che prova a raggiungere i banchi della maggioranza. Dai banchi del Carroccio parte un «handicappata del cazzo» riferito alla Argentin. Che conclude: «Non desidero le scuse di nessuno. Credo che lei mi conosca abbastanza per sapere che non strumentalizzo mai queste cose. Ma se desidero applaudire un mio avversario, lo faccio come credo e quando credo. Se non lo posso fare con le mie mani, lo faccio con le mani di chiunque». Applausi. Sia Polledri che Napoli, quest’ultimo anche in Transatlantico, si scusano.
La giornata nera del governo si fa nerissima nel pomeriggio, quando il processo breve scompare dai radar. «Questi del gruppo del Pdl so’ proprio incompetenti. Si sono fatti fregare ancora», è l’analisi del “responsabile” Francesco Pionati. Tutto per “colpa” del processo verbale e dell’intuizione di Giachetti. Tutta colpa delle pagine 72 e 73 del resoconto stenografico di mercoledì 30 marzo, il La Russa day. Che – testualmente – dà dei «conigli» ai deputati dell’opposizione e si becca in cambio un doppio «fascista, coglione!». Qualche riga più sotto c’era quella parolina che il ministro della Difesa aveva rivolto al suo ex amico Fini. Per gli atti di Montecitorio è un «va…» (all’indirizzo della presidenza). Ma fior di testimoni, come hanno riportato tutti i giornali di ieri, giurano che quel «va…» era corredato da due effe, una a, una enne, una ci, una u, una elle e una o.
Quella telefonata di Fioroni a Lotito.
Montecitorio, martedì 29 marzo 2011, interno giorno. Beppe Fioroni ha appena finito di rispondere per le rime a Franco Marini e di scrivere quindi un nuovo capitolo della guerra dei Roses (in questo caso, dei Whites) che sta andando in scena tra gli ex del Partito popolare italiano.
Terminata la convers
azione col Riformista (ibidem), l’ex ministro della Pubblica istruzione si alza e va a raggiungere i colleghi di corrente, che stanno per iniziare una riunione improvvisata in un corridoio della Camera. Ad attendere Fioroni c’è quasi tutto il sancta sanctorum di Modem, la componente veltronian-fioronian-gentiloniana del Pd. Ci sono il braccio destro di Veltroni Walter Verini, il giovane Andrea Martella, l’ex dalemiano Marco Minniti, il vetero-cigiellino Achille Passoni e, a chiudere il cerchio, il sempregiovane (sic!) Roberto Giachetti.
Qual è il primo dossier che i “modemini” affrontano nella riunione? L’ennesimo attacco da sferrare contro la maggioranza bersaniana? Qualche critica sotterranea a Dario Franceschini? Oppure una polemica da imbastire contro D’Alema? Nulla di tutto questo.
Il primo tema all’ordine del giorno è lo sbarco nella Capitale del nuovo numero uno dell’As Roma, l’americano Tom DiBenedetto. L’interista Verini e il giovane Martella (tifoso del Portogruaro, serie B) lasciano la scena a un derby improvvisato tra Giachetti e Fioroni. Ma mentre l’esagerata fede giallorossa di Giachetti è nota
ai chi bazzica il Palazzo, il fatto che Fioroni fosse un “aquilotto” è praticamente un inedito. Anche per Giachetti.
“Ma che, davvero sei da’ Lazio?”, domanda esterrefatto quest’ultimo.
“Ma certo che so da’ Lazio”, risponde l’ex ministro.
“Tra i tanti difetti che hai, pensavo che almeno questo te lo potessi risparmiare…”, ribatte Giachetti.
“A Giache’, nun te scorda’ che io so’ de Viterbe“, replica Fioroni.
A questo punto della narrazione, l’ex ministro della Pubblica Istruzione si
concede un colpo di scena. “Ti dirò di più. Quando stamattina ho visto le immagini dell’americano (DiBenedetto, ndr) che scendeva dall’aereo a Fiumicino, subito ho chiamato Lotito (Claudio, presidente della Lazio, ndr). E gli ho detto: <A Loti’, noi quella fine nun la dovemo fare mai, intesi?>”.
