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Il Pd teme schizzi di fango dall’inchiesta Enav. Berlinguer riunisce la commissione di garanzia: «Attenti a quello che può arrivare dal caso Finmeccanica»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 novembre 2011)

Luigi Berlinguer

Difficile dire se si tratta semplicemente di eccesso di zelo. Oppure se, al contrario, «quelle strane voci», come le chiamano alcuni dirigenti del partito, hanno un qualche fondamento. Sta di fatto che da qualche giorno, dentro il perimetro del Pd, più d’uno ha iniziato a temere «possibili schizzi di fango» dal caso Enav-Finmeccanica.

Voci incontrollate? Ricostruzioni campate in aria? Tutt’altro. Infatti, la discussione sull’eventualità che qualche dirigente del Pd sia chiamato (a ragione o a torto) in causa sul dossier è stata oggetto di una riunione ufficiale della commissione nazionale di garanzia del partito.

È successo lunedì pomeriggio, due giorni fa. Quando, nel bel mezzo di un incontro apparentemente di routine, il presidente dell’organismo Luigi Berlinguer ha gelato i presenti col ragionamento che segue: «Visto che tira un’aria da campagna elettorale, stiamo attenti a quello che potrebbe succedere da qui a breve. E soprattutto, evitiamo di farci scavalcare dagli eventi com’è capitato mesi fa con il caso Penati».

Pier Francesco Guarguaglini

Di fronte allo stupore degli altri membri della commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione ha chiarito di riferirsi all’inchiesta che riguarda Enav e Finmeccanica. Quella condotta dalla procura di Roma, i cui verbali hanno riempito nelle ultime settimane le pagine dei quotidiani, arrivando a colpire (mediaticamente, per adesso) soprattutto Pdl e Udc.

Difficile fare congetture sull’uscita di Berlinguer, che nella sua carriera è stato anche componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Ma due altre stranezze, sulla riunione della commissione di garanzia che ha avuto luogo al Pd quarantott’ore fa, vanno registrate. La prima è tutta nella confidenza che fa al Riformista uno dei componenti del gruppo: «A differenza di quanto accade prima delle nostre riunioni, a quella di lunedì ci avevano pregato di venire tutti. Un po’ strano, soprattutto se si pensa che all’ordine del giorno c’erano il Pd di Tivoli e i mal di pancia contro Debora Serracchiani in Friuli». La seconda è che, effettivamente, alla riunione presieduta da Berlinguer si presentano tutti. «Anche chi», aggiunge la fonte, «di solito marca visita».

Pensava alle «strane voci» sul caso Enav-Finmeccanica chi, dentro il partito, si è premurato di avere la commissione di garanzia riunita al gran completo? E soprattutto, si domanda un alto dirigente del Pd, «davvero rischiamo che la macchina del fango abbia gli strumenti per chiamare in causa qualcuno di noi sull’inchiesta di Roma?». Domande che, per adesso, non hanno alcuna risposta.

Nel frattempo, all’interno del Pd, la tensione rimane alta. A Pier Luigi Bersani, ad esempio, non sono piaciute affatto alcune «fughe in avanti» nel dibattito che s’è aperto all’indomani della nascita del governo Monti. Da alcune dichiarazioni di Stefano Fassina alla richiesta di dimissioni dello stesso responsabile economico del partito, messa nero su bianco la settimana scorsa dall’area dei liberal di cui fa parte anche Pietro Ichino. Per questo il segretario ha chiesto una specie di moratoria. E l’ha fatto nella relazione alla riunione della segreteria del partito, andata in scena ieri al Nazareno. «Siamo in un momento molto delicato», è stata la premessa del leader. «Di conseguenza, pregherei ciascuno di voi, compresi gli alti dirigenti, di lasciare che sia solo io nelle prossime settimane a fissare pubblicamente la linea del partito». Un modo come un altro per dire, a suocere e nuore, che «il timone lo tengo io». Almeno fino a che non sarà passata la buriana.

L’aria di tempesta, infatti, si respira ancora. Il responsabile cultura Matteo Orfini, bersaniano doc, l’ha ribadito ieri, arrivando anche a ventilare l’ipotesi di un congresso anticipato: «Sono state settimane in cui la conflittualità interna, anche su temi decisivi, è stata molto alta. Se dobbiamo andare avanti così – è stata la subordinata di Orfini – meglio fare chiarezza una volta per tutte. Se serve, anche convocando un congresso». Ipotesi che, al momento, viene scartata dalle minoranze. «Le scelte quotidiane nel sostegno alle misure del governo Monti», ha scritto Beppe Fioroni in una nota, «segneranno la differenza tra chi si impegna per l’interesse del Paese e chi invece si interessa ai fatti suoi».

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Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

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22 luglio 2011 at 12:36

Dal colloquio segreto con Maroni (che andrà a votare ai referendum) al Peroncino in direzione. Bersani pensa al 13.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2011)

Alle 14 di ieri, assistendo a una direzione del Pd che non era mai stata così serena, Pier Luigi Bersani ha stappato un Peroncino e ha cominciato a sorseggiare la birra. Brindando all’«unità» e con un pensiero all’affluenza del referendum. A cui contribuirà, col suo voto, anche Roberto Maroni.
Nel giorno in cui il presidente della Repubblica ha risposto seccamente a chi gli chiedeva della sua presenza ai seggi («Sono un elettore che fa sempre il suo dovere»), Maroni avrebbe ufficializzato di fronte ai fedelissimi la sua intenzione di recarsi alle urne domenica per votare ai referendum. Una risposta scontata, se si pensa che il «Bobo» leghista è comunque il ministro dell’Interno. Un po’ meno se si ragiona sul fatto che il titolare del Viminale potrebbe essere il primo big del Carroccio a «uscire dai blocchi», ad annunciare che ritirerà quelle quattro schede che potrebbero condannare il berlusconismo.
Per capire che cosa c’entra tutto questo con Bersani bisogna fare un passo indietro di qualche giorno. Al 2 giugno, per la precisione. Al Riformista risulta infatti che, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il segretario del Pd e il ministro dell’Interno sono riusciti nell’impresa di intavolare un colloquio di cinque minuti lontano da microfoni e taccuini. Quel faccia a faccia tra “Pier Luigi” e “Bobo” – a cui gