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Tremonti in codice prima del diluvio: «Leggete Simenon».

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 luglio 2011)

Sa di essere l’uomo su cui si addensano veline e veleni. «Non parlo», dice ai cronisti che lo sorprendono alla buvette. Poi però parla, Tremonti. E cita Simenon.
Quando se lo ritrovano davanti in una pausa dei lavori della manovra, mentre sorseggia un cappuccino al bar di Montecitorio insieme a Giorgia Meloni, i giornalisti le provano tutte. Solo alla domanda finale – «preoccupato per i mercati?» – Giulietto cede. E sfodera una citazione che apre uno squarcio tra l’ironico e l’inquietante sulla possibile tempesta che sta per abbattersi sul Palazzo. «Leggete Tre camere a Manhattan e Il presidente, di Georges Simenon». Soprattutto il secondo, tiene a precisare il superministro dell’Economia, «è bellissimo».
Il Presidente (di cui esiste anche la riduzione cinematografica, del 1961, con Jean Gabin) è il romanzo in cui Simenon tratteggia la vicenda di un politico che, arrivato alla fine dei suoi giorni, è convinto di essere sorvegliato. Soprattutto da quando ha annunciato pubblicamente un libro di memorie “non ufficiali”. I suoi sospetti portavano nella direzione del suo vecchio segretario particolare, che aveva fatto carriera al punto di essere a un passo dal diventare primo ministro.
Difficile non vedere legami con l’attualità. Anche Tremonti, che di fronte ai magistrati di Napoli ha citato il «metodo Boffo», ha recentemente litigato con Berlusconi accusandolo di «avermi fatto pedinare». Anche Tremonti, oggi, ha il problema del vecchio segretario particolare, quel Marco Milanese su cui pende una richiesta d’arresto da parte della procura partenopea. È il segno che anche Tremonti potrebbe uscire allo scoperto, dribblando veline&veleni, con le sue memorie “non ufficiali”?
Congetture, nulla di più. Di certo c’è che, nel giorno in cui la Camera approva in via definitiva la manovra economica, il Palazzo rimane col fiato sospeso in vista del possibile tsunami che potrebbe travolgere governo e maggioranza. Lunedì c’è la riapertura dei mercati finanziari. Mercoledì, invece, il voto di Montecitorio sull’arresto di Alfonso Papa, il deputato del Pdl indagato nell’inchiesta sulla P4.
Di fronte alla guerra nucleare che potrebbe travolgere il centrodestra, l’opposizione cambia strategia. «Abbiamo rinunciato all’ostruzionismo per salvare la Patria. Ma con questa manovra iniqua non c’entriamo nulla», spiega Pier Luigi Bersani camminando per i corridoi di Montecitorio. Il segretario del Pd – che secondo il quotidiano isrealiano Haaretz è «il personaggio che potrebbe restituire il potere alla Sinistra» – chiarisce che il suo partito ha già dato e nulla più darà. Nuovi accordi bipartisan? Coesione nazionale? Stop. «La nostra responsabilità si ferma qui», scandisce nella dichiarazione di voto finale sulla manovra. Scelta condivisa praticamente da tutto il partito. «Adesso basta. Che nessuno venga più a chiederci qualcosa», sottolinea Rosy Bindi. Dario Franceschini scuote la testa: «C’è una gigantesca opera di mistificazione in corso. Vedrete, Berlusconi farà di tutto per sostenere che le lacrime e il sangue li abbiamo voluti noi. Per questo, da oggi, noi ci chiamiamo fuori da tutto».
Beppe Fioroni passeggia nervosamente per il Transatlantico: «A Berlusconi dobbiamo farlo cadere, punto e basta. Lo sapete che questa manovra è insufficiente, no?», chiede retoricamente l’ex ministro. «Lo sapete», insiste, «che a settembre verranno a romperci di nuovo le scatole con altri provvedimenti?».

Georges Simenon

Perché settembre non è soltanto il mese in cui il Parlamento potrebbe essere chiamato a mettere l’ennesima pezza sui conti pubblici. Ma è anche il mese, sussurra Fioroni, «in cui potrebbe partire la campagna infamante con cui la stessa maggioranza pensa a far fuori Tremonti». D’altronde, agli occhi dell’opposizione, il Pdl è in preda a una pericolosa sindrome «da veti incrociati». «Roba che avrebbe fatto faticare anche Freud», sottolinea Enrico Letta.
Si comincia da mercoledì, quando la Camera dovrà pronunciarsi sull’arresto di Alfonso Papa. Un voto (segreto) in cui il Carroccio sarà determinante. Come fu, ricordano tra i leghisti, quello del 1993 in cui Montecitorio salvò Bettino Craxi dall’autorizzazione a procedere richiesta dalla Procura di Milano. Leggenda narra che, all’epoca, i leghisti usarono il segreto dell’urna per salvare il leader socialista e prendere a cannonate il Palazzo dopo. Sarà così anche stavolta? Oppure Papa sarà arrestato? Il finiano Carmelo Briguglio ha dichiarato: «Se Berlusconi non lascia, rischia le monetine». È il fischio d’inizio della partita finale.

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18 luglio 2011 at 13:09

Una partita da tripla. 1 X o 2?

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di Tommaso Labate (estratto dal Riformista di oggi)

Berlusconi, Draghi, Tremonti

Perché, da quando stasera la manovra sarà in cassaforte, alla fine rimarrà da sciogliere “soltanto” (virgolette d’obbligo) il dilemma sui due eterni duellanti. «Silvio» e «Giulietto». Nell’inner cirle del primo sono convinti che il secondo «uscirà molto indebolito dall’inchiesta di Napoli» sul suo ex braccio destro Marco Milanese. Tra gli amici più stretti del secondo, invece, si sostiene che «un governo senza Tremonti non è un governo in grado di dare le dovute garanzie all’Europa e ai mercati finanziari». Un componente dell’esecutivo, dietro la garanzia dell’anonimato, spiega che «soltanto la giornata di lunedì può chiarire come andrà a finire l’ultimo duello» tra il presidente del Consiglio e il superministro dell’Economia. Molto dipenderà «dalla reazione dei mercati all’approvazione definitiva della manovra». Traduzione: se il vento delle speculazioni cesserà del tutto, allora non è escluso che «Silvio» e «Giulietto» depongano le armi e scavallino l’estate. Altrimenti, le opzioni saranno due. «O prenderà corpo l’idea di un governo tecnico, oppure la gigantesca macchina della comunicazione berlusconiana userà le carte dell’inchiesta di Napoli per provare di disarcionare il superministro». È una di quelle partite che, di fronte alla schedina del Totocalcio, si definirebbe «da tripla». Non succede niente, cade il governo Berlusconi (in pole position Mario Monti) oppure il solo ministro dell’Economia (il candidato alla successione, in questo caso, sarebbe Lorenzo Bini Smaghi).

Il resto, il prima e il dopo, qui.

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15 luglio 2011 at 15:04

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«Salva Fininvest in cambio di Grilli a Bankitalia». Il patto saltato tra Silvio e Giulietto. Che adesso rischia il posto.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 luglio 2011)

Berlusconi, Draghi, Tremonti

Che cosa c’entra l’accantonamento della norma “salva Fininvest” con la successione a Draghi in Bankitalia e col destino di Tremonti? «Io e Giulio avevamo un patto», rivela Berlusconi ai suoi.
In questi giorni di silenzio forzato, a cui è “costretto” per non turbare quei mercati finanziari che evidentemente non hanno fiducia in lui, il Cavaliere ha deciso di togliere l’ultima coltre di mistero da quel “trucchetto normativo” che ha messo a rischio la tenuta del governo prima che l’ondata di speculazioni sull’Italia lo riportasse a un passo dal baratro.
Nelle sue confessioni, affidate ad autorevoli interlocutori del governo e della maggioranza, il presidente del Consiglio parla espressamente di «patto». Ovviamente, si tratta della sua (ennesima) versione dei fatti. Ma dice proprio così: «Io e Giulio avevamo un patto. Era stato lui a garantirmi l’approvazione di quel comma che i giornali e la sinistra hanno spacciato per “salva Fininvest”».
Dopo la condanna del tribunale civile e la “resa” certificata dalla dichiarazione di ieri l’altro di Niccolò Ghedini («Fininvest pagherà e non c’è nessuna ipotesi di legge allo studio»), l’affaire del comma ad aziendam sembra consegnato alla storia. Ma c’è un elemento di novità. E riguarda quello che – a sentire il premier – c’era dall’altra parte della bilancia. «Prima che la manovra approdasse in consiglio dei ministri», è la sintesi degli sfoghi berlusconiani, «Tremonti mi chiese di prendere una decisione definitiva sull’orientamento del governo nella scelta del nuovo governatore della Banca d’Italia. Naturalmente, nella sua testa c’era e c’è soltanto un nome: quello di Vittorio Grilli…».
L’approvazione di una norma che proteggesse Fininvest dal risarcimento alla Cir di

Vittorio Grilli

Carlo De Benedetti, da un lato. Il via libera di Palazzo Chigi all’ascesa del direttore generale del Tesoro verso la guida di Bankitalia, dall’altro. Un provvedimento caro a Berlusconi, da un lato. La decisione che stava in cima ai desiderata di Tremonti, dall’altro. Il «patto Silvio-Giuletto», insomma. Di cui il presidente del Consiglio, dettaglio di non poco conto, ormai parla al passato. Significa, come ripetono nella sua cerchia ristretta, «che se Grilli ha bisogno (come ha bisogno) del disco verde del premier per ambire al dopo Draghi, allora è meglio che ci metta una pietra sopra».

Fabrizio Saccomanni

Vendetta? Ritorsione? Affronto? A prescindere dal nome che si darà all’orientamento del presidente del Consiglio sulla nomina del prossimo governatore di Bankitalia, l’unica certezza è che la strada del “candidato di Tremonti” verso la scrivania più prestigiosa di Palazzo Koch pare definitivamente sbarrata. Di conseguenza, se Grilli finisse davvero fuori gioco, alla ripresa autunnale la successione a Draghi sarebbe nel segno della continuità. Con Fabrizio Saccomanni, uomo di fiducia del futuro presidente della Bce, in pole position per il ruolo di governatore. E Ignazio Visco proiettato dalla vicedirezione alla direzione generale.
Ma il veto di Berlusconi a Grilli rappresenta soltanto un aspetto – seppur non secondario – di quello che potrebbe essere l’ultimo chilometro del tormentato viaggio comune di «Silvio» e «Giulietto». Tutto è legato a una domanda, lo stessa che circola intistentemente negli ambienti più vicini al Cavaliere: la settimana prossima, quando la manovra sarà approvata, Tremonti sarà ancora al suo posto, alla guida al ministero dell’Economia?
E qui bisogna fare un passo indietro. La storia delle possibili dimissioni dell’ultimo

