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Roberto Maroni, l’outsider.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 giugno 2011)

Che stia lavorando per essere «l’uomo di domani» lo dimostra l’attenzione che sta dedicando – unico tra i politici – al più grande tema di cui si discute nei bar italiani: il calcioscommesse. E pensare che qualche mese fa, come aveva confidato a pochi amici, stava addirittura pensando di mollare la politica. Ladies and gentlemen, Roberto Maroni. L’outsider.
Sembra l’unico esponente del centrodestra ad essere uscito rivitalizzato dalle «mazzate» subite dal blocco Pdl-Lega alle amministrative e ai referendum. Un po’ perché, come spiegano nel suo giro a via Bellerio, «se gli avessero dato ascolto, quantomeno sui quesiti di domenica e lunedì, a quest’ora Bossi e compagnia avrebbero salvato il salvabile». Un po’ perché lui, comunque, per il solo fatto di essersi presentato alle urne – accompagnato dai big della sua corrente (Luca Zaia su tutti) – la faccia l’ha salvata. Eccome.
Bobo Maroni, insomma, è il leghista con le mani più vicine alla “spina” del governo. Nel senso che è vero, forse la sua parte in commedia è la più rischiosa. Ma è altrettanto vero che se c’è un uomo che può salvare l’Alberto da Giussano dall’abbraccio mortale del Cavaliere da Arcore, quell’uomo è lui. Non foss’altro perché – e le stime sulla partecipazione dell’elettorato del Carroccio ai referendum ne sono una prova – al momento è il big del partito più sintonizzato con la base leghista.
Eppure, poco prima che iniziasse la campagna elettorale delle amministrative, il titolare del Viminale aveva altri pensieri. Addirittura, aveva confidato agli amici più stretti parlando del «carrozzone» del governo «Berlusconi-Scilipoti», tra i suoi desiderata aveva fatto capolino l’idea di «mollare la politica». Forse per tornare «a fare l’avvocato», magari «per riprendere in mano l’organo Hammond» insieme al suo vecchio gruppo blues, il Distretto 51.
Oggi, invece, è tutto diverso. L’uno-due subìto dal centrodestra nell’ultimo mese ha dimostrato che i tiri di sciabola o fioretto che il titolare del Viminale aveva via via indirizzato al governo erano più che fondati. I guai giudiziari di Berlusconi? I cordoni della borsa tenuti sigillati da Tremonti? L’ascesa nella Lega del «cerchio magico» di bossiani ortodossi, per cui nutre – insieme anche a Roberto Calderoli – una sana (eufemismo) “antipatia”? «Se solo Bossi m’avesse dato retta… », ripete ai colleghi di partito. Inutile chiedergli di completare la frase, di portarlo allo scontro frontale col Capo. Perché lui, il ministro dell’Interno, puntualmente si ritrae: «Vabbe’, guardiamo al futuro. Lasciamo perdere».

