tommaso labate

«Io non mollo». Il Cavaliere intravede la congiura.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 settembre 2011)

«Non bastava la gogna mediatica. Ora ci si mette anche Umberto». Ieri pomeriggio, quando lo avvertono delle dichiarazioni di Bossi da Paesana, le stesse in cui il Senatur auspica la fine anticipata della legislatura, Silvio Berlusconi sbotta: «Adesso intervengo io».

Per il premier è forse l’ora peggiore da quando è iniziata la sua avventura politica. L’ora che scocca nei giorni in cui le sue conversazioni con due «piccoli calibri» che lo tenevano sotto scacco – Valter Lavitola e Gianpi Tarantini – rischiano di demolirne definitivamente l’immagine. Ed è l’ora in cui non c’è soltanto «un nemico» (interno) contro cui concentrare i propri sforzi, com’è stato nei tempi più recenti con Gianfranco Fini (prima) e con Giulio Tremonti (poi). No. Le voci che arrivano da Palazzo Grazioli, la residenza romana che il Cavaliere abbandona in serata per tornare ad Arcore, descrivono un presidente del Consiglio che adesso vede nemici disseminati per tutto il perimetro della maggioranza. Pdl compreso. Nelle ultime settimane l’hanno sentito lamentarsi a più riprese di Roberto Formigoni e Renata Polverini, di Gianni Alemanno e Bobo Maroni. Adesso, tra i suoi fedelissimi, più d’uno è pronto a giurare che «il presidente» non si fida più di nessuno. E che «proprio per questo passerà al contrattacco».
La sorpresa più amara della giornata, ancor più difficile da digerire dei verbali di Bari finiti sui giornali («Me l’aspettavo»), sono le frasi che Umberto Bossi pronuncia da Paesana, provincia di Cuneo. Il Senatur concede all’alleato di una vita giusto un mezzo assist, opponendo il gesto delle corna ai sindaci che contestano la manovra e scagliandosi contro le intercettazioni. Tutto qua. Il resto sono cannonate al quartier generale. «Il governo per adesso va avanti. Fino al 2013? Mi sembra troppo lontano», scandisce dalle sorgenti del Po. Quindi, rilancia la «Padania come alternativa all’Italia», difende la moglie dall’articolo di Panorama («Sono degli stronzi»), attacca frontalmente Brunetta («Renato detto il “nano di Venezia” non capisce un cazzo») e, come a chiudere il cerchio, benedice la futura leadership del figlio Renzo e incorona Roberto Calderoli «mio braccio destro». Sono mosse che, nell’inner circle berlusconiano, vengono considerate oltre il limite della «follia». Comprese le ultime due. Che, a sentire quel che si mormora ai piani alti del Pdl, «provocheranno più danni che altro, visto che rafforzeranno la popolarità nel Carroccio di Maroni, uno che ormai si muove platealmente contro di noi».
Il bombardamento mediatico, ovviamente, non si arresterà. Né si può trascurare che l’agenda dei lavori del Parlamento è un calvario disseminato di appuntamenti che possono far implodere la maggioranza (c’è il voto sull’arresto di Marco Milanese e, a seguire, la mozione di sfiducia contro il ministro Saverio Romano). «No, non starò più fermo», ha detto ieri Berlusconi ai suoi. Da quella frase all’elaborazione di un vero e proprio piano d’azione il passo è stato brevissimo. Per tentate di dimostrare di essere ancora saldamente in sella alla guida del governo, prima il premier ha ricevuto Fabrizio Saccomanni, il direttore generale di Bankitalia che si appresta a prendere il posto di Mario Draghi (il candidato tremontiano Vittorio Grilli sembra ormai fuori gioco). Quindi ha rivoluzionato la sua agenda della settimana prossima, rinunciando alla trasferta newyorkese all’Onu per presentarsi all’udienza del processo Mills in programma lunedì a Milano. Gli spin doctor del Cavaliere la mettono così: «Adesso sarà più difficile sostenere che il Presidente fugge dai magistrati…». Potrebbe finire con il solito “comizio”. E, addirittura, il premier potrebbe arrivare a riconsiderare l’ipotesi di rispondere alla chiamata dei pm di Napoli.
Non è tutto. Se «l’uomo» teme di venire travolto dall’ondata delle carte baresi che finirà sui giornali di oggi, il «politico» s’è praticamente convinto che sta per arrivare «una manovra di Palazzo per farmi fuori». Da qui il messaggio dal bunker, che Berlusconi ha affidato alle colonne del quotidiano diretto da Giuliano Ferrara. «Caro direttore, io non mollo», scrive il premier in una lettera che il Foglio ha anticipato ieri sera. Una lettera in cui il Cavaliere nega di «aver mai fatto cose di cui vergognarmi», in cui parla di un «trappolone» per giustificare la decisione (non definitiva) di testimoniare a Napoli, in cui evoca il golpe di chi vuole «scardinare il funzionamento delle istituzioni». In mattinata, al premier era venuto in mente di convocare una conferenza stampa per rispondere alle domande sulle inchieste di Bari e Napoli. Poi gli inviti alla prudenza di Gianni Letta e Paolo Bonaiuti hanno prevalso sui desiderata del «capo». Che ha concluso la lettera al Foglio con tre messaggi ai presunti congiurati, che ancora non hanno un volto. «Le elezioni ci saranno nel 2013». «C’è una maggioranza di italiani che non è disponibile ad avventure e a nuovi ribaltoni decisi nei salotti». E, soprattutto, «io non mollo».