Lorenzo Bini Smaghi

successore di Quintino Sella prende corpo il 5 luglio. Quando, in alcune chiacchierate a margine della presentazione del libro di Fabio Corsico e Paolo Messa sulle fondazioni bancarie (presenti, tra gli altri, Giuliano Amato, Romano Prodi e Gianni Letta), Tremonti lascia intendere che sta per lasciare il governo Berlusconi. Della serie, «una volta approvata la manovra, io mi dimetto. E poi…». Verosimilmente, oltre i puntini di sospensione del ministro dell’Economia, c’era lo scenario di un esecutivo che non avrebbe retto all’uscita di scena del suo componente più autorevole, anche agli occhi dell’Europa e dei mercati internazionali.
Negli ultimi giorni, a causa dei boatos sull’inchiesta che ha travolto Marco Milanese, la situazione sembra essersi capovolta. Ieri, Tremonti ha implicitamente negato l’ipotesi delle dimissioni. E il procuratore di Napoli Giandomenico Lepore ha esplicitamente smentito che il ministro dell’Economia sia iscritto nel registro degli indagati. «Non basta il cambio di un ministro, serve il cambio di tutto il governo», ha scandito Pier Luigi Bersani. Eppure, a Palazzo, c’è un’atmosfera che accredita l’ipotesi di un’uscita di scena di Tremonti. Si tratta di dettagli piccoli o meno piccoli, per adesso. Piccoli come la scelta di una quindicina di deputati del Pdl (compreso il vicecapogruppo Simone Baldelli) di sottoscrivere un’interpellanza del Pd (primo firmatario Francesco Boccia) che chiede al governo di impegnarsi a favore del «divieto assoluto di vendita di titoli allo scoperto». O meno piccoli come i contatti continui tra il premier e il principale candidato al ministero di via XX settembre nel caso in cui Tremonti abbandonasse: Lorenzo Bini Smaghi.

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14 luglio 2011 at 06:00

“Cretino!”, “bugiardo!”. La farsa finale del Silvio IV, con Scilipoti cerimoniere.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 luglio 2011)

Per Fruttero&Lucentini «il cretino è imperturbabile», «la sua forza vincente sta nel fatto di non sapere di essere tale, di non vedersi né mai di dubitare di sé». Basta togliere le firme di Fruttero&Lucentini, metterci quella di Tremonti et voilà: Renato Brunetta.

Niente dietro le quinte, nessun retroscena. E non c’entrano nemmeno gli aggeggi malefici con cui Nanni Loy confezionava Specchio segreto o Candid Camera. No. Succede durante una conferenza stampa del governo. Ed era tutto davanti a tutti, pronto perché una telecamera – in questo caso di Repubblica tv – lo cogliesse per certificare la «dichiarazione di fine lavori» del  Berlusconi IV.

Martedì Brunetta, ministro sì ma senza portafoglio, s’incarica di illustrare la manovra economica per la parte riguardante il pubblico impiego. Qualche sedia più in là Giulio Tremonti, superministro con un portafoglio gonfio di dossier che manco il caveau di Fort Knox, ne celebra le gesta oratorie. Partendo da una sobria analisi del verbo brunettiano – «Questo è il tipico intervento suicida» – e ostentando una capacità di sintesi superiore financo a quella di Fruttero&Lucentini. Quattro parole: «È proprio un cretino». Sottoposte, alla fine, anche al vaglio di qualche presente. Come Maurizio Sacconi («Maurizio, ma hai sentito quello che sta dicendo?», chiede Giulietto), che acconsente («Non lo seguo nemmeno»).

Ieri mattina, quando Repubblica ha appena mandato in rete il video-remake tremontiano del Cretino in sintesi di Fruttero&Lucentini, sembra di vivere in un’altra era. La Procura di Napoli ha appena chiesto l’arresto di Marco Milanese, l’ex braccio destro del ministro dell’Economia. Quest’ultimo, però, viene assolto da Brunetta, che sceglie invece di prendersela con il primo caso mondiale di «violazione della privacy» (sic!) avvenuto nel bel mezzo di una conferenza stampa. Il tutto mentre un altro membro del governo, Guido Crosetto, spiega che un cretino in giro c’è. Ma si chiama Tremonti («Io condivido totalmente le parole espresse dal ministro dell’Economia. Mi differenzio solo ed esclusivamente sul fatto che le avrei rivolte nei suoi confronti»), mica Brunetta.

C’è un aurea regola non scritta secondo cui laddove volano i «cretino!» c’è anche qualche «bugiardo!». E così, quando si presenta nella Sala del Mappamondo della Camera per fare da autorevole spalla alla presentazione del libro di Mimmo Scilipoti (Il re dei peones, Falzea editore), ci pensa Silvio Berlusconi in persona a far entrare sulla scena il secondo protagonista collettivo del giovedì nero del suo governo. Il «bugiardo», appunto. L’inviata di La7 gli chiede lumi sulla vera storia della norma salva Fininvest, la stessa per cui Giulio Tremonti aveva invitato a rivolgersi altrove («Chiedete a Letta»). E il Cavaliere, col candore di un’educanda navigata, replica: «Non l’ho scritta io», «è stata discussa durante il consiglio dei ministri», anzi proprio «Tremonti non ha ritenuto di portarla al voto». Lo sbugiardatore pubblico della (a suo dire) cretinaggine di Brunetta, a sentire il premier, avrebbe mentito sulla paternità del comma che salvava la sua azienda (azienda del premier, ovviamente). E i leghisti, che avevano espresso il loro disappunto pubblico sul comma poi ritirato, lo stesso che il premier dice di voler ripresentare perché «sacrosanto»? Il Cavaliere ne ha anche per loro. «Calderoli mi ha chiesto», spiega il premier, «“perché non me l’hai detto (che c’era la norma, ndr), che l’avrei scritta meglio io e l’avrei pure sostenuta?”».