Umberto Bossi

Sulla bussola di governo no, Maroni non lascia più perdere. E gli avvisi di sfratto recapitati negli ultimi giorni a Berlusconi e Tremonti la dicono tutta su quanto vorebbe staccarla, quella spina che ha tra le mani. «O si cambia o si muore», ha detto al Corriere della sera di lunedì. «Mia nonna diceva che uno sberlone fa male, ma a volte ti fa rinsavire. Ma, come diceva ieri Calderoli, non vogliamo che arrivi la sberla del non c’è due senza tre», ha ribadito ieri. E ancora: «C’è la crisi economica. E ci vuole coraggio, oltre alla prudenza. Spero davvero che si metta mano alla categoria del coraggio». Quando gli domandano se dopo i referendum ha parlato con Berlusconi, il ministro dell’Interno risponde: «No, col premier no. Ho parlato col mio amico Daniele Marantelli, però». Lo stesso Marantelli, deputato e deus ex machina del Pd di Varese, che scommette: «Maroni può fare tutto tranne una cosa. Non taglierà mai la faccia a Bossi. Piuttosto torna a fare il musicista…».
Morale della favola? Nel Carroccio che prepara con trepidazione l’appuntamento di domenica a Pontida, sperimentando addirittura la paura della contestazione del «popolo padano», Maroni incarna la «linea dura». Quella della «rottura». Della «svolta». Della liberazione, come dicono i suoi, da «questo berlusconismo».
Perché, in fondo, sono anche gli scherzi della storia. All’epoca del ribaltone del 1994, Maroni era il capofila dei leghisti che non volevano abbandonare il Cavaliere. «O rimaniamo con Berlusconi o si va a votare», sosteneva «Bobo» al quel tempo. Al contrario dell’«Umberto», che aveva siglato nella sua residenza romana, insieme a Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, quel «patto delle sardine» che avrebbe portato alla fine del primo governo di Silvio.
Era l’epoca della «fronda» maroniana dei leghisti pro-Berlusconi. Uno dei suoi fedelissimi di allora, il vicepresidente del Senato Marcello Staglieno, aveva addirittura avanzato l’idea del “regicidio”: «Convochiamo l’assemblea federale per togliere Bossi e fare segretario Maroni». Una provocazione a cui il Senatur aveva risposto con l’asprezza dei bei (si fa per dire) tempi: «Me ne frego di Staglieno, la fronda non esiste. Al momento del voto sulla mozione di sfiducia – aveva scandito l’Umberto simulando il mitra – op! pum!. Tutti voteranno come dico io, da Maroni in giù».
Oggi la storia viaggia sul binario contrario. Bossi pensa che «Berlusconi sia cotto» e Maroni è il capofila degli antiberlusconiani della Lega. Aspettando Pontida si può immaginare di tutto. Compreso che il titolare del Viminale diventi il premier dell’unico governo di mini-transizione su cui Bersani potrebbe schierare i suoi. Il tempo di fare la riforma elettorale, magari approvando un modello che consenta alla Lega di andare da sola al prossimo giro, e via. Può succedere a giugno. Oppure dopo l’estate. Chi conosce «Bobo» giura che lui guarda lontano. Oltre il berlusconismo. Senza dimenticare che la politica si fa coi voti, e che a votare ci fa la gente. Quella che si mette in fila per i referendum. E quella che trattiene il fiato sul calcioscommesse. Pensando la stessa cosa che Maroni, unico tra i politici, ripete in continuazione: «Il mondo del calcio? Si vede che non ha imparato la lezione». Un po’ come Berlusconi.

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15 giugno 2011 at 11:27

Bersani, il triplete del Pd e l’ultimatum alla Lega.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 giugno 2011)