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17 settembre 2011 at 11:26

«Allarme Moody’s». Paura nel governo. Pronto il pressing per il «passo indietro» del Cav.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 settembre 2011)

Neanche il tempo di tirare le somme al termine dell’ennesima giornata devastante. In serata, nello stato maggiore del Cavaliere arriva la paura di un imminente declassamento da parte di Moody’s del rating italiano.
È da un paio di giorni che l’allarme sta togliendo il sonno agli sherpa della maggioranza che monitorano i rischi del post-manovra. Qualcuno ha anche provato a sottoporre il tema all’attenzione del presidente del Consiglio. Ma senza successo. Da ieri pomeriggio, però, l’incubo sembra aver superato la soglia di rischio. Un berlusconiano vicino alla prima cerchia di potere lo dice con nettezza. «Se nel fine settimana Moody’s declassa il debito italiano, per il governo potrebbe essere davvero l’inizio della fine».
L’inizio di una fine molto rapida. Tanto rapida da poter aprire il dibattito su quel «passo indietro» che il Cavaliere – nonostante la moral suasion di alcuni degli amici si sempre (Fedele Confalonieri e Gianni Letta) – ha sempre rifiutato di prendere in considerazione. Se l’allarme sul declassamento di Moody’s si rivelasse fondato, se davvero l’agenzia statunitense declassasse il debito italiano, allora le aste dei titoli di stato in programma nelle prossime settimane continueranno a essere disertate dagli investitori stranieri. In fondo, è lo stesso scenario che soltanto il deputato-economista del Pd Francesco Boccia ha avuto il coraggio di mettere a verbale: «Un downgrade del debito italiano, subito dopo l’approvazione definitiva della manovra, non sarebbe solo un segnale economico. Ma un segnale politico di sfratto all’esecutivo Berlusconi».
Dentro il blocco Pdl-Lega stanno facendo i conti con la realtà. «Non possiamo morire appresso al berlusconismo», continua a ripetere Roberto Maroni ai suoi uomini. E questi ultimi, al contrario della prudenza delle ultime settimane, stanno per alzare il livello dello scontro. L’europarlamentare Matteo Salvini, ieri sera, l’ha addirittura messo a verbale durante una trasmissione di Radio Lombardia: «Berlusconi ha esaurito il suo mandato, ha esaurito la voglia, la possibilità e la forza». Un avviso di sfratto in piena regola, insomma. Che fa pendant con la voglia dei leghisti vicini al titolare del Viminale di sfruttare il voto segreto (lo chiederanno Italia dei valori e i finiani di Fli) sull’arresto di Marco Milanese per creare «l’incidente».
Probabilmente i maroniani saranno i primi a uscire dai blocchi. Ma il loro non è l’unico gruppo della maggioranza che sta riflettendo su una rapida uscita di scena del Cavaliere. Dentro i confini del Pdl, l’appello di Beppe Pisanu sta raccogliendo sponsorizzazioni inaspettate. Alcune addirittura sorprendenti. Come quella dello storico avvocato del premier Gaetano Pecorella. Che ieri sera, rispondendo alle domande di Giuseppe Cruciani durante la Zanzara su Radio24, ha detto testualmente: «Ci vuole un nuovo governo di larghe intese, anche senza Berlusconi, con un presidente del Consiglio che sia un politico». Perché, ha aggiunto, «in una situazione di emergenza ci vuole un governo di emergenza».
Pecorella fa un passo in più. Spiega che, secondo lui, Berlusconi dovrebbe presentarsi di fronte ai magistrati di Napoli perché «un testimone è un testimone» e «il Codice non prevede eccezioni». Ma la novità della sua uscita riguarda l’esecutivo di responsabilità nazionale, guidato da un politico e non da un tecnico. Il nome che ha in mente? Semplice. È quello di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl continua pubblicamente a insistere per la permanenza in sella di Berlusconi. In privato, però, l’ex guardasigilli è sempre più assediato da chi gli suggerisce di fare «un passo in avanti». La fila è lunga: dal ministro degli Affari Regionali Raffaele Fitto al vicepresidente della Camera Maurizio Lupi, passando per il sottosegretario alla Difesa Guido Crosetto. «Tutta gente», malignano ai piani del gruppo pidiellino della Camera, «che nel segreto dell’urna voterebbe senza problemi a favore dell’arresto di Milanese».
E si ritorna all’«incidente» parlamentare, alla prima data utile – giovedì prossimo, a Mezzogiorno – per far saltare il banco. Prima di questa data, però, di “sessioni di lavoro” per l’eventuale ascesa di «Angelino» a Palazzo Chigi ce ne saranno almeno un paio. Oggi, a Polignano a Mare, il segretario della Cisl Raffaele Bonanni, Pier Ferdinando Casini, Beppe Fioroni e Raffaele Fitto si riuniranno attorno al tavolo di un convegno dal titolo Quale Italia vogliamo?. Sono tutti possibili sponsor di Angelino. Compreso il pd Fioroni, pronto a smarcarsi dal suo stesso partito (che in blocco preme per un governo Monti). Al punto che domenica, insieme ad «Angelino» in persona, l’ex ministro del governo Prodi sbarcherà a Verona per ascoltare l’intervendo del cardinal Bertone al primo Festival della dottrina sociale.

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16 settembre 2011 at 14:13

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Granata: “Su Began, premier non c’entra, Bocchino ingenuo. Le dimissioni di Fini possono accelerare la caduta del Cav.”.”