A controsbugiardare lo sbugiardatore intervengono, in tandem, i leghisti. La salva Fininvest? «Non sapeva niente nessuno», giura Umberto Bossi. E Calderoli, furibondo col premier: «Ribadisco ancora una volta di non aver mai né letto né visto la cosiddetta norma sul Lodo Mondadori e di aver appreso della sua esistenza soltanto dai lanci delle agenzie di stampa». Morale della favola? Non avendo più alcuno da sbugiardare, dopo aver letto del caos scatenato dalle sue stesse parole, il premier capisce che è l’ora di sbugiardare se stesso. Con una nota: «Quanto mi viene attribuito da alcune agenzie di stampa in merito all’operato del ministro Tremonti non corrisponde al mio pensiero né alla verità dei fatti».

Tremonti, Brunetta, Crosetto, Sacconi, Milanese, Berlusconi, ancora Tremonti, Bossi, Calderoli, ancora Berlusconi. Violenti come Le Iene di Tarantino, comici come quelle di Mediaset. Il cuore pulsante della maggioranza vede il sipario che cala al ritmo di due parole: «cretino» e «bugiardo». Con buona pace del povero Scilipoti, che s’era illuso di calamitare su di sé l’attenzione delle masse come all’epoca del 14 dicembre. Per la presentazione del suo libro, nell’ordine: ha disseminato la Sala del Mappamondo della Camera con decine di copie del suo quotidiano la Responsabilità, che nell’ultimo numero ospita un’intervista a tale Jay Maggistro, una a Pippo Franco e un commento dal titolo «Le otturazioni in amalgama sono un pericolo reale»; ha detto di aver fatto 22mila visite nelle favelas in Brasile; ha confessato che esiste una sala lettura di una città carioca che «porta il mio nome». Ma, ahilui, non ha dato del «cretino» a nessuno.

Written by tommasolabate

8 luglio 2011 at 08:30

Il cavillo che fece dire a Giulio: «Silvio, io non mi chiamo Alfano, chiaro?»

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Altro che “semplice” minaccia di dimissioni. Venerdì scorso, quando s’è ritrovato il comma salva Fininvest «nella mia manovra», Giulio Tremonti è andato ben oltre: «Silvio, devi capire che io non mi chiamo Alfano, è chiaro?».
Il primo capitolo di questa storia, che nonostante il ritiro dell’ennesima norma salvapremier potrebbe non essere arrivata all’epilogo, è stato scritto venerdì scorso. Il giorno del consiglio nazionale del Pdl che ha incoronato Angelino Alfano segretario del partito. Lo stesso in cui l’eterna sfida tra «Silvio» e «Giulietto» ha raggiunto, probabilmente, il suo punto massimo. Con una differenza: nel merito, questa volta, anche il fior fiore dei berlusconiani ortodossi era più d’accordo con l’ultimo successore di Quintino Sella che non col Cavaliere. «Anche se», è la magra consolazione del titolare dell’Economia, «so che nessuno lo ammetterà mai».
La sfida inizia nel momento in cui si spengono le luci dell’auditorium romano, che ha appena finito di ospitare l’assise pidiellina. Da Palazzo Chigi, infatti, «una manina» ha appena elaborato un ritocco alla manovra economica licenziata il giorno prima dal consiglio dei ministri. Ma non è un dettaglio. No. In quelle poche righe, inserite in calce all’articolo 37 del testo, c’è la norma che salverebbe Fininvest dall’esborso di 750 milioni che finirebbero nelle casse della Cir di Carlo De Benedetti se la sentenza civile sul lodo Mondadori – attesa a giorni – desse torto a Cologno Monzese.
Impossibile far luce sull’esecutore materiale, che probabilmente è un tecnico di Palazzo Chigi. Improbabile risalire all’ispiratore, anche se a via XX settembre sospettano ora di Niccolò Ghedini ora di Angelino Alfano, che smentiscono. Facile però, nell’ottica tremontiana, intercettare «il mandante»: Silvio Berlusconi.
Quando viene avvertito della presenza della norma “salva Fininvest” nella sua manovra, «Giulietto» va su tutte le furie. E dà il la a un duello che durerà quasi quarantott’ore. Che continua anche domenica, quando il Colle fa sapere di non aver ancora ricevuto il testo approvato da Palazzo Chigi venerdì. In quelle ore succede di tutto. Compreso che Tremonti, a colloquio con il presidente del Consiglio, minacci la sua uscita di scena. Il senso del ragionamento che il titolare dell’Economia oppone al Cavaliere è, in fondo, semplicissimo: «Io devo fare una manovra di rientro dal debito. E, perché possa iniziare a “tagliare”, ho bisogno di cominciare dai costi della politica. E tu che fai? Mi chiedi di salvare la tua azienda?». Da qui al j’accuse finale, che rimanda al vecchio «scudo» che portava la firma del Guardasigilli (prima che la Consulta lo bocciasse), il passo è brevissimo: «Silvio, guarda che io non mi chiamo Alfano, chiaro?».
La sfida si accende. Tremonti contro Berlusconi. Berlusconi contro Tremonti. Ed è una via di mezzo tra la Cavalleria rusticana e una Sfida all’ok corral. Il Cavaliere insiste, cita i «gravi danni che la magistratura potrebbe provocare alle mie aziende». Ma il ministro dell’Economia, nel corso di ripetuti colloqui, resiste. «Non posso mettere la faccia su questa norma. Se però insisti», scandisce nel week-end, «te ne assumi per intero la responsabilità. Altrimenti, levo il disturbo e mi sostituisci con chi ti pare, Bini Smaghi compreso».
Il premier, ovviamente, insiste. E quando lunedì, dopo che il Sole 24 ore porta alla luce il «trucchetto salva Fininvest» e il Quirinale chiede spiegazioni, Tremonti torna a farsi sentire. Con un messaggio chiaro: «O va via quel comma o va via il sottoscritto». A quel punto, l’ultimo successore di Quintino Sella si sente con le spalle coperte. Anche perché, è la lettura che ne danno i suoi, crede che il Cavaliere sia davvero isolato.
La partita, però, non è ancora arrivata al fischio finale. Ieri mattina, sfruttando l’assist del maltempo, Tremonti annulla la conferenza stampa di presentazione della manovra. Il ritornello, che accompagna il suo rientro nella Capitale, si ripete sempre uguale a se stesso: «O la norma salva Fininvest o io». Berlusconi prima si sfoga, accusando il titolare dell’Ecomomia di «aver tradito». Poi, dopo aver vagheggiato coi fedelissimi sul fatto che «riproporremo questa norma sacrosanta in Parlamento», si arrende. L’ultimo comma dell’articolo 37 scompare dai radar. L’aggettivo con cui Palazzo Chigi accompagna il ritiro della leggina salva Fininvest – «era una norma giusta» – è il tassello che rende possibile la ricomposizione del quadro. Quello che rende chiara ed evidente l’assunzione di responsabilità da parte del premier. Anche se, scommette uno dei fedelissimi del premier a partita chiusa, «dopo questo scontro temo che il Presidente e Tremonti non si rivolgeranno la parola mai più». E dice proprio così, «mai più».