Alle 7 di sera, quando s’apparta con Pier Ferdinando Casini, Pier Luigi Bersani gli sussurra in un orecchio: «Per adesso non presentiamo una mozione di sfiducia in Parlamento». E sottolinea, «per adesso…».
Coi suoi più stretti collaboratori, insieme a cui è immortalato in un video “dietro le quinte” che sarà trasmesso dalla tv del partito Youdem per celebrare la sbornia referendaria, il segretario era stato ancora più preciso. E, anticipando i contenuti della conferenza stampa tenuta al terzo piano del Nazareno a urne chiuse, aveva sillabato, cedendo involontariamente a quello slang emiliano che piace tanto a Crozza: «Governo tecnico? Ma dico, siam matti? Oggi gli italiani hanno scritto la storia. Per cui Berlusconi salga al Colle e si dimetta. Perché tolta una fase di transizione per fare la riforma elettorale, per noi adesso ci sono solo le elezioni anticipate. Punto e basta».
Il segretario del «triplete» (il copyright è di Matteo Orfini), che un mese fa aveva impresso una brusca accelerazione alla campagna referendaria, adesso sente di avere il coltello dalla parte del manico. «Basta con tutte queste robe politiciste, basta parlare di governi tecnici e governicchi». Infatti, al contrario di un Di Pietro che si tiene alla larga dalla richiesta di «dimissioni» dell’esecutivo («Chiederle è una strumentalizzazione»), il leader del Pd punta dritto sul crollo del Cavaliere. Non a caso, nel giro di qualche settimana, «Pier Luigi» ha rubato a «Tonino» i galloni del “nemico pubblico numero uno” del berlusconismo. Basta leggere la dichiarazione in cui un “falco” della comunicazione del Pdl come Giancarlo Lehner saluta la sua conferenza stampa: «Di fronte a Bersani, persino Di Pietro sembra uno statista».
Far cadere il governo, sì. Ma come? Incontrando Casini a margine della presentazione dell’ultimo libro di Veltroni, per la prima volta Bersani evoca, in vista della “verifica” di governo del 22 giugno, la possibilità di presentarsi in Parlamento con una mozione di sfiducia. «Per adesso non la annunciamo, perché ancora non ci sono i numeri e non vogliamo offrire un assist al Cavaliere. Ma se il vento cambiasse anche a Palazzo…».
Oltre i puntini di sospensione c’è una strategia precisa. E un carico d’aspettative che riguarda la «svolta» che i big del Carroccio potrebbero mettere in scena domenica, a Pontida. «Siamo stanchi di prendere sberle», ha messo nero su bianco Roberto Calderoli dando voce a un malumore che ha definitivamente contagiato anche Bossi. E Bersani, quasi di rimando, ha fatto recapitare a via Bellerio il seguente messaggio: «Basta tentennamenti, non stiamo mica qui a pregarvi. Siete voi che dovete fare il primo passo. Anche perché questo voto ha dimostrato che la teoria dei vasi comunicanti, nel centrodestra, non funziona più. Perde Berlusconi e perdete anche voi». Un ultimatum in piena regola, insomma. Condiviso anche da Pier Ferdinando Casini. «La vera sberla», ha argomentato il leader terzopolista ai microfoni del Tg di Mentana su La7, «l’ha presa la Lega. Che adesso, per salvarsi, deve solo svincolarsi da Berlusconi».
Prendere o lasciare, insomma. Se domenica il Carroccio comincia a smarcarsi dal Cavaliere, il Pd garantisce sull’approvazione di una legge elettorale che consenta a Bossi&Co. di presentarsi da soli alle prossime elezioni (il Bersanellum varato la settimana scorsa risponde a quest’obiettivo). Altrimenti, è la sintesi del gotha democratico, «fatti loro, che crollino pure appresso al premier».
Il referente principale del leader del Pd rimane Roberto Maroni. Che infatti, intervistato dal Corriere di ieri prima che la sconfitta referendaria del governo assumesse i contorni della disfatta, l’ha detto chiaro e tondo: «Il governo svolti o si va a votare. La Lega è indisponibile a formule di transizione».
È lo stesso adagio di Bersani, con cui il titolare del Viminale s’era intrattenuto alla parata del 2 giugno. Solo anche adesso la situazione s’è capovolta. Col triplete in tasca, il leader del Pd (che a inizio luglio sarà a Pontida, alla festa del Pd locale) è in grado di dettare l’ultimatum al Carroccio. Se l’operazione va in porto, i paletti del post-Silvio sarebbero già fissati. Mozione di sfiducia in vista del 22 giugno, nuova maggioranza (Pd, Lega, Idv e pezzi di Pdl) per un governo che abbia in agenda il cambio di legge elettorale e tutti al voto a novembre. «Siamo a una svolta storica. Oggi c’è stato il referendum sul divorzio tra Berlusconi e il Paese», ripete Bersani. Convinto, in cuor suo, di aver centrato in soli due mesi obiettivi neanche lontanamente immaginabili. Un fronte anti-berlusconiano compatto, un Pd in testa alla classifica dei partiti e pure una premiership che nessuno, oggi, sarebbe in grado di contendergli.

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14 giugno 2011 at 11:08

Situazione traffico ore 12.55. La macchinina multicolore dopo l’intervento pubblico del capo dei vigili.

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Adesso la macchinina multicolore – un po’ rossa, un po’ gialla, un po’ grigia, un po’ verde – si starebbe avvicinando ai 60 km/h, soglia da rivedere (al ribasso) dopo la discesa dei passeggeri dell’estero (due punti o giù di lì).

E l’intervento del capo dei Vigili Bobo Maroni potrebbe paradossalmente portare la macchinina a ulteriori accelerazioni.