Giachetti non solo non se l’è presa. Ma ha fatto una faccia che dimostra quanto i romanisti, sotto sotto, siano leggermente scettici rispetto al loro nuovo Zio d’America. Leggermente.
Ora il Cav. ha davvero paura dei barconi. “Meglio che si parli dei processi”.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 marzo 2011)
In privato, Silvio Berlusconi l’aveva già detto chiaramente: «Quando sarà possibile, voglio andare in tribunale». Ieri, dopo l’udienza Mediatrade, l’ha ripetuto in pubblico: «Alle prossime udienze sarò in aula». Dietro la svolta di un premier deciso a vestire i panni dell’«imputato a tempo determinato» c’è la paura, confortata già da alcuni sondaggi, dell’«effetto Lampedusa».
La rivolta degli abitanti dell’isola siciliana. La certezza di sbarchi che aumenteranno di giorno in giorno. E l’incubo che l’emergenza si allarghi a macchia d’olio su tutto il territorio nazionale, provocando – nella migliore delle ipotesi – un corto circuito tra un governo che ha promesso di scendere in aiuto dell’Isola e i governatori (soprattutto quelli di centrodestra) che proveranno a resistere. In vista di una tornata di elezioni amministrative con una posta in palio altissima, tutto questo preoccupa il Cavaliere molto più del caso Ruby. Non a caso, nella sua cerchia ristretta, fior di spin-doctor l’hanno spinto a buttarsi a capofitto sui processi, con l’obiettivo «di allontanare l’occhio dell’opinione pubblica» da un’emergenza migratoria che l’Italia non sembra in grado di affrontare. Detto altrimenti, «se i giornali si concentrano sulle aule dei tribunali, almeno i nostri elettori ce li teniamo. Se invece l’agenda dei media sarà sintonizzata sempre più sugli sbarchi dei clandestini, rischiamo grosso». Dove per «rischiare grosso» s’intende il rischio subire la stessa sorte toccata negli ultimi giorni a Nicholas Sarkozy e ad Angela Merkel, puniti dall’elettorato alle cantonali francesi l’uno, e in due lander della Germania (Renania e Baden Wuerttemberg) l’altra.
Due sere fa, parlando al telefono col governatore siciliano Raffaele Lombardo, il premier ha mostrato il suo volto più rassicurante. «Tranquillo Raffaele», è stato il momento decisivo di una chiacchierata decisamente tesa, «ci penserò io in prima persona a svuotare Lampedusa». Il presidente della Regione Sicilia, però, è convinto del contrario. E ad alcuni colleghi “terzopolisti” con cui ha avuto modo di confidarsi tra domenica e ieri, il leader dell’Mpa l’ha spiegato con una battuta: «Vedrete che Berlusconi, da questa partita, cercherà di stare il più lontano possibile. Perché sa che su questo rischia veramente un crollo di popolarità».
Morale della favola? Il consiglio dei ministri straordinario, che dovrebbe mettere a punto il piano per l’evacuazione di Lampedusa, è convocato per domani. Ma gli effetti collaterali della decisione di trasferire in migranti «in Tendopoli dislocate su tutto il territorio nazionale», come anticipato dal prefetto di Palermo Giuseppe Caruso, rischiano di provocare una deflagrazione all’interno una maggioranza sull’orlo di una crisi di nervi. Dove Pdl e Lega rischiano di finire in contrapposizione più di quanto non lo siano già.
Roberto Maroni, che in un’intervista al Corriere della sera di ieri ha minacciato il ricorso a «rimpatri forzosi», è indispettito. «Lo dico da un mese che ci sarebbe stata un’emergenza e nessuno mi ha dato retta», sono le lamentele (per adesso private) del titolare del Viminale, che poco meno di un mese fa affrontò la “questione tunisina” in un faccia a faccia riservato con Massimo D’Alema. Quanto alle critiche mosse dal governatore siciliano all’esecutivo, il ministro dell’Interno, intervistato da Radio Padania, ha detto senza troppi giri di parole che «Lombardo è andato a Lampedusa solo per fare una sceneggiata». Quest’ultimo, però, non sembra essere il pensiero di Ignazio La Russa. «Non possiamo immaginare il blocco forzato degli immigrati», è stato il ra
gionamento svolto ieri a Torino dal titolare della Difesa. Che su un punto, però, è chiarissimo: «Tocca al ministro degli Interni approntare un piano».