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6 luglio 2011 at 11:37

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Nell’attesa del “partito degli onesti”, il Pdl diventa “Animal house”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 luglio 2011)

In uno dei suoi racconti, Lev Tolstoj annotò che «un giorno uscimmo a caccia dell’orso e il mio compagno colpì di striscio un esemplare, che si diede alla fuga». L’orso scappa sanguinando. E la neve sotto di lui si fa rossa, come una toga della Procura di Milano. «Cominciammo a ragionare insieme se convenisse inseguirlo subito o aspettare. Quando lo chiedemmo ai contadini, un vecchio rispose: “Non va bene inseguirlo subito, lasciategli un po’ di respiro”. (…) Un altro, un giovane, dissentì: “No, no, l’orso possiamo ammazzarlo oggi stesso”».

Ora non è dato sapere se Michela Vittoria Brambilla abbia mai letto i Racconti per contadini attribuiti all’autore di Guerra e pace (I racconti di Tolstoj, a cura di Prem Cand, Mimesis, 2010). Ma una cosa è certa. Se quel volume è capitato sotto i suoi occhi ministeriali, a pagina 61, quella in cui si narra della lite generazionale tra contadini sulle sorti dell’orso, proprio là Michela ha trovato la luce.

Sacra, santa e pure sacrosanta, l’antica battaglia in difesa degli amici animali – orfana anche in Parlamento di un partito animalista tout court – sembra diventata il core business del Pdl targato Alfano. Certo, un po’ è colpa degli alleati della Lega, che proprio la settimana scorsa si sono messi brutalmente a pasteggiare a orso. Un po’ dipende dal nobile obiettivo del “partito degli onesti” enunciato dal neo-segretario, che però necessita di un percorso che potrebbe essere lungo e accidentato. Ma sta di fatto che, alla corte di Re Silvio, ormai ingannano il tempo che li separa da spiagge e ombrelloni ergendosi a scudo umano in difesa dei migliori amici dell’uomo.

Nella sua crociata contro il Carroccio orsivoro, la Brambilla ha scelto come compagno di squadra nientemeno che il titolare della Farnesina Franco Frattini. «A nome di tutti gli esponenti del Pdl che, come noi, provano profonda indignazione nell’apprendere che in una festa leghista del Trentino verrà servita carne di orso», hanno scritto i due in una nota, «chiediamo al segretario del partito, nostro alleato, di intervenire per fermare questa scandalosa iniziativa». E se poi capita che il cavallo “Messi” della contrada Chiocciola muoia nelle prove del Palio di Siena, ovviamente il tono della protesta sale. Dicendosi «profondamente rattristata per l’ennesimo tragico incidente costato la vita a un cavallo», la rossa MVB rivendica («Da tempo avevo lanciato l’allarme circa le condizioni di pericolosità per gli animali coinvolti in questa anacronistica manifestazione»), minaccia («Il Palio di Siena, visto quello che accade ripetutamente, non può più considerarsi intoccabile») e, nonostante i vari “vuolsi così colà” che gli vengono opposti dall’amministrazione senese, continua indomita a dimandare.

Sarebbe sbagliato, però, considerare il nuovo corso animalista dei berluscones come la classica iniziativa di un partito che, all’occorrenza, sa muoversi “a colpi di maggioranza”. No. La Brambilla ha già nel taschino fior di accordi bipartisan. Da titolare del dicastero del Turismo ruba un piccolo dossier alla collega Carfagna, che si occupa di Pari opportunità, e s’esalta. «È l’ora delle pari dignità, tutelare mucche e maiali come i cani e i gatti di casa», scandisce durante il terzo incontro dell’iniziativa La coscienza degli animali. Accanto a lei ci sono l’astrofisica rossa Margherita Hack, l’oncologo democratico Umberto Veronesi, la scrittrice Susana Tamaro, arrivata là ché evidentemente là l’ha portata il cuore. Davanti, invece, si ritrova le telecamere dei telegiornali dell’Impero di Silvio, che fecero lo scoop sull’unico esemplare di gatto lungo un metro ma evitano di occuparsi dell’inchiesta di Napoli in cui si parla anche delle nomine del cane a sei zampe (dell’Eni).

In attesa del «partito degli onesti», il Pdl pare Animal house. E il suo leader, dall’omonimo capolavoro di John Landis, potrebbe financo arrivare a copiare il grido di battaglia del compianto Belushi. “Toga! Toga! Toga!”. Aggiungendoci, magari, una parolina di cinque lettere. «Rossa».

Written by tommasolabate

5 luglio 2011 at 07:41

Il “Papa” sconfessato.

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Alfonso Papa

In una bella intervista rilasciata a Fabrizio Roncone del Corriere della sera, il deputato del Pdl Alfonso Papa, per cui i magistrati che indagano sulla P4 hanno chiesto l’arresto, rompe il silenzio per dire che non si dimetterà.

Io continuo a credere che l’epilogo della storia sia già stato scritto.

Written by tommasolabate

4 luglio 2011 at 20:33

«Che cos’è questa pagina bianca?» L’allarme della Lega sugli omissis di Tremonti

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 giugno 2011)

La partita sulla manovra è ancora tutta da giocare. Ieri sera, quando l’ultima bozza di Tremonti è arrivata all’ufficio legislativo del Carroccio alla Camera, gli sherpa leghisti – di fronte all’articolo sulle pensioni – si sono fermati: «Che cos’è questa pagina bianca?».
La stessa scena si è ripetuta quando i consiglieri dei ministri Angelino Alfano e Ignazio La Russa si sono imbattuti nel comma 7 dell’articolo 21 dell’ultima versione cartacea della manovra. Nelle pagine della bozza, insomma, dove c’è scritto chiaro e tondo – sotto il titolo «Fondo sperimentale di riequilibrio» – che la “loro” Sicilia, insieme alla Sardegna, sarà chiamata a pagare un contributo pesante per i prossimi anni. Il taglio di compensazione dell’Irpef per i comuni delle due isole sarà ridotto di un miliardo per il 2013 e di due miliardi per il 2014. Il taglio alle provincie siciliane e sarde, stando al testo, sarà di 400 milioni per il 2013 e 800 per il 2014.
L’obiezione, in fondo sacrosanta, è che le lacrime e il sangue da versare sull’altare della «manovrona» da qualche parte dovranno stare. La stessa obiezione, però, si ferma di fronte ai tanti omissis di cui è corredato un testo che, a meno di colpi di scena, questa mattina sarà licenziato dal Consiglio dei ministri.
E qui si torna all’atmosfera di panico che si respira nelle stanze di Montecitorio occupate dalla Lega nord. Quelle in cui gli sherpa del Carroccio, che nella lettura dell’ultima bozza di Tremonti erano arrivati a pagina 31, hanno trattenuto il fiato di fronte a una pagina bianca, che correda il capitolo sugli «Interventi in materia previdenziale». «Nel testo che abbiamo noi, non ci sono cifre», s’è sentito dire ieri pomeriggio il capogruppo Reguzzoni. «C’è soltanto scritto che le norme decisive sulle pensioni sono “in attesa di definizione”». Circostanza che ha scatenato una guerra di nervi all’interno di una maggioranza che, adesso, è tornata a tremare. Un autorevole esponente del Carroccio, vicino al ministro Calderoli, la mette così: «La manovra che Giulietto ci ha illustrato ieri non arriva mica a coprire i 47 miliardi previsti. Significa che da via XX settembre stanno ancora giocando a nascondere le carte». Il ragionamento della fonte, lo stesso che tutto il (litigioso) gotha della Lega sottoscriverebbe in trenta secondi, prosegue così: «Se il grosso della manovra arriverà dalle pensioni o coi condoni, noi ci chiamiamo fuori e tanti saluti». Una “lettura” che fa pendant con la profezia messa a verbale martedì pomeriggio da Umberto Bossi, subito dopo il supervertice di Palazzo Grazioli: «Il governo non è al sicuro finché la manovra non sarà approvata».
Non è un caso se Giorgio Napolitano, parlando ieri coi giornalisti al rientro dalla cerimonia all’Università di Oxford, ha scelto di fare una premessa: «Vedremo che cosa arriverà dal governo». Di certo c’è che, e il capo dello Stato l’ha detto senza giri di parole, «chi prende delle decisioni oggi sulla situazione economica si prende delle responsabilità anche per domani». E ancora, sempre dalla viva voce del presidente della Repubblica: «Il 7 giugno c’è stato un documento molto puntuale della Commissione Europea, che riconosceva che lo sforzo fatto rende credibile la vigilanza dei conti fino al 2012». Ma in quello stesso documento, ha sottolineato l’inquilino del Quirinale, c’è scritto che per Bruxelles «occorrono misure addizionali per il 2013-2014».
Ma da dove arriveranno i 47 miliardi rimane un mistero. Il deputato-economista Francesco Boccia, che il Pd ha messo dietro il delicatissimo dossier, scuote la testa: «Il testo della manovra che circola da giorni è solo un depistaggio». E «depistaggio», in fondo, è la stessa parola che rimbalzava ieri tra i banchi di una maggioranza che – a dispetto della tregua di martedì – ancora non si fida di Tremonti.
Ai collaboratori più stretti, il titolare dell’Economia ha confidato che «ho la certezza che l’Unione europea approverà la mia manovra». Ma del testo definitivo, ancora non c’è traccia. Nell’ultima notte che accompagnerà la manovra da via XX settembre a Palazzo Chigi, la maggioranza trattiene il fiato. La Lega, che non pare accontentarsi dell’alleggerimento dei tagli per i comuni virtuosi e della sanatoria sulle quote latte, è in trincea sulle pensioni. Il blocco siciliani del governo (da Alfano a La Russa, da Prestigiacomo a Romano) minaccia la ressa sui tagli ai comuni delle Isole.
Veti incrociati e veleni che fanno da contorno alla clamorosa caduta che la maggioranza ha subito ieri in Aula sulla legge comunitaria. «Sono segnali preoccupanti», ha detto il Cavaliere ai suoi. Lo stesso Berlusconi che non dà per chiusa nessuna partita. Nemmeno quella sulla possibile successione a Tremonti.