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(anticipazioni dell’intervista di Tommaso Labate a Fabio Granata, su A in edicola da mercoledì)

FLI: GRANATA, SU ‘CASO’ BEGAN BOCCHINO E’ STATO UN INGENUO
PREMIER NON HA AVUTO NESSUN RUOLO, DA ITALO PIU’PRUDENZA
ROMA, 12 SET – ”No, stavolta Berlusconi non c’entra. Pensare che dietro il tranello teso da Sabina Began a Italo Bocchino ci sia la ‘manina’ del presidente del Consiglio, be’, mi sembra pura fantapolitica”. Lo afferma Fabio Granata, deputato di Fli in un’intervista ad ”A” in edicola da mercoledi’ 14.  ”Mi dispiace dirlo – prosegue – ma Italo e’ stato un ingenuo.
Doveva sapere perfettamente che tipo di persona e’ Sabina Began. Secondo me Berlusconi non ha avuto alcun ruolo. L’errore l’ha commesso Bocchino. Ha peccato di ingenuita’. Posso ammettere che la Began si sia data da fare autonomamente per far ‘inciampare’ Bocchino in una storia d’amore imbarazzante. Magari il suo obiettivo era fare un favore a Berlusconi. Ma ripeto: pensare che dietro le quinte ci fosse il premier, mi sembra
fantapolitica”.

”Italo – aggiunge – e’ libero di fare tutto cio’ che vuole. Ma la Began, che era tra le organizzatrici dei festini del presidente del Consiglio, rappresenta uno degli aspetti del berlusconismo che noi finiani abbiamo combattuto. Basta questo
per sostenere che Bocchino avrebbe dovuto essere molto piu’ prudente”.(ANSA).

GOVERNO:GRANATA, SE FINI SI DIMETTE ACCELERA CADUTA PREMIER
(ANSA) – ROMA, 12 SET – ”E’ probabile che le dimissioni di Fini dalla presidenza della Camera accelerino la caduta di Berlusconi”. Lo afferma Fabio Granata, deputato di Fli in un’intervista ad ‘A’ in edicola da mercoledi’ 14.  ”Dobbiamo tornare – prosegue – alla nostra strategia dell’anno scorso. Quando, di questi tempi, la nostra sfida al berlusconismo ci porto’ sopra l’8 per cento nei sondaggi. Con una differenza. Nel 2010 il tema era che Fini doveva rimanere in sella per far dimettere Berlusconi. Adesso e’ probabile che le dimissioni di Gianfranco accelerino la caduta del Cavaliere”.
Rispondendo ad una domanda sulla possibilita’ che siano tutti d’accordo con questa ipotesi, il vice presidente della commissione Antimafia risponde: ”Ci sono due scuole di pensiero. Dimettendosi Fini potrebbe concentrarsi di piu’ sulla politica. Anche se alcuni sostengono che, se Gianfranco lasciasse la presidenza della Camera, l’opposizione si
indebolirebbe”. (ANSA).

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12 settembre 2011 at 12:53

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Claudio Amendola: “Gli italiani? Tecnicamente, un popolo di ladri. E Penati andrebbe espulso dal Pd”

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(anticipazione dell’intervista di Tommaso Labate a Claudio Amendola, su A in edicola oggi)

MANOVRA: AMENDOLA, NON VOGLIO PAGARE TASSE A POSTO DEI LADRI L’ATTORE SU ‘A’, ‘PENATI DOVREBBE DIMETTERSI’

(ANSA) – ROMA, 6 SET – ”Non avrei mai pagato il contributo di solidarietà previsto all’inizio nella manovra anti-crisi. E sapete perché? A me, che non ho mai evaso un centesimo, non va di pagare le tasse al posto dei ladri”: lo dice l’attore Claudio Amendola in un’intervista ad ‘A‘, il settimanale diretto da Maria Latella. Per Amendola, ”in un momento di grave crisi economica sarebbe giusto che chi ha il privilegio di avere di piu’, come il sottoscritto, paghi di piu’. Se fossimo in un Paese normale… Ma l’Italia non e’ un Paese normale. Altro che popolo di navigatori, sognatori, poeti. Siamo un popolo di truffatori. E’ una verita’ scomoda, ma e’ la verita’. E’ nessun politico ha mai avuto il coraggio di dirla”.

Amendola, da sempre schierato a sinistra, parla anche dell’inchiesta che coinvolge Filippo Penati, ex presidente della Provincia di Milano: ”Dovrebbe dimettersi da consigliere regionale e il Pd lo avrebbe dovuto espellere subito dal partito. Io mi auguro che venga assolto e che possa essere riabilitato con mille scuse. Ma di fronte allecarte dell’inchiesta che si leggono sui giornali, non c’e’ garantismo che tenga”.

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7 settembre 2011 at 09:56

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Bersani va al corteo. Ma c’è tensione dentro il Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 settembre 2011)

Alle 16 di ieri, quando Pier Luigi Bersani annuncia la sua partecipazione allo sciopero generale della Cgil, un pezzo del partito scende sul piede di guerra. Da Veltroni a Letta, da Fioroni a Renzi: tutti contro la decisione del segretario di schierare i Democratici con la Camusso.