Ma per avere la certezza di quanto il «fattore Lampedusa» tormenti i sonni pre-elettorali del centrodestra basta citare due testi. Il primo è la nota congiunta con cui i quattro vertici del gruppi parlamentari pidiellini (Gasparri, Quagliariello, Cicchitto e Corsaro) hanno chiesto «un incontro urgente al governo» sull’emergenza immigrazione. Il secondo è la dichiarazione di Riccardo De Corato, il vicesindaco di una Milano che andrà al voto tra un mese: «Tendopoli in Valpadana? In tema di accoglienza, noi abbiamo già dato».
Sbarchi continui, tendopoli, regioni in rivolta, sondaggi in caduta libera. «Meglio tentare di spostare l’attenzione sui processi», ragionano nell’entourage di un premier che ieri ha parlato tanto dei pm di Milano, ma s’è tenuto ben alla larga dal commentare l’emergenza di Lampedusa. Ma è una mission impossible. Soprattutto se, al consiglio dei ministri di mercoledì, la Lega tenterà di “monetizzare” consensi elettorali anche a costo di rimarcare i propri distinguo rispetto al resto del governo. Senza dimenticare la certezza, che il diretto interessato ha affidato domenica a Lucia Annunziata su Rai Tre, che Giulio Tremonti non allargherà i cordoni della borsa nemmeno per far fronte all’ennesima emergenza.
Da Claudia Cardinale a Gianfranco Fini: chiedi chi è Pasquale Laurito.
di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 agosto 2008)
Porto Ercole. Se non si rischiasse di fargli un torto, ora che se ne sta al sole della Feniglia come fa tutte le estati dal 1951 a questa parte («La prima volta venni con Flaiano e quella schifezza di Cala Calera non c’era ancora»), e se non si temesse di fargli andare di traverso i maltagliati pinoli e gamberi di “Braccio”, allora si potrebbe osare. Banalmente. Si potrebbe dire, dopo averlo sentito raccontarsi per ore, che forse, lui, altro non è che l’Ulisse cattocomunista (senza trattino) della politica italiana. Per molti più leggenda che semplice realtà. Perché Pasquale Laurito, anni ottantadue, sembra essere stato ovunque ci fosse da stare, in Italia, negli ultimi sessant’anni e passa. Anche quando non era fisicamente presente. Con la sua Velina rossa ha scritto dei primi contatti tra il Vaticano e l’Unione sovietica di Gorbaciov, ha svelato il segretissimo incontro tra Berlinguer e Craxi alle Frattocchie, ha anticipato di tre giorni il risultato esatto della battaglia del ’94 tra D’Alema e Veltroni per la segreteria del Pds. Ma questo è modernariato. Laurito non è soltanto l’unico essere vivente ad aver calcato il palcoscenico di Montecitorio dall’Assemblea costituente alla sedicesima legislatura. Non è soltanto l’unico ad aver visto all’opera, e da molto vicino, sia Alcide De Gasperi che Marianna Madia. Non è soltanto l’antesignano dei pescecani da Transatlantico. No. Pasquale Laurito è stato anche attore e gallerista d’arte. Protagonista delle notti di via Veneto, dei pomeriggi della piazzetta di Capri e dei giorni di Botteghe oscure. Laurito sette vite. Pasqualino settesistenze. Se non avesse girato così tanto, forse, non sarebbe stato il primo ad annunciare la nascita della televisione italiana. Ancora oggi, quando pensa a quel giorno dei primi anni Cinquanta, si lascia andare all’emozione. «Ah, che scoop…». In quel tempo, Laurito lavorava a Paese sera, l’edizione pomeridiana del Paese. E lo scontro parlamentare sull’imminente nascita della tv l’aveva vissuto in presa diretta. «La Dc voleva la televisione mentre il Pci era contrario. Anche La Malfa, pur di andare contro i democristiani, sosteneva la battaglia dei comunisti». Lo scoop gli capitò quasi per caso, passando a piedi alle cinque di mattina dalle parti di Monte Mario. «Mi accorsi che c’era un cantiere e mi avvicinai agli operai che stavano lavorando. “Ma che state costruendo?”, chiesi con l’aria ingenua del passante un po’ curioso. Uno di loro mi rispose che proprio lì sarebbero sorte le torri della televisione. Feci finta di niente e mi allontanai. Arrivato di corsa al giornale, chiamai il fotografo e insieme a lui tornai laggiù, in motocicletta». «Nasce la televisione», titolò Paese sera. E Pasqualino se la ride ancora oggi, ricordando l’impatto di quell’articolo sul dibattito parlamentare. «Urlavano tutti, alla Camera, sventolando all’indirizzo dei democristiani la prima pagina del giornale».