Perché? Semplice. Al passeggero indeciso interessa salire a bordo di una macchinina multicolore che corre velocemente. E se il capo dei Vigili ammette che questa macchinina corre…

 

Written by tommasolabate

13 giugno 2011 at 11:56

Dal colloquio segreto con Maroni (che andrà a votare ai referendum) al Peroncino in direzione. Bersani pensa al 13.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2011)

Alle 14 di ieri, assistendo a una direzione del Pd che non era mai stata così serena, Pier Luigi Bersani ha stappato un Peroncino e ha cominciato a sorseggiare la birra. Brindando all’«unità» e con un pensiero all’affluenza del referendum. A cui contribuirà, col suo voto, anche Roberto Maroni.
Nel giorno in cui il presidente della Repubblica ha risposto seccamente a chi gli chiedeva della sua presenza ai seggi («Sono un elettore che fa sempre il suo dovere»), Maroni avrebbe ufficializzato di fronte ai fedelissimi la sua intenzione di recarsi alle urne domenica per votare ai referendum. Una risposta scontata, se si pensa che il «Bobo» leghista è comunque il ministro dell’Interno. Un po’ meno se si ragiona sul fatto che il titolare del Viminale potrebbe essere il primo big del Carroccio a «uscire dai blocchi», ad annunciare che ritirerà quelle quattro schede che potrebbero condannare il berlusconismo.
Per capire che cosa c’entra tutto questo con Bersani bisogna fare un passo indietro di qualche giorno. Al 2 giugno, per la precisione. Al Riformista risulta infatti che, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il segretario del Pd e il ministro dell’Interno sono riusciti nell’impresa di intavolare un colloquio di cinque minuti lontano da microfoni e taccuini. Quel faccia a faccia tra “Pier Luigi” e “Bobo” – a cui gli amici comuni avevano lavorato già prima delle elezioni amministrative – ha già avuto luogo.
Sulle (eventuali) confidenze che si sarebbero fatti, invece, c’è soltanto una certezza. Ai pochissimi che sapevano della chiacchierata col titolare del Viminale, e che di conseguenza hanno cercato di soddisfare la sacrosanta curiosità, Bersani ha detto due cose. La prima è che «adesso dobbiamo lasciare che la Lega cuocia nel proprio brodo». La seconda, scandita con un sorrisetto, è che «dobbiamo aspettare di vedere quello che succederà al referendum. Perché il giorno dopo, in un senso o nell’altro, qualcosa succederà». Non a caso, il segretario del Pd – affrontando ai margini della direzione di ieri il tema del supervertice di Arcore – ha parlato come se fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo all’interno della residenza del premier. «Non so di che cosa discuteranno», ha premesso, «ma sono convinto che se penseranno a precari bilanciamenti non faranno strada». E ancora, sempre dalla viva voce di Bersani, testualmente: «Il Pdl non risolverà i suoi problemi tirando per la giacca Tremonti. E se la Lega pensa di aggiustare con dei “bilanciamenti”, si troverà di fronte a nuove buche perché, soprattutto al Nord, si è visto che le premesse non si sono realizzate».
Quando parla a Roma coi cronisti, insomma, il leader del Pd è convinto che il Cavaliere abbia offerto a Bossi di “promuovere” Tremonti e Calderoli come vicepremier, magari portando Roberto Castelli alla Giustizia? Sono questi i «bilanciamenti» a cui allude? Bastano queste previsioni per risalire a un possibile «asse» tra Bersani e Maroni, che magari si è consolidato con la chiacchierata del 2 giugno? Tra tanti indizi c’è una sola certezza. Il dialogo tra Pd e Lega ha bisogno di due pre-condizioni. Primo, che il referendum di domenica e lunedì sia un’altra sconfitta per il premier. Secondo, che successivamente ci sia l’accordo di massima su una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni. «E il Mattarellum col 50 per cento di maggioritario e il 50 di proporzionale», insistono gli sherpa di entrambi i partiti, risponde a questa esigenza.
«La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica», ha scandito Bersani alla direzione del Pd di ieri. «Il governo si dimetta. La strada maestra sono le elezioni, ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale», ha aggiunto. Dal Parlamentino del Pd, il segretario è tornato a casa con una relazione approvata all’unanimità e un partito compatto. La linea è tracciata: alleanze sì, ma «noi siamo il perno della coalizione e puntiamo ad essere il primo partito del paese». Le primarie ci saranno, «e le metteremo in sicurezza». «Non facciamo l’errore del ’93», ha avvertito D’Alema. «Bersani vince le primarie se siamo uniti», ha spiegato Fioroni. «Bene Bersani. Adesso costruiamo l’alternativa riformista», è stato l’auspicio di Veltroni. Poi i due passaggi “di colore”, che entrano di diritto negli highlitghs. L’applauso tributato al responsabile Enti Locali Davide Zoggia, per i successi alle amministrative. E quel Peroncino, che il segretario ha stappato e poi bevuto. Brindando al futuro prossimo.