Massimo D’Alema sceglierà la piazza di Genova, approfittando della concomitanza con un dibattito nel capoluogo ligure che aveva in agenda da due mesi. E in piazza ci sarà anche Rosy Bindi, per protestare contro l’articolo 8 della manovra e soprattutto perché – dice – «è un dovere esserci» e dire «al governo che così non va». Non solo: manifesteranno dietro le bandiere della Cgil anche Stefano Fassina e Sergio Cofferati, l’ex ministro Cesare Damiano e Paolo Nerozzi. E altri ancora.
Ma, stavolta, la frattura interna al Pd sulla scelta di partecipare allo sciopero della Cgil va ben oltre il solito giochino del «chi va / chi non va» alle manifestazioni del sindacato di corso d’Italia. Soprattutto perché, stavolta, a finire sott’accusa sono, nell’ordine: la decisione di Bersani di prendere parte alla manifestazione di Roma; e il comunicato con cui il responsabile Economia del partito, Stefano Fassina, ufficializza la «presenza» del Pd ai cortei.
Il segretario, che sin da subito aveva guardato con attenzione allo sciopero indetto dal sindacato della Camusso («Dobbiamo essere ovunque si protesti contro questa manovra», aveva scandito giovedì nella sua relazione al coordinamento del partito), ha preso la decisione di scendere in piazza solo ieri. Soprattutto dopo aver ascoltato i rappresentanti degli enti locali che minacciavano la restituzione delle deleghe al governo. Arrivando a quell’incontro è scattata la molla che ha convinto il leader pd a sciogliere ogni riserva. «Certo che ci sarò, ci saremo con tutti quelli che criticano questa manovra», ha spiegato Bersani. E ancora, sempre dalla viva voce del segretario: «Il governo? Sono irresponsabili, non ho altra definizione. Chiederemo alla Camera lo stralcio dell’articolo 8». La nota di Fassina, altro tassello contestato da un pezzo di partito, era arrivata poco prima. «Il governo Berlusconi deve andare via per il bene del Paese», aveva messo nero su bianco il responsabile economico del Pd. «Le mobilitazioni di lavoratori, giovani e pensionati vanno sostenute. Per questo – conclusione – saremo allo sciopero generale indetto dalla Cgil».
E il pezzo del partito che si oppone? Walter Veltroni, per adesso, sceglie il silenzio. Ma basta ascoltare uno degli esponenti democratici a lui più vicini, Giorgio Tonini, per capire che aria tiri dalle parti dell’ex segretario. «Capisco le ragioni della Cgil ma non le condivido. Questo sciopero è sbagliato in sé», spiega il senatore. E la scelta del Pd di essere presente? Tonini mette da parte qualsiasi eufemismo e lo dice con nettezza: «Il compito del Pd, che il partito non sta svolgendo come si deve, non è quello di schierarsi con un sindacato che scende in piazza da solo. Ma incalzare il governo, portarlo su strade come quelle indicate da Romano Prodi nel suo editoriale sul Messaggero di domenica». Riforme di lungo periodo e «severe decisioni a effetto immediato», insomma.
Anche Beppe Fioroni, il deputato del Pd più vicino alla Cisl targata Bonanni, scende in campo contro Bersani: «La Cgil, ovviamente, è libera di fare le scelte che ritiene più oppurtune. Ma non non possiamo andarle sempre dietro». Perché, aggiunge l’ex ministro della Pubblica Istruzione, «la nostra bussola dovrebbe essere l’invito alla responsabilità che ci è arrivato l’altro giorno da Giorgio Napolitano. Non possiamo fare come quei surfisti che provano a cavalcare l’onda della piazza, salvo poi rischiare di venirne travolti».
L’area del dissenso va oltre i confini di quel Movimento democratico di cui sia Veltroni che Fioroni fanno parte. Lo schieramento di piazza del Pd non piace a Enrico Letta, anche se lui e il suo braccio destro Francesco Boccia scelgono la strada del silenzio. E non piace a chi, come Marco Follini, dice che «chi allinea il Pd alla Cgil non fa un buon servizio». Dissente, anche se tace, pure Matteo Renzi. Ma la posizione del sindaco di Firenze è nota: «Non possiamo andare dietro la Cgil».
Ma Bersani è convinto di essere sulla strada giusta. «I sondaggi dimostrano che la presenza del Pd nei luoghi dove si protesta contro la manovra è riuscita ad “assorbire” anche il caso Penati», dicono i fedelissimi del segretario. Ma la giornata di oggi è destinata, in un senso o nell’altro, a lasciare un segno nella storia dell’opposizione che verrà. E non tanto per la distinzione tra Vendola («Sarò in piazza») e Casini («Lo sciopero è del tutto sbagliato»). Quanto perché l’opposizione delle altre forze sociali alla mossa della Cgil non si riassorbirà in poco tempo. Basta leggere, e nemmeno troppo tra le righe, l’intervista che il leader della Cisl Bonanni ha rilasciato al settimanale A di Maria Latella: «Questo sciopero è stato deciso per regalare una passerella a leader politici senza più nessuna credibilità».

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6 settembre 2011 at 11:06

Profumo di Montezemolo: s’avanza un «quarto polo» che punta sulle urne nel 2012.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 settembre 2011)

Non può essere solo una coincidenza. Infatti non lo è. Ieri l’altro, mentre a Labro Alessandro Profumo dava la sua disponibilità a entrare in politica bacchettando Pdl e Pd, nel direttivo di Confindustria riunito a Milano la parola e l’aggettivo più gettonati – che accompagnavano la stroncatura senz’appello della manovra (e delle manovre) del governo – erano «elezioni» e «anticipate».

Da Labro, il paese in provincia di Rieti dov’è in corso la festa dell’Api di Francesco Rutelli, a Milano, dov’è andato in scena l’ultimo consiglio direttivo di Confindustria, ci sono più di cinquecento chilometri. Eppure, giovedì, era come se fossero due località confinanti. Comunicanti. Nella riunione nel capoluogo lombardo, la stessa in cui il gotha degli industriali giudicava la manovra (e anche il governo) «debole» e «inadeguata», più d’uno ha teorizzato l’imminente default dell’attuale sistema politico italiano. Una possibile sintesi dell’aria che tirava e tira in Confindustria potrebbe essere la seguente: «I balletti sulla manovra dimostrano che il governo non è in grado di superare lo scoglio della manovra e di rispondere con efficacia alla richiesta di rigore che arriva da Bruxelles. E del centrosinistra, ovviamente, non ci fidiamo». Di conseguenza, non si può escludere che «la primavera del 2012 possa essere il momento dell’appuntamento con le elezioni anticipate».