LA PENNA ROSSA DEL MIGLIORE. Tutto era cominciato a Lungro. Tremila anime e una minoranza albanese a settecento metri dal livello del mare, in provincia di Cosenza. È nato laggiù, Pasquale Laurito, figlio di un medico socialista e di una donna devota. «Mia madre mi fece battezzare di nascosto», ricorda oggi ostentando con orgoglio il suo essere, insieme, cattolico e comunista. «La gran parte delle sezioni comuniste nella provincia di Cosenza le ho inaugurate io. La prima tessera del Pci la presi da cattolico, nel 1945. E ancora oggi vado a messa tutte le domeniche. Sono un vero cattocomunista». Arrivato a Roma, dice, «cominciai a fare il cronista politico a Democrazia del lavoro. Per 90 lire al mese raccontavo le sedute della Costituente dalle tribune di Montecitorio, visto che all’epoca i giornalisti non potevano entrare in Transatlantico». In quel periodo, Pasqualino incontra le due persone che gli hanno «cambiato la vita»: Palmiro Togliatti e Federico Caffè. «Togliatti – racconta Laurito – lo conobbi una sera del ’45 a via Quattro novembre, all’Unità. Presi dalla taschino la mia tessera del Pci e gli chiesi di firmarla». Delle prime volte col Migliore, Pasqualino ricorda la grande stima che il segretario nutriva nei confronti di certi democristiani («Palmiro aveva grande considerazione di La Loggia, fine economista»), le sue camminate in Transatlantico («Nilde stava sempre quattro passi indietro») e l’ideale penna rossa con cui correggeva il giornale di Gramsci. «Era molto attento all’Unità, soprattutto a come venivano scritti i pezzi di cronaca. Vede, quasi tutti i giornalisti della redazione dell’epoca erano reduci dal confino, gente che era stata a lungo tenuta lontana dai propri affetti. Per questo, nel dare notizia di una morte, facevano spesso dei lunghissimi preamboli sui genitori distrutti dal dolore, le mogli disperate, i figli che piangevano. E la notizia finiva, inesorabilmente, in coda. Tutto questo faceva andare in bestia Togliatti. Che iniziando a leggere quegli articoli, non di rado, esclamava: “Perché piangono ’sti genitori? Perché si disperano ’sti figli? Possibile che dobbiamo leggere tutto l’articolo per capire che c’è stata una morte, per sapere chi e come?”. Finiva che molto spesso li faceva riscrivere, quei pezzi». Nel raccontare i suoi primi anni da cronista, Laurito salta spesso da Caffè a Togliatti e da Togliatti a Caffè. «Federico l’ho conosciuto quand’era collaboratore di Meuccio Ruini. Un economista unico, un riformista straordinario, di fronte a cui fior di comunisti si levavano il cappello», sottolinea Laurito anche quando, lasciando volontariamente terreno alla sua ben nota vis polemica, invita «tutti i cialtroni che oggi si dicono riformisti a rileggere quello che scriveva Caffè». L’economista che sapeva di non poter prescindere da Marx. Il riformista che si schierò contro il decreto con cui Craxi tagliò di quattro punti la scala mobile. Pasqualino ripensa ancora oggi ai decenni passati a chiacchierare con Caffè. E di fronte agli interrogativi sulla misteriosa fine dell’economista, inghiottito dal nulla in un giorno di primavera del 1987, Laurito offre le sue certezze. «Si fidi di me, che l’ho conosciuto e frequentato per quarant’anni: Caffè non si è suicidato». Poi guarda il mare dell’Argentario e indica il Sud. «La Calabria… Caffè è finito laggiù, a rinchiudersi dentro la Certosa di Serra San Bruno. Tra i monaci, in quel posto dove entra soltanto chi non vuole uscire più».