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7 giugno 2011 at 11:14

“Basta politicismi”. Lo scatto di Bersani nell’ascesa al Monte Quorum.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 giugno 2011)

«Sul referendum ci metto la faccia», ha spiegato ieri Pier Luigi Bersani riunendo la segreteria del partito. Nel day after la vittoria elettorale, il leader del Pd ha deciso che farà anche il testimonial della campagna degli spot sul 12 giugno.
La road map bersaniana era stata messa nero su bianco subito dopo il primo turno delle amministrative. «Colpire il Cavaliere ai ballottaggi, tentare di affondarlo al referendum». E ora che la prima parte del «piano» può dirsi riuscita in pieno, Bersani vuole completare l’opera.
Ai tanti dirigenti di primo piano del Pd che sono scettici sull’operazione di inseguire un quorum che manca da un decennio (tra questi ci sarebbero D’Alema e Veltroni), il segretario risponde in due modi. Primo, «anche pensare di vincere Milano, solo un mese fa, era considerato l’esercizio di un matto». Secondo, «adesso dobbiamo lasciarci alle spalle le mosse politiciste e fare politica a viso aperto, come abbiamo fatto in questa tornata elettorale».
Detto fatto. Ieri, riunendo la segreteria del suo partito, Bersani ha incassato il via libera su una campagna referendaria che lo vedrà impegnato in prima persona. Addirittura come testimonial di tre video (su nucleare, legittimo impedimento e acqua) che sono pronti per la messa in onda. «Diciamo no al piano nucleare del governo», spiega il segretario nello spot dedicato all’atomo, quando sullo sfondo scorrono le immagini della Fukushima devastata dall’esplosione dei reattori della centrale. «La legge è uguale per tutti. Vogliamo una giustizia riformata, che funzioni», scandisce invece nel video in cui invita i cittadini a votare «sì» al quesito sul legittimo impedimento.
C’è un’altra obiezione: l’eventuale decisione della Cassazione di considerare il quesito sul nucleare “assorbito” dal decreto omnibus riconvertito in fretta e furia dalla maggioranza («Ma è tutto da vedere») renderà ancor più difficile la già complicata ascesa al “monte quorum”. Obiezione che gli spin doctor del leader democratico rovesciano, facendo notare che «lo spudorato trucchetto dei berluscones potrebbe incentivare l’indignazione degli italiani e portarli ai seggi», che si apriranno il 12 e 13 giugno. Anche a questo serviranno i cinque milioni di lettere – firmate, manco a dirlo, da Bersani – che il Pd sta per inviare ad altrettante famiglie dei capoluoghi italiani. Senza dimenticare che tutti i protagonisti delle recenti vittorie alle amministrative – da Pisapia a de Magistris, da Merola a Fassino, da Zedda a Cosolini – saranno impegnati ventre a terra nell’operazione.
Nella strategia del Pd, però, c’è anche un terzo punto. Ed è quello che, in deroga ai paletti sul “politicismo”, riguarda la «tela» col Carroccio. Nell’agenda di Bersani, a dispetto delle smentite della sua cerchia ristretta, c’è già un appuntamento con Roberto Maroni, che il segretario dei democratici e il titolare del Viminale avevano fissato (tramite amici comuni) nel bel mezzo della campagna elettorale. E il colloquio, si mormora a Palazzo, potrebbe avvenire già prima della fine di questa settimana, magari approfittando del ponte del 2 giugno.
Su quello che succede tra le quattro mura del quartier generale leghista, Bersani mostra di essere ben informato. «Non metto il cronometro, ma dopo quello che è successo al Nord non credo che la Lega riuscirà a rimontare portandosi a casa un ministero o un vicepremier», ha spiegato ieri a Repubblica tv evocando il piano (caldeggiato dai bossiani del “cerchio magico”) di siglare una tregua col premier “accontentandosi” della promozione di Tremonti a numero due del governo. Anche perché quell’operazione non ha il via libera di Bossi né quello di «Giulietto» né tantomeno il placet del titolare del Viminale, ormai impegnato nella fortificazione della sua corrente anti-berlusconiana. Di conseguenza, è la chiosa del leader pd, «se non domani o domani l’altro, prima o poi la Lega si autonomizzerà».
Bersani spera che il processo di “autonomizzazione” del Carroccio dia i suoi primi frutti il 19 giugno a Pontida. E le dichiarazioni di Bossi («Il governo va avanti, ma non so se è tranquillo») sembrano avvalorare la tesi. Senza dimenticare che, ormai, anche le “grandi firme” della Lega seguono il leitmotiv dei militanti inferociti che telefonano a Radio Padania. «La maggioranza è sotto l’attacco degli italiani», dice Maroni. «A Milano ha perso Berlusconi. Ora rifletta sul suo passo indietro», sottolinea il sindaco di Verona Flavio Tosi.
All’incontro con Maroni, Bersani non andrà a mani vuote. E l’offerta del Pd di spendersi per una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni (un Mattarellum col 50% di maggioritario e l’altro 50 di proporzionale) potrebbe essere formalizzata a breve.