Se a Milano gli industriali mettevano nero su bianco i sintomi (secondo loro) della malattia, a Labro si materializzava quello che (secondo loro) è il medicinale per curarlo. L’annuncio della disponibilità di Profumo, unito all’evergreen di un Montezemolo che pare definitivamente arrivato alla decisione di fare il «passo in avanti», possono essere – agli occhi di quelli che Berlusconi chiama «i poteri forti» – le mosse in grado di scombinare il sistema. Di ridurre (non si sa di quanto) il blocco sociale del centrodestra del Cavaliere. E di “tentare” quel pezzo di classe dirigente del centrosinistra che teme il remake del film del 1994, segnato dal fallimentare protagonismo della «gioiosa macchina da guerra».
Montezemolo e Profumo, racconta chi li conosce bene, non hanno molte cose in comune. Ma c’è un aspetto, non trascurabile, che potrebbe portarli a una convivenza pacifica sotto uno stesso tetto (politico). «Mentre Luca è uno che per forza deve fare il numero uno», dice un amico di entrambi, «Profumo ha sempre avuto l’umiltà di mettersi a disposizione di un progetto, senza per forza voler fare il “capo”». E a dispetto dei rumors che li danno lontani anni luce, aggiunge la fonte, «non è da escludere che le loro strade possano incrociarsi molto presto». Magari «possono insieme sostenere i quesiti del Mattarellum. Ma entrambi sono sicuri che si voterà con l’attuale Porcellum, che consente comodi ingressi in Parlamento anche a chi non ha grandi coalizioni alle spalle».

Sotto l’ombrello del Terzo Polo del tridente Casini-Fini-Rutelli, come ha teorizzato ieri Italo Bocchino («Se Profumo scenderà in campo, lo farà con noi», ha detto ad Affaritaliani) e come vorrebbe Bruno Tabacci? Non è detto. Non a caso il leader dell’Udc, che aveva commentato a caldo con entusiasmo la disponibilità dell’ex ad di Unicredit a «darsi da fare», ieri ha smorzato i toni: «La candidatura di Profumo? Si tratta di un dibattito prematuro. Stiamo parlando – ha aggiunto Casini – di persone fuori della politica che oggi esprimono una disponibilità. Il compito del Terzo Polo è quello di intercettarle. Ma parlare oggi di incarichi e posti banalizza tutto e sarebbe anche controproducente per noi».

Morale della favola? L’operazione «quarto polo», che potrebbe avere in Montezemolo e Profumo due  dei protagonisti («Ma altri industriali sono pronti a farsi avanti», mormorano fonti di Confindustria), nasce da lidi che poco hanno a che fare con la politica. A Cernobbio, al forum Ambrosetti, ieri non si parlava d’altro. Manovra inadeguata, governo incapace, e tandem Montezemolo-Profumo. Alberto Bombassei, vice presidente di Confindustria, ai microfoni di Radio 24: «La politica ne trarrebbe beneficio. Quindi ben venga Profumo e ben venga Montezemolo un domani». Corrado Passera, amministratore delegato di Intesa-San Paolo: «Profumo? Persone di grande competenza e autorevolezza internazionale possono portare nella politica risorse intellettuali e umani utilissime. Di lui penso stra-bene». Lascia un segno nel dibattito anche chi, nel centrosinistra, vigila sulle mosse di chi si muove a destra del Pd. «È una buona notizia se Profumo si impegna in politica», mette a verbale Enrico Letta. «Quello di Profumo sarebbe un apporto prezioso», aggiunge il sindaco di Milano Giuliano Pisapia (che ha in giunta uno degli sponsor del banchiere, Bruno Tabacci, e che sta dialogando con tutto quel mondo che tra il perimetro del centrosinistra e quello del centrodestra). Ma al quartier generale del Pd, la mossa dell’ex autorevole sostenitore (la moglie di Profumo, Sabina Ratti, è stata candidata all’assemblea nazionale con Rosy Bindi) non è piaciuta affatto. E qualcuno ricorda quelle parole di Bersani, che a fine luglio – all’inizio dell’inchiesta su Penati – aveva affidato ai fedelissimi la più tetra delle profezie: «In giro c’è qualcuno che vuole riportarci tutti al 1993. Qualcuno che, sapendo che l’originale è alla frutta, è alla ricerca di un nuovo Berlusconi».

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3 settembre 2011 at 09:57

Referendum e caso Penati cambiano l’opposizione. Lo sfogo di Bersani: “De Magistris è da querela”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 2 settembre 2011)

«Quello che dice de Magistris è da querela». Chi ne raccoglie lo sfogo giura che per Pier Luigi Bersani l’intervista del sindaco di Napoli a Repubblica di ieri è più di un boccone amaro. È, testualmente, «un colpo basso».