DA CHAGALL ALLA CARDINALE. «Mio padre non voleva che facessi il giornalista», dice Paqualino Laurito con l’espres
sione di chi vuol negare al genitore persino un barlume di ragione postuma. «E comunque di giornalismo non si campava», spiega tirando nuovamente fuori la vecchia storia delle 90 lire al mese che gli passava, agli esordi, Democrazia del lavoro. Furono proprio le ristrettezze da taccuino ad avvicinare Laurito sia alle opere d’arte che al mondo del cinema. «Tutti dicevano che in fatto di quadri – racconta sventolandosi l’indice sulla punta del naso – avevo un gran fiuto. E così nel ’48 mi misi in testa di aprire una galleria d’arte a via Alibert, la stradina che incrocia sia via Margutta che via del Babuino. Riuscii ad avere qualche Chagall e un paio di Mirò, che però non potevo vendere. L’esposizione di quelle opere doveva durare quindici giorni; invece, tanto fu l’afflusso di gente che la tenemmo in piedi per un mese e mezzo. Su quei quadri non avremmo guadagnato una lira, era chiaro. Ma immaginammo che l’esposizione di Chagall e Mirò avrebbe dato la visibilità giusta alla galleria». Il fiuto per i quadri diventa per Laurito un passpartout per i paradisi romani. «Pertini l’ho conosciuto così, consigliandogli le opere d’arte da comprare…». Sempre nel ’48 Pasqualino fa il suo ingresso nel mondo della celluloide, con i galloni di «generico». Appare in Anni difficili di Luigi Zampa. Quindi veste i panni dell’usciere in Un giorno in pretura di Steno. «Andavo a mangiare da Otello, in via della Croce, un posto frequentato da molti cinematografari dell’epoca». Tra questi Mauro Bolognini, che nel 1960 porta Laurito sul set del Bell’Antonio. «Facevo la parte dell’avvocato mandato dal Vaticano in Sicilia per indagare sull’impotenza di Mastroianni e sul suo matrimonio con la Cardinale, visto che il padre di lei si era rivolto alla Sacra Rota per l’annullamento delle nozze». Di quell’esperienza, a Pasqualino, rimangono tre cose. L’antipatia nei confronti di Claudia Cardinale, «pedante e piena di sé», com’ebbe a dire ricordare tempo fa in un’intervista al Corriere della sera. Il compenso a sei cifre, «non avevo mai guadagnato tanto». E le parole di suo padre: «Mi disse: “Finora hai giocato. Adesso però lascia stare il cinema”». All’epoca, Pasqualino lavorava a Paese sera. La sua giornata tipo? «Entravo al giornale prima dell’alba e uscivo verso le tre. Nel pomeriggio, andavo sul set oppure mi dedicavo alle opere d’arte fino alla sera». Poi, arrivava l’ora della dolce vita. «Il Club 84 di via Emilia – racconta Laurito pescando a caso nell’album dei ricordi – era un posto piccolo e affollato. Quando quelli dell’orchestra si accorgevano che ero arrivato, subito partivano le note di L’amore è una cosa meravigliosa». Dormire, a quei tempi, non era affar suo.