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30 giugno 2011 at 09:50

La grande imboscata contro Tremonti. Il Cav. ha già sondato Bini Smaghi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 28 giugno 2011)

Questa è la storia di una grande imboscata. Il capitolo finale di un duello che difficilmente si concluderà col segno X. Silvio Berlusconi contro Giulio Tremonti. La novità delle ultime ore, che rimbalza dall’inner circle del Cavaliere, evoca già l’ipotesi di un cambio della guardia a via XX settembre: «Berlusconi ha già sondato il possibile successore di Giulietto: Lorenzo Bini Smaghi».
Sembra un episodio uscito dalla vecchia serie tv Ai confini della realtà. Soprattutto considerando che i paletti imposti dall’Europa con il nuovo Patto di stabilità, per il nostro Paese, non cambiarebbero al cambiare del ministro che dovrà apporre la sua firma sulla manovra. Ma, stavolta, non si tratta di un telefilm. Bensì del «tranello» che un Berlusconi affetto da “Tremontite acuta” sta per tendere al “nemico Giulietto”.
Il capitolo finale del duello tra il presidente del Consiglio e il suo ministro dell’Economia viene girato in più location e spalmato in più date. Venerdì, il set è Bruxelles. Sabato si “gira” a Torre in Pietra, al matrimonio di Mara Carfagna. Domenica, invece, il protagonista è apparentemente un comprimario, Guido Crosetto. Il sottosegretario che, a cominciare da una telefonata con l’Ansa, attacca le bozze tremontiane della manovra economica archiviandole alla voce «roba che andrebbe analizzata da uno psichiatra». Ieri, invece, la scena principale è a via Bellerio, Milano. Dove Umberto Bossi, a conclusione della segreteria politica del Carroccio, rifila il suo siluro a “Giulietto”: «La Lega», è la sintesi del ragionamento del Senatur, «non può appoggiare una manovra che preveda tagli ai comuni senza compensazioni».
La chiave del “giallo”, la stessa che spinge privatamente il Cavaliere a osare laddove non aveva

Lorenzo Bini Smaghi

mai osato («Stavolta, se Giulio minaccia le dimissioni, finisce che le accetto») è nella scena di Bruxelles. Stando all’autorevole versione che circola ai piani alti di Palazzo Chigi, venerdì Berlusconi avrebbe offerto a Bini Smaghi un posto nel governo. Il senso dell’invito che il premier avrebbe rivolto al membro del board della Bce suona più o meno così: «Lei entrerebbe nella mia squadra per dare maggiore autorevolezza all’esecutivo in un momento cruciale per l’Italia?». La proposta di «Silvio», che in quel momento pare voler “ridimensionare” il frontman Tremonti, pare orientata alla copertura della casella, ancora vacante, del ministero delle Politiche comunitarie. Un ruolo di seconda fascia, soprattutto per un pezzo da novanta del calibro di Bini Smaghi. Che, infatti, rifiuta. Ma visto che la proverbiale ostinazione del Cavaliere non si ferma di fronte a nessun ostacolo, ecco che i berlusconiani che accolgono il Capo al ritorno da Bruxelles non danno per chiusa alcuna porta. Anzi. «Stavolta non subiremo i ricatti di Tremonti. Anche perché possiamo sostituirlo», dice uno della cerchia ristretta del premier evocando Bini Smaghi. Parole che fanno pendant con la sibillina dichiarazione che il premier aveve rilasciato venerdì in conferenza stampa: «Non posso dire nulla su quello che sarà il nuovo impegno professionale di Lorenzo Bini Smaghi perché ne stiamo trattando».
A tenere protetta “l’imboscata” contribuisce non poco la partita sulla successione di Mario Draghi. Ma è un equivoco, visto che Bini Smaghi sembra ormai fuori dalla short list per Palazzo Koch. Sia come sia sabato, durante il matrimonio della Carfagna, il premier fa capire a qualche commensale di avere un possibile «sostituto» di Tremonti. E lascia anche intendere che secondo lui, “Giulietto”, ha ormai perso «l’appoggio incondizionato di Bossi».
Il puzzle prende forma domenica, con le accuse che Crosetto rivolge pubblicamente a Tremonti. Le bozze della manovra? «Andrebbero analizzate da uno psichiatra». E il ministro? «Vuol solo far saltare banco e governo». Al ministero dell’Economia, alla fine del week-end, fiutano che qualcosa non torna. Della serie, se un sottosegretario dà praticamente del “matto” al ministro più potente del governo, e senza che il premier prenda le distanze, un motivo ci sarà.
Quel motivo lo si trova a via Bellerio. Dove, ieri pomeriggio, Bossi ha chiuso la riunione della segreteria del Carroccio anticipando l’aut aut che oggi opporrà Tremonti: «La Lega non accetta una manovra che abbia tagli agli enti locali senza compensazioni».
L’opposizione fiuta quello che sta per succedere. «Tremonti? Non lo vedo allegrissimo», dice Bersani. «L’unica cosa certa è che c’è un’imboscata al ministro dell’Economia. Dal prossimo Cdm uscirà il nuovo ministro?», mette nero su bianco l’economista-deputato del Pd Francesco Boccia.
Sono tutte analisi che hanno un fondamento. A cui mancano però quei “dettagli” (virgolette d’obbligo) che i berlusconiani della cerchia ristretta attribuiscono al «Capo». Quella chiacchierata di venerdì con Bini Smaghi. E l’ombra del membro del board del Bce sul ministero dell’Economia, insomma.