Nemmeno la soddisfazione di ricevere al Nazareno la delegazione dell’Anci e di sentirsi dire nientemeno che da Gianni Alemanno che «sulla manovra del governo c’è una situazione drammatica» ha ripagato il segretario dalla sorpresa ricevuta di buon mattino a mezzo stampa. Stavolta l’attacco non arriva dal centrodestra. A prendere di mira il leader del Pd, con una chiamata in correità sul caso Penati, è Luigi de Magistris. A una domanda di Concita De Gregorio, che lo intervista per Repubblica, il sindaco di Napoli risponde così: «Mi irrita la sorpresa che mostrano i leader di partito di fronte ai casi Bisignani, Penati e quant’altro. Penati era il capo della segreteria di Bersani. Bisignani l’uomo di fiducia di Gianni Letta a Palazzo Chigi. I leader sanno sempre benissimo quel che accade nel loro cerchio stretto».
Parole che Bersani, come spiegano i tanti esponenti del Pd con cui ha parlato ieri, considera «da querela». Questo il «teorema calunnioso» che il leader evoca nella relazione che apre la riunione del coordinamento del partito andata in scena ieri sera (troppo tardi per darne conto integralmente sul Riformista). «Se volessimo usare lo stesso metodo e le stesse argomentazioni di Luigi de Magistris, per il ruolo e la rilevanza che oggi più che mai egli assume nell’Italia dei valori, dovremmo fargli carico di Scilipoti, di Porfidia e di De Gregorio», scrivono in una nota il commissario del Pd partenopeo Andrea Orlando e il segretario regionale campano Enzo Amendola. Parole che riassumono perfettamente il pensiero di Bersani, con cui entrambi hanno parlato dopo aver letto l’intervista del primo cittadino di Napoli.
Dall’inchiesta che ha travolto l’ex presidente della provincia di Milano al vivace (per usare un eufemismo) dibattito interno sulla necessità di sostenere il referendum per il ritorno al Mattarellum: al leader del Pd, che vorrebbe un partito che si dedichi anima e corpo alla guerra contro il governo sulla manovra, i conti non tornano. Sulla seconda questione, che ha messo dalla stessa parte della barricata alcuni big che a stento si rivolgevano la parola (Prodi e Veltroni, tanto per fare un esempio), Bersani ha provato ad ammorbidire i toni. «Non firmo perché sono pagato per fare il parlamentare. E questa è una riforma che va fatta in Parlamento», ha spiegato agli amici più stretti. Però, ha detto ai cronisti, l’approccio del partito nei confronti dei quesiti sarà «amichevole». Un tentativo di sintesi, una via di mezzo che Bersani ha provato a riassumere nella sua relazione al coordinamento di ieri: «Va bene sostenere la raccolta delle firme anche nelle feste del Pd. Ma dobbiamo stare attenti». Perché, ha scandito guardando negli occhi i sostenitori del referendum presenti al summit (da Veltroni a Franceschini, passando per la Bindi), «il Mattarellum non risolve i problemi della politica italiana. E noi non vogliamo rifare l’Unione del 2006». Di conseguenza, ha concluso la parte della relazione dedicata al dossier, «la priorità rimane la nostra proposta di legge depositata in Parlamento. I quesiti devono rimanere “una pistola sul tavolo”».
Bersani avrebbe voluto che la ricognizione col gotha del partito fosse dedicata esclusivamente alla manovra del governo. D’altronde, ha ripetuto, «al contrario del premier penso che l’Italia sia un grande Paese. Gli italiani possono farcela. Per questo dobbiamo essere ancora più duri nei confronti dei pasticci di Tremonti e Sacconi». E soprattutto «insistere nella richiesta di dimissioni del governo perché Pdl e Lega non reggono più le pressioni di un’Europa che ci impone rigore nei conti pubblici». Invece no. L’accerchiamento percepito sul caso Penati gli ha imposto un’altra rotta. «Tutti sono uguali di fronte alla legge. E Penati non fa eccezione», ha detto ieri al summit. E ancora: «Però non potete trascurare la lettera con cui Filippo ha annunciato la rinuncia alla prescrizione. Chi ha un ruolo nel Pd, in questi casi fa un passo indietro».
Eppure si arriva sempre lì. Ai conti che non tornano. Ad alcuni dettagli che stanno lentamente cambiando la geometria delle alleanze dentro il perimetro del Pd e dell’opposizione. Qualche esempio? Veltroni e Fioroni, leader della minoranza interna, si separano sul referendum elettorale (il secondo, intervistato ieri dal Corriere della sera, s’è mostrato decisamente freddo rispetto all’ipotesi). Mentre Enrico Letta e Matteo Renzi, che non sono mai stati granché legati, si sono “avvicinati” al punto che il sindaco di Firenze ha raggiunto lunedì la kermesse lettiana di veDrò (anche) per un’oretta di colloquio (riservato) con il vicesegretario. E non è tutto. La terza stranezza è quella più sorprendente. Alla festa nazionale dell’Api, in corso a Labro, Alessandro Profumo s’è avvicinato in un secondo allo stesso campo che Montezemolo evoca da anni: la politica. «A 54 anni mi metto in gioco, se c’è bisogno di un contributo per far funzionare le cose. La passione non manca». Neanche un’ora dopo Pier Ferdinando Casini l’aveva assoldato come prossimo ministro dell’Economia. Con parole molto chiare: «Sei uno degli uomini più intelligenti del Paese: fai politica».

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2 settembre 2011 at 09:32

CHIUSO PER FERIE

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6 agosto 2011 at 16:43

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«Spacchettare Tremonti». In Aula il battesimo del tandem Maroni-Alfano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 agosto 2011)

Il rebus Tremonti, adesso, ha una soluzione. Spacchettare il suo ministero, lasciandogli solo il Bilancio.