LA VELINA ROSSA. Un pomeriggio del giugno del 1978, Laurito, che nel frattempo è passato all’Ansa, si trova a Botteghe Oscure. Da lì a poco avrebbe avuto inizio una riunione della segreteria del Pci. Il racconto di Pasqualino parte da una telefonata: «Chiamai la redazione dell’Ansa e mi feci passare il direttore, Sergio Lepri. Gli dissi, semplicemente: “Guarda che il Partito comunista sta per chiedere ufficialmente le dimissioni del presidente della Repubblica”». Dopo la morte di Moro, le polemiche sul presunto coinvolgimento di Giovanni Leone nello scandalo Lockheed erano riprese, e più forti di prima. «Ma Lepri – prosegue il racconto di Laurito – non credette a quello che gli stavo dicendo. E iniziò a urlare al telefono frasi del tipo: “Ma che ti inventi? Ma cosa dici? La riunione non è nemmeno iniziata e tu dici che i comunisti chiederanno le dimissioni di Leone? E perché non fanno un comunicato stampa?”». Di fronte al possibile scoop, Pasqualino insiste. «Non mi arresi. Non foss’altro perché al mio fianco c’era Tatò (segretario di Berlinguer, ndr) che sentiva la telefonata. E feci un ultimo tentativo: “Senti, Lepri, diamo la notizia con una formula tipo a quanto si apprende da fonti qualificate, il Pci… e guadagniamo cinque ore rispetto agli altri”. Ma lui niente, non ne volle a che sapere: “L’Ansa non fa giornalismo in questo modo”, mi rispose prima di attaccare il telefono». La notizia finisce in una velina che salta di mano in mano, prima di essere lanciata dalle altre agenzie. E l’Ansa passa dallo scoop al buco. In quel giorno di giugno, circolò la prima versione «clandestina» di quella che sarebbe poi diventata la nota politica di Pasquale Laurito: la Velina rossa. In quel tempo, racconta Pasqualino, «l’unica Velina che circolava era quella di Vittorio Orefice, che però sulla sinistra non aveva neanche l’ombra di una notizia. Tra gli abbonati lui aveva anche le istituzioni e qualche azienda. Io ho invece scelto di mandare la mia nota politica solo alle redazioni, per essere più libero. E per rispetto l’ho sempre sospesa durante i congressi del Pci». Ufficialmente la Velina rossa nasce all’inizio degli anni Ottanta. «Venni a sapere – racconta Laurito – che Craxi aveva convocato una riunione notturna dei maggiorenti socialisti per chiedere la testa del suo capogruppo alla Camera, Silvano Labriola, il cui nome era emerso nella lista degli iscritti alla P2. Scrissi tutto sulla Velina. Finì con Bettino che s’incazzò come una belva e smentì la notizia. E con Labriola che, non avendo capito la trama alle sue spalle, si mise a urlare contro di me in Transatlantico. “Brutto stronzo – mi disse Silvano – siamo amici e tu cerchi di farmi fuori?”. Dovettero passare degli anni prima che Labriola, dopo aver appreso che la riunione segreta c’era stata davvero, venisse da me a scusarsi e ad ammettere che la Velina rossa gli aveva salvato il posto».
MASSIMO&WALTER. La nota politica di Pasquale Laurito resiste all’incedere, spesso tutt’altro che elegante, del tempo. Anche se col passare degli anni, è cambiata la ragione sociale che le attribuisce chiunque la riprenda: da nota «vicina a Botteghe oscure» ad agenzia «notoriamente vicina a Massimo D’Alema». Una cosa è certa: se c’è un socio anziano del club dalemista, quello è Pasqualino. «Massimo ha una cultura, un’intelligenza politica…», ripete Laurito, la cui passione per l’ex premier lo porta spesso e volentieri, quando parla di lui, a non arrivare mai al verbo. Quando il lider maximo fu candidato al Quirinale, più d’uno sentì Pasqualino lasciarsi andare a un felicissimo «ora posso pure morire contento». Salvo poi ricredersi quando la nomination dalemiana per il Colle più alto si arenò. Sull’affaire, Laurito offre un distillato di Velina. Rosso, s’intende. «Ciampi – giura Pasqualino – non aveva alcuna voglia di fare il bis. Dovendo far arrivare il messaggio a palazzo Chigi, su al Colle scelsero come ambasciatore Mastella. Convocarono Clemente al Quirinale e gli dissero chiaramente: “Il presidente vede bene una candidatura giovane…”. Era un’apertura a