Written by tommasolabate

1 giugno 2011 at 09:38

Se Milano scarta l’Asso-Silvio, è l’ora del tris di jack. Tremonti, Maroni, Alfano: una poltrona per tre.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 maggio 2011)

Giulio Tremonti, il favorito.

Se le partite di Milano e Napoli toglieranno l’asso-Berlusconi dal tavolo, scatterà l’ora del «tris di jack». Giulio Tremonti, Roberto Maroni e Angelino Alfano. Tre cavalli di razza che sembrano già sintonizzati sul pomeriggio del 30 maggio. Basta vedere come si tengono lontani dal ring elettorale.

Mentre il gotha del blocco Pdl-Lega s’affanna in ordine sparso a tirar fuori dal cilindro dicasteri da decentrare (a Milano e Napoli), multe da condonare (Milano) e case abusive da non abbattere (Napoli), i tre ministri simbolo del governo Berlusconi si tengono ben lontani dalla rissa. Basta vedere come si sono mossi negli ultimi giorni, sempre a debita distanza da quelle «paure» e dagli spettri di «zingaropoli islamiche» agitati ora dal Cavaliere ora dal Senatùr. Rispetto a Giuliano Pisapia, che ormai è il bersaglio fisso anche dei berluscones moderati, Maroni s’è limitato a dire: «Il suo programma prevede iniziative non condivisibili in materia di moschee e cose del genere. Ma la sua elezione non mi fa paura».

Quanto ad Angelino Alfano, ieri ha rimarcato come non mai la sua distanza da una coalizione che

Angelino Alfano

continua a puntare l’indice – soprattutto in campagna elettorale – contro i magistrati. «I parlamentari collusi con la criminalità se ne devono andare, non ho dubbi su questo. Anzi, se i partiti hanno la forza di cacciarli è meglio», ha scandito il Guardasigilli intervenendo a Palermo alla commemorazione della strage di Capaci, usando parole che gli sono valse l’elogio incondizionato del procuratore nazionale Antimafia Piero Grasso («Una delle qualità che riconosco ad Alfano è quella di percepire al volo le priorità»), che pure non ha risparmiato una stilettata all’indirizzo della maggioranza («Impossibile dialogare con chi ci insulta»).

Il terzo cavallo di razza è Giulio Tremonti, che tolta una sortita bolognese (insieme a Bossi) per il candidato leghista Manes Bernardini, non solo s’è chiamato come sempre fuori dalla mischia. Ma ieri, fanno notare dal centrodestra napoletano, «ha rifilato una bella mazzata a Gianni Lettieri», che a Napoli corre contro Luigi de Magistris. In che modo? Semplice. Il ministro dell’Economia è l’azionista di Fintecna. Di conseguenza, c’è anche la sua «manina» dietro il piano di esuberi di Fincantieri che prevede la chiusura dello stabilimento di Castellammare di Stabia, definito «inaccettabile» persino dal pidiellino presidente della provincia di Napoli Luigi Cesaro (anche Lettieri, per la cronaca, ha preso malissimo la notizia).