Alle 14 di ieri, quando il Palazzo che attende «l’informativa» di Silvio Berlusconi è ancora deserto, il contenuto del foglietto su cui stanno lavorando nelle stanze del governo rimbalza fino al Transatlantico di Montecitorio. Tremonti lascia l’esecutivo? Oppure il Cavaliere scarica Tremonti? C’è una terza via, anche se assomiglia a una strettoia. «Spacchettare» il superdicastero dell’Economia lasciando che l’attuale inquilino si occupi soltanto di tenere i conti a posto e il pallottoliere in ordine.
Il copyright della trovata, stando a un informato retroscena del Corriere della Sera di quasi due settimane fa (firmato da Francesco Verderami), apparteneva a Bobo Maroni. E la novità che ha permesso l’accelerazione in questa direzione – oltre all’indebolimento di Tremonti per l’inchiesta su Marco Milanese – è dovuta all’intervento di Angelino Alfano. Il segretario del Pdl, che qualche ora più tardi si sarebbe sottoposto col discorso in Aula al battesimo del fuoco da leader di partito, da una parte. Il ministro dell’Interno, che l’avrebbe applaudito a scena aperta e gli avrebbe financo spedito un bigliettino di complimenti, dall’altro. «Angelino» e «Bobo» compongono il tandem che, a sentire i berlusconiani della vecchia guardia, in autunno potrebbe decidere di rivoltare il centrodestra come un calzino. I successori di Berlusconi e Bossi, insomma. Quelli che spingono il premier (contro il parere del Senatur, di Letta e di Tremonti) a presentarsi in Parlamento per «mettere la faccia» sull’emergenza. Gli stessi che, nel giro di pochi giorni, potrebbero costringere «Giulietto» ad accomodarsi nel cantuccio del Bilancio, lasciando ad altri i dossier di Finanze e Tesoro.
Ad altri chi? Sprofondato su un divanetto di Montecitorio, sorridente come una Pasqua per lo sblocco dei Fondi Fas per il Mezzogiorno («E guardate che interventi per la Calabria», ripete a voce alta mostrando un elenco di piccole e grandi opere), il sottosegretario alle Infrastrutture Aurelio Misiti confida: «Ormai la strada mi pare tracciata. Tremonti si occuperà dei conti mentre il resto potrebbe finire momentaneamente sotto l’interim del presidente del Consiglio». Messo così il lodo Alfano-Maroni, che nulla ha a che vedere con la giustizia, risolverebbe il tema della collocazione di «Giuletto» e quello del suo depotenziamento. «E vedrete che Tremonti ci starà», conclude il sottosegretario.
Qualche ora dopo, sono le 17.30, l’Aula di Montecitorio inizia a trattenere il fiato. La fila nobile dei banchi del governo è praticamente al gran completo. La neofita Bernini, poi Carfagna, quindi Prestigiacomo e Romani. E ancora, sempre da sinistra a destra, Giulio Tremonti, che arriva in tempo utile per prendere posto a fianco della seggiola che attende il Cavaliere. Bobo Maroni, invece, è in leggero ritardo. Lo stesso che gli costerà uno sforzo da vecchio spot dell’Olio Cuore: prendere a due mani la sedia che un commesso si preoccupa di passargli, posizionarla a pochi metri dal premier e sedercisi sopra. «Silvio», nel frattempo, è entrato sulla scena. Sono le 17,33. «Sono qui per fare il punto…», esordisce Berlusconi. Tremonti ha le mani giunte. Tolta la sua voce, l’emiciclo pare il set di un film muto. Nei banchi del governo, gli smartphone in azione sono soltanto due: quello in dotazione a Raffaele Fitto e quello del sottosegretario Luca Bellotti, che smanettano per un po’ e poi li mettono da parte.
Man mano che la ricetta di un dottore che non azzecca garbugli si sgonfia del tutto – e succede quando Berlusconi passa dal «paese è solido» al «non sto qui a negare la crisi» – l’Aula si arroventa. Quando il premier chiude, Maroni si sbraccia per toccargli la spalla (facendo anche le funzioni di Bossi, che non c’è). Tremonti applaude. La Russa applaude. Tutta la maggioranza applaude. A conti fatti, l’applausomentro segnerà valori alti, ma non come quelli registrati quando Angelino Alfano entra a piedi uniti nel “racconto” del centrodestra che verrà. «Da quando sono i mercati a stabilire che i governi vadano a casa?». E ancora, sempre dalla viva voce del neo-segretario pidiellino: «E il popolo? E i cittadini? Noi siamo contrari a fantomatici governi tecnici».
La maggioranza inizia un incessante battimani a incoronazione di «Angelino». L’unico che s’astiene è il premier. Maroni è quello che si dimena di più.
Poi tocca a Bersani. Il segretario del Pd, rivolto al premier, scandisce: «O lei ha sbagliato discorso oppure ha sbagliato Parlamento». E ancora, stavolta in direzione dell’ex guardasigilli: «Il discorso di Alfano mi ha impaurito». Quindi il terzo messaggio in bottiglia, destinatario Tremonti, preso pari pari dal 5 maggio di Manzoni: «Vergin di servo encomio / e di codardo oltraggio…». È un modo per dire al titolare dell’Economia che la stessa stampa che l’aveva incoronato, adesso, lo scarica. Berlusconi non capisce: «Ma che ha detto?». La Russa delucida. Tremonti, però, non ride. Non c’è niente da ridere. Pier Ferdinando Casini evoca una commissione bipartisan «che elabori proposte per la crescita in 60 giorni». Di Pietro, che chiama il premier «Silvio», gli dice che «dobbiamo disfarci politicamente di lei». La Camera si svuota al tramonto. Si aspetta l’apertura delle Borse. Delle decine e decine di trolley ammucchiati di fronte al guardaroba, alle 20, non rimane manco l’ombra.

Written by tommasolabate

4 agosto 2011 at 10:39

L’ultimo tramonto del tremontismo? Giulio e l’atmosfera da 2004.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 3 agosto 2011)

Caldo faceva nel luglio 2004, caldo fa nell’agosto 2011. Che si dimetta come allora o provi a resistere, paradossalmente, è quasi irrilevante. La storia si capisce dai dettagli. E nemmeno Giulio Tremonti sfugge a questa regola.