Written by tommasolabate

28 giugno 2011 at 07:38

Dal prato di Pontida al modello Beirut. Maroni prepara il congresso contro il “cerchio magico”

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 giugno 2011)

La guerra nella Lega tra i maroniani e il «cerchio magico» sembra arrivata all’alba dello scontro finale. Quando gli leggono la dichiarazione che Bossi rilascia nel pomeriggio («Maroni non è contento della conferma di Reguzzoni? Peggio per lui»), il titolare del Viminale si sfoga coi suoi: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi, che stanno trascinando Umberto e la Lega in un burrone. Ora basta».
I margini per ricomporre la frattura, ormai, sono ridotti all’osso. In meno di una settimana, infatti, il Carroccio passa dal prato verde di Pontida a un “modello Beirut” fatto di imboscate e agguati. Domenica la scena e gli striscioni per il tandem Bossi e Maroni, che molti scambiano per un passaggio di testimone. Lunedì il tentato blitz di Rosi Mauro, che chiede a Bossi di commissariare il maroniano Giorgetti alla guida del partito lombardo, a cui il titolare del Viminale risponde minacciando le dimissioni dal partito. Quindi quaratott’ore di puro imbarazzo nell’Aula di Montecitorio in cui il governo – che arriva a dare parere favorevole a un ordine del giorno del Pd – trasforma in carta straccia la boutade sul trasferimento dei ministeri al Nord. Per finire alla riconferma di Marco Reguzzoni alla presidenza del gruppo di Montecitorio, grazie all’ordine con cui un Capo passa sopra a ben 46 firme di altrettanti deputati, dando ragione ad altri 13. Un dramma che si trasforma in farsa, o viceversa, quando nell’assemblea di gruppo del Carroccio i deputati Giovanni Fava e Giacomo Chiappori arrivano praticamente alle mani, costringendo il resto della ciurma a sedare una rissa che stava per trasformare una stanzetta di Montecitorio in un saloon del Far West.
Mercoledì sera, quando fa il punto della giornata coi suoi più stretti collaboratori, Maroni si dice «non soddisfatto» della riconferma di Reguzzoni. «Comunque», ripete, «non sarò certo io a tagliare la faccia a Bossi». Nella sua cerchia, qualcuno scommette: «Bobo, vedrai che domani (ieri, ndr) questi del cerchio magico faranno di tutto per convincere Bossi ad attaccarti».
Scommessa vinta. Ieri pomeriggio, quando i cronisti di alcune agenzie e del Tg3 lo intercettano all’uscita dalla Camera, il Senatur non si sottrae. Maroni non è contento della riconferma del capogruppo? «Peggio per lui», spiega il leader. E ancora: «È la base che tiene sotto controllo la situazione nella Lega, non Maroni». E le liti all’interno del gruppo parlamentare? «Dove ci sono io non ci sono liti».
Quando i lanci d’agenzia con le dichiarazioni dell’Umberto finiscono sotto i suoi occhi, il titolare del Viminale sbotta: «Io non ce l’ho con Bossi. Ce l’ho con questi qua», dice evocando la truppa del “cerchio magico”. Tra i suoi colonnelli sparsi sul territorio, c’è chi è sicuro di poter ricostruire la dinamica delle ultime ore: «Reguzzoni, Bricolo e Rosi Mauro», dicono, «hanno parlato con Manuela Marrone (moglie di Bossi, ndr) e col figlio Renzo». E i familiari, stando alla ricostruzione, avrebbero fatto pressing sull’Umberto perché scagliasse l’ultima pietra sull’ala maroniana.
Il ministro dell’Interno, chiuso nel suo ufficio al Viminale, confessa alla sua cerchia ristretta «che la misura è colma». Parla con Roberto Calderoli e con Giancarlo Giorgetti, con cui concorda sulla necessità di incontrare a stretto giro il Senatur «per convincerlo a ragionare». Altrimenti, è il sottotesto, si va alla conta. Dove per conta, spiega a microfoni spenti un autorevole colonnello maroniano sul territorio, «s’intende un congresso. Noi contro loro. Maroni contro il Trota. E vediamo chi vince».
Nella Lega il congresso federale è un appuntamento che manca da nove anni. L’ultimo è stato ad Assago, nel marzo del 2002. Prima di quella data, tra assise ordinarie e straordinarie, ne erano stati celebrati ben otto in soli dieci anni. L’autorevole fonte maroniana insiste: «Prima andavamo al ritmo di quasi un congresso federale all’anno. Dopodiché ce n’è stato uno in undici anni. Tra l’altro, da quando è venuta fuori la corrente di Reguzzoni, dobbiamo avere anche paura di esprimere liberalmente le nostre idee. Adesso basta, è arrivato anche per noi il momento di riprendere confidenza con la democrazia. Altrimenti…».
Oltre i puntini di sospensione del fedelissimo del ministro dell’Interno, c’è la paura di quel «baratro» che Maroni e Calderoli condividono al punto di aver (quasi) chiuso le ostilità tra loro. Senza dimenticare l’incubo, che il sindaco di Verona Flavio Tosi ha messo nero su bianco in un’intervista rilasciata al Giornale la settimana scorsa, che il possibile tracollo di Berlusconi e del berlusconismo trascini il Carroccio in un burrone dal quale sarà impossibile rialzarsi. Maroni, i maroniani e la base da una parte. Renzo Bossi, Manuela Marrone e il cerchio magico del tridente Reguzzoni-Bricolo-Mauro dall’altra. A meno di colpi di scena, la conta finale partirà a breve. Magari sarà un testa a testa tra «Bobo» e «Trota». Magari il punto di discrimine sarà correre da soli alle prossime elezioni (linea Maroni) o rimanere ancorati al Pdl (cerchio magico). L’unica certezza riguarda la guerra. Arrivata all’alba dell’atto finale.

Written by tommasolabate

24 giugno 2011 at 12:07