D’Alema. Ma Romano Prodi, che invece puntava su Amato, rispedì quelle parole al mittente. Il povero Clemente venne da me per dirmi della furibonda reazione prodiana al messaggio del Colle. E toccò a me dire a D’Alema che Mastella doveva parlargli urgentemente…». Va da sé che al dalemista Laurito non piaccia Veltroni. «La Velina rossa – ricorda con orgoglio – indovinò al millesimo, e con tre giorni di anticipo, l’esito del consiglio nazionale che decise la sfida tra D’Alema e Veltroni per la segreteria del Pds. Era l’estate del ’94. Quando arrivò il voto finale, che dimostrò l’esattezza della mia previsione, ero su una barca a vela, in mezzo al mare». Il Pd targato Veltroni, a Pasqualino, non piace per nulla. «Ma che partito è – s’inalbera – un partito in cui non è possibile neanche discutere? Il vecchio Pci era un’altra cosa. Magari le decisioni le prendevano solo i vertici ma quantomeno si parlava, ci si confrontava, si litigava». Qualche tempo fa, incrociandolo, Veltroni si è lasciato scappare un «chissà se, un giorno, anche Laurito diventerà più buono». Ma Pasqualino niente. «Laurito – dice lui stesso – non diventerà buono neanche da morto, capito?». Gli stessi toni furenti che ha opposto «a un personaggio molto autorevole, che mi ha suggerito di cambiare l’aggettivo della mia Velina da rossa a democratica». Niente da fare. Laurito è uno di quelli che non molla, neanche di un millimetro.
QUEL «NO» A PERTINI. A ottant’anni e passa, per tre stagioni su quattro, continua presentarsi a Montecitorio la mattina presto. Alle 9 è già in Transatlantico da un pezzo, con la mazzetta dei giornali sotto il braccio. Non di rado capita che persino Gianfranco Fini, che della Camera oggi è il presidente, lo cerchi per parlare con lui al riparo da sguardi indiscreti. La sua Velina è pronta nel pomeriggio. Due cartelle al massimo, rigorosamente vergate a mano (Laurito delle tastiere è nemico assai), che qualche collega (un tempo era Rina Gagliardi, oggi l’onere e l’onore sono di Alessio Falconio di Radio radicale) si prende la briga di digitare. «Che vuol fare? Non riesco a vivere senza fare il giornalista», spiega Pasqualino. Che ricorda: «Quand’era presidente della Camera – siamo nel ’78 – Sandro Pertini pretendeva di pranzare con me quasi ogni giorno. Era ossessionato dall’idea di diventare capo dello Stato e aveva paura che il Pci, alla fine, gli avrebbe preferito un democristiano. Temeva soprattutto Alessandro Natta, evocando fantomatiche gelosie tra liguri. “Laurito, dammi una mano, diglielo tu…”, diceva sempre». Quando Pertini viene eletto presidente della Repubblica, «come gli avevo pronosticato, mi chiese di seguirlo al Colle. “Adesso non puoi lasciarmi da solo”, ripeteva ad ogni mio rifiuto. Mandò persino la moglie, Carla Voltolina, a parlare con me. Non ne volli a che sapere anche perché, se mi fossi rinchiuso al Quirinale, sarei morto da un pezzo». Il Transatlantico di Montecitorio, Pasqualino, ce l’ha nell’anima. E ora che se ne sta a Porto Ercole, sembra quasi che non veda l’ora che Montecitorio riapra i battenti. L’altro giorno l’hanno chiamato dalla sua Lungro. «Vogliono darmi la cittadinanza onoraria. Ma dico io, come si fa a ricevere la cittadinanza onoraria dal luogo in cui si è nati? Bah…». Farà comunque un salto presto, Pasqualino, nella sua Lungro. «E, come ogni volta che ci vado, passerò un sacco di tempo al cimitero. L’unico posto in cui posso rivedere gli operai della salina, quelli che affollavano le prime sezioni del Pci, laggiù». Storie di sessant’anni fa, che la memoria di Pasqualino settesistenze conserva come se fossero successe ieri l’altro.
Consorte difende il decreto Parmalat: “Sull’italianità la storia mi dà ragione”.
di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)
«Il decreto anti-scalate? Il governo fa bene, il problema è che si è mosso in ritardo. Di fronte alla minaccia di un’azienda francese molto visibile (Lactalis, ndr) che si sta muovendo su Parmalat, e quindi su un settore strategico per il nostro sistema-paese, non si può rimanere fermi».