Maroni, Alfano e Tremonti. Il tris di jack si tiene lontano dagli schizzi di fango di una campagna elettorale ad alzo zero per giocarsi la poltrona di Palazzo Chigi, sempre se i ballottaggi provocheranno la resa dei conti nel centrodestra. Nei briefing tenuti coi fedelissimi negli ultimi giorni, Gianfranco Fini ha spiegato che «la situazione» della maggioranza assomiglia moltissimo ai giorni prima del 14 dicembre. Con la differenza che nessuna «compravendita» potrà mettere al riparo Berlusconi dall’eventuale sconfitta di Letizia Moratti. Nel Terzo Polo, infatti, scommettono sul Carroccio che stacca la spina al Cavaliere. E sull’ascesa di Tremonti, che guiderebbe il governo con una maggioranza allargata. «In quel caso», spiega Roberto Rao, braccio destro di Pier Ferdinando Casini, «il ministro dell’Economia potrebbe puntare su un programma di riforme basato su economia e lavoro, finanziandolo con quello che lui stesso ha risparmiato fino ad oggi». Nel senso che, «mentre finora s’è tenuto il bancomat nascondendo il Pin anche a Berlusconi, se andasse a Palazzo Chigi Tremonti potrebbe investire sul Paese gestendone in prima persona il rilancio». È lo scenario di un centrodestra de-berlusconizzato, con maggioranza allargata (a Terzo Polo e pezzi di Pd) e un governo di decantazione senza scadenza. Per tenere lontane le urne.

Bobo Maroni, Pier Luigi Bersani

È lo scenario che, però, non piace a Pier Luigi Bersani. A differenza di alcuni suoi autorevoli colleghi di partito (Walter Veltroni su tutti) il segretario del Pd, che considera Tremonti «il corresponsabile del malgoverno del paese», ha in testa un altro piano. Il cui punto di caduta sarebbero le elezioni anticipate, a novembre. Se il Carroccio togliesse l’ossigeno al Cavaliere dopo il voto, il leader democratico tirerebbe fuori dal suo mazzo la carta Maroni. Giusto il tempo di approvare i decreti finali del federalismo caro a Bossi e poi si andrebbe tutti alle urne. Con la Lega che, favorita dall’approvazione della madre di tutte le sue riforme, sarebbe agevolata anche correndo da sola in tutto il Nord.

E il terzo jack? Angelino Alfano entrerà in partita solo nel caso più improbabile: quello di un «passo indietro» di Berlusconi, che ne favorirebbe l’ascesa. Quest’ultimo è lo scenario meno battuto, perché soggetto a un numero indefinito di variabili. Tra tante incognite c’è una sola certezza: a prescindere dal governo che sarà in carica nel caso di showdown, l’«epocale riforma costituzionale della giustizia» del premier uscirà dai radar del Palazzo. Anche se quell’esecutivo sarà guidato dal suo primo firmatario. Lo stesso che infatti ieri se n’è tornato a casa con un bel plauso firmato da Pietro Grasso.

Written by tommasolabate

24 maggio 2011 at 09:50

Quel “patto dei congiurati” sul federalismo fiscale.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 maggio 2011)

Tremonti Casini BersaniOrmai la partita è tutta in chiaro. Basta ascoltare le parole che Gianfranco Fini ha detto ieri a Milano, lasciando intendere che in caso di ballottaggio i voti di Fli non saranno di certo convogliati verso Letizia Moratti: «Penso che saranno proprio i milanesi», ha scandito il presidente della Camera, «a essere decisivi per la definizione del futuro rapporto tra Pdl e Lega».
Al di là di qualsiasi forzatura, la frase che la seconda carica dello Stato ha pronunciato nel capoluogo lombardo durante la presentazione del suo libro L’Italia che vorrei è la rappresentazione plastica dei desiderata di tutta l’opposizione. Se Letizia Moratti non si riconferma nella sua seggiola a Palazzo Marino, l’entrata in crisi della maggioranza sarebbe cosa fatta. In fondo, l’ha ripetuto anche ieri Pier Luigi Bersani, alla testa di un Pd che adesso ha concentrato la sua comunicazione pre-elettorale sulla distanza tra il “popolo leghista” e il Cavaliere. «I leghisti sono un po’ a disagio. Siamo al governo del ribaltone, siamo il teatrino della politica, siamo il governo Berlusconi-Bossi-Scilipoti», ha scandito il segretario del Pd a margine di un comizio a Pavia. E ancora, sempre dalla viva voce del leader dei Democratici: «Sono tre mesi che dico che a Milano si vince. Mi prendevano per un matto tre mesi fa, ma io lo ribadisco».