In fondo si tratta di un piccolo dettaglio. Di una frase a mezza bocca che il sottosegretario all’Economia Luigi Casero, senza nessuna intenzione di maramaldeggiare sul “suo” superiore diretto, affida ieri ad alcuni colleghi del Pdl. «Siete curiosi di sapere quello che il presidente dirà domani (oggi, ndr) alla Camera? Posso dirvi che ci stiamo lavorando un po’ tutti. Io, Alfano… Soltanto Tremonti è all’oscuro».
Di più Casero non dice. Se non le cose che più o meno sanno già tutti. E cioè che il Cavaliere potrebbe anticipare a settembre quell’ondata di lacrime e di sangue che la manovra aveva fissato per il biennio 2013-2014. E che «Angelino ha chiesto a Berlusconi di sbloccare con la delibera Cipe 7.5 miliardi di fondi Fas per il Sud». Gli stessi che Tremonti, nonostante il tentativo di «Giulietto» di entrare nella partita incontrando Raffaele Fitto a via XX settembre, aveva preteso che stessero congelati.
Dettagli, piccole confidenze. Che nascondono, però, una grande verità. Nel momento in cui il Paese avverte il rischio di essere trascinato in un tracollo finanziario, il ministro dell’Economia è più fuori che dentro la partita. «Lasciamolo tranquillo. Temo che abbia ben altro a cui pensare», s’è lasciato scappare privatamente Berlusconi nell’ultimo fine settimana, non senza una punta di perfidia. Lo stessa con cui, nonostante l’opposizione tremontiana, ha maturato la decisione di presentarsi in Parlamento e «metterci la faccia». Senza l’antica paura, aveva spiegato il Cavaliere ad alcuni interlocutori, «dei soliti aut aut di Tremonti. Perché di minacce di dimissioni, stavolta, non mi pare aria».
Siamo al quarto tramonto del quarto giro di tremontismo (ministro delle Finanze nel 1994 e dell’Economia dal 2001 al 2004, dal 2005 al 2006 e dal 2008 a oggi)? Quello che gli ha recapitato il blocco Pdl-Lega ieri, nell’Aula di Montecitorio, è qualcosa di più di un “pizzino”. La Camera, che ha respinto la richiesta dei giudici che indagano sul G8 di utilizzare le intercettazioni di Denis Verdini, ha invece autorizzato sia l’apertura delle cassette di sicurezza che l’uso dei tabulati telefonici dell’ex braccio destro di Tremonti, Marco Milanese. Il tutto mentre il direttore Dipartimento informazioni e sicurezza Gianni De Gennaro, rispetto alla sensazione si «sentirsi spiato» dalla Gdf che il superministro aveva affidato a un colloquio con Repubblica, rispondeva lapidario: «I servizi segreti non hanno informazioni e non ne sanno nulla».
La scelta della maggioranza di scaricare Milanese, per giunta nello stesso giorno in cui si salva Verdini, è l’ennesimo siluro nei confronti di Tremonti. Quelli che hanno accesso alle confidenze berlusconiane, i pochi insomma che sono in grado di delineare la strategia mediatica (e diabolica) che ha in mente il Cavaliere, la mettono giù così. Senza troppi giri di parole: «Che il ministro dell’Economia rimanga o se ne vada, per noi non è più un problema. Con Papa ormai in galera e Milanese sotto accusa, noi agiremo senza remore: siamo pronti a una campagna mediatica contro l’opposizione e contro tutti». Che avrà per obiettivo il tentativo di dimostrare che, come ha spiegato Alfano nel giorno della sua nomina a segretario, «alla fine siamo noi il partito degli onesti». Tutti allertati: dalla stampa amica alle televisioni, pubbliche e private, su cui si estende il dominio del Cavaliere.
Tremonti rischia di finire in mezzo a tutto questo. Negli ultimi due anni, aveva tessuto una tela tutta sua: da pezzi di Confindustria a big di Oltretevere, passando – soprattutto – dal gotha del mondo bancario. Aveva un canale privilegiato, tanto per fare qualche nome, con il presidente delle fondazioni di origine bancaria Giuseppe Guzzetti e con un big della finanza rossa del calibro di Giuseppe Mussari. L’appello con cui le parti sociali hanno chiesto «discontinuità» all’esecutivo (firmato, in qualità di presidente dell’Abi, anche dallo stesso Mussari) è la spia che quel dialogo privilegiato s’è interrotto. Come dimostrano sia l’editoriale del Corriere della sera di ieri (firmato da Francesco Giavazzi) che quello del Sole 24 ore di sabato (firmato dal direttore Roberto Napoletano): entrambi, alle orecchie di «Giulietto», sono suonati come il de profundis. Al pari del gioco messo in piedi dai leghisti, presso cui Tremonti era tornato a chiedere garanzie. Niente da fare. La frase con cui Bobo Maroni annuncia che «domani (oggi, ndr) sarò seduto accando al premier» è più che un avviso di sfratto.
Non è dato sapere quanto l’ultimo successore di Quintino Sella proverà a resistere. Ieri ha riunito il comitato di stabilità, oggi volerà in Lussemburgo per incontrare Jean Claude Juncker. Che siano le sue ultime mosse da ministro è tutto da dimostrare. Di certo c’è che oggi, agosto 2011, fa caldo. Come faceva caldo nel luglio del 2004. Quando Tremonti, accusato da Fini di truccare i conti, prima rifiutò di cambiare ministero e spostarsi agli Esteri. Poi sbattè la porta. Dicendo all’allora nemico Gianfranco: «Io volevo cambiare la storia, tagliando le tasse. Voi siete rimasti quello che eravate, dei fascisti. Io da domani me ne torno a Milano, a lavorare». Poi sarebbe ritornato. Un anno dopo. Ma questa è un’altra storia. Forse.

Written by tommasolabate

3 agosto 2011 at 09:19

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