Giovanni Consorte risponde alla telefonata del Riformista alle 8 di sera. E accetta di discutere di quella parolina che a lui, tempo fa, portò molto male. «Italianità».
L’ingegner Consorte è l’ex numero uno dell’Unipol che, quasi sei anni fa, tentò l
a scalata alla Bnl, poi finita in mani francesi. Da quell’intricatissima stagione, è venuto fuori con condanne in primo grado e in appello per insider trading, poi annullate nel 2009 dalla quinta sezione penale della Cassazione per incompetenza territoriale della procura di Milano. Oggi è patron di Intermedia, e pochi mesi fa è stato uno dei protagonisti del salvataggio del Bologna calcio.
Il dato “storico-politico” della vicenda è che Consorte, nel 2005 come nel 2011, sosteneva la necessità di proteggere l’italianità di alcune aziende. Allora di Bnl come oggi di Parmalat. Nel giorno in cui dal Quirinale arriva la firma al decreto anti-francesi, lo stesso in cui la procura di Milano apre un’inchiesta sulla scalata by Lactalis, l’ex deus ex machina finanziario delle Cooperative dice al Riformista: «Vede, io la penso esattamente come sei anni fa. Non ho cambiato idea. Ciascun paese dovrebbe dotarsi di “barriere in entrata”, per impedire che le sue aziende di determinati settori strategici finiscano in mani straniere. Se non lo facciamo che succede? Succede semplicemente che finiamo di essere produttori e ci limitiamo a fare i consumatori».
Di obiezioni teoriche ce ne sarebbero a bizzeffe. Ma Consorte insiste: «Il settore bancario, la telefonia e mettiamoci pure l’agroalimentare, visto che stiamo discutendo di un’impresa del calibro di Parmalat: se non difendiamo la bandiera italiana sulle nostre aziende, finiremo per essere sempre in balia degli altri. Anche perché gli altri, a differenza nostra, sanno difendersi: che banche abbiamo preso noi in Francia o in Germania?».
Durante il colloquio, l’ex numero uno di Unipol riesce a togliere un po’ di polvere dall’album dei ricordi. «All’epoca, quando sostenevo la necessità di proteggere l’italianità delle banche, mi accusarono di essere il protagonista di una battaglia di retroguardia. E non mi riferisco soltanto ad alcuni esponenti dell’allora governo (sempre guidato da Berlusconi, ndr). Ma anche a tantissimi “soloni” della sinistra, di quelli che anche oggi sono in auge». I nomi, fuori i nomi. «Ma lasci stare… Impedirono a Unipol di scalare Bnl perché quell’operazione avrebbe cambiato la mappa del potere finanziario italiano. Significava impiantare un nuovo polo bancario a Bologna, nella regione che ha la più alta percentuale di risparmio. E farlo fuori dai, chiamiamoli così, “giri tradizionali”. Che dire, si vede che i tempi non erano maturi… Con risultato che oggi una banca come Bnl paga le tasse in Francia, mica in Italia».
Sta dicendo che, difendendo l’italianità di Parmalat, secondo lei il governo si muove come avrebbe dovuto muoversi all’epoca su Bnl? «Sì, questa può essere un’ottima sintesi. In ogni caso la storia dà ragione a me. D’altronde, sostenevo e sostengo una tesi talmente ovvia che è quasi banale», risponde l’Ingegnere. «E poi glielo ripeto: il decreto dell’esecutivo è una mossa tardiva. Senza “barriere in entrata” a protezione dei nostri settori strategici, l’Italia non va da nessuna parte. Servono interventi a livello complessivo, non basta mica un decreto fatto tra l’altro per rispondere alle minacce francesi su Parmalat».
Resta giusto il tempo per due domande, a cui Consorte risponde rapidamente prima che la comunicazione telefonica s’interrompa. Lei che opinione ha del ministro dell’Economia Giulio Tremonti? «Ottima. Un’ottima opinione», scandisce il numero uno di Intermedia. E di Silvio Berlusconi? «Se devo essere sincero, non lo conosco affatto».