Che la battaglia di Milano sia diventata lo spartiacque di tutta la legislatura lo dimostra anche la mole di Maroni Finicontatti sotterranei che, a meno di due settimane dalle amministrative, il gotha leghista (compreso il “non tesserato” Giulio Tremonti) sta intrattenendo con i vertici dell’opposizione. Da Fini a Bersani, passando per Casini o Enrico Letta, non c’è alto dirigente della minoranza che, al di là dei toni “da campagna elettorale”, non stia cercando di tessere col Carroccio quella tela che s’era di fatto interrotta il 14 dicembre scorso.

Nelle agende di ciascuno di coloro che Berlusconi ha già privatamente bollato come «congiurati» c’è anche una giornata segnalata con la penna rossa: il 21 maggio prossimo, praticamente a metà strada tra il primo turno delle amministrative e i ballottaggi. Entro quella data, infatti, il Parlamento dovrà prorogare di sei mesi la legge delega sul federalismo fiscale. Significa, spiegano anche nella cerchia ristretta del Carroccio elaborando un’efficace traduzione dal “politichese”, «che si riapriranno le danze sul federalismo». Dai giri di valzer nella “bicameralina” alle votazioni in Aula. A cominciare da quelle sui decreti mancanti (i primi saranno su «premi e sanzioni» per le amministrazioni locali e sulle funzioni di Roma capitale) per proseguire sulle norme che verranno riscritte. E su questo, come spiega la fonte leghista, «noi trattiamo con tutti e su tutto. D’altronde, la proroga annunciata da Roberto Calderoli due mesi fa venne scelta per andare incontro alle richieste del Pd e del Terzo Polo». Il deputato-economista Francesco Boccia, uno degli esponenti democratici che segue più da vicino il dossier sul federalismo fiscale, lo spiega senza troppi giri di parole: «Il federalismo fiscale potrebbe essere l’unico fatto “politico” tout-court di questa legislatura». Ed è ovvio, aggiunge il deputato vicino a Enrico Letta, che «su questo terreno potrebbero registrarsi significativi cambiamenti all’interno del quadro politico».

Ovviamente, il voto sul rinnovo della legge delega non prevede alcuna sorpresa dell’ultim’ora. Non foss’altro perché praticamente tutte le forze politiche sono d’accordo (quantomeno) sulla tabella di marcia. Ma la vera «svolta», la stessa che nei colloqui tra la Lega e l’opposizione è tutt’altro che sottotraccia, riguarda le prospettive nel caso in cui Milano passasse al centrosinistra. Col federalismo fiscale di nuovo al centro dell’agenda politica, ci sarebbe «un’ora X» in cui un’altra maggioranza avrebbe modo di testarsi. «E i voti sulla riforma più cara al Carroccio», è l’analisi svolta anche dal Terzo Polo, «sarebbero senz’altro un’occasione migliore dell’eventuale voto di fiducia sulla nuova maggioranza», ventilato da Fini all’indomani della nota del Quirinale sull’infornata di nuovi sottosegretari.
Ovviamente, se riuscisse a passare senza graffi attraverso le forche caudine del voto, Berlusconi si rafforzerebbe. E l’opposizione, a cominciare dal Pd, rischierebbe di finire inghiottita dalle dispute sul futuro del centrosinistra, a cominciare da quella sulla leaderhip («Su questo io ci sono, ma dobbiamo sentire anche gli altri», ha detto ieri Bersani intervistato da Porta a porta»). Ma se la tornata delle amministrative non sorridesse al Pdl, a quel punto la legislatura sarebbe a una svolta. E i voti finali sul federalismo potrebbero sancire il «patto dei congiurati» che segnerebbe anche la storia del berlusconismo.

Written by tommasolabate

10 maggio 2011 at 08:19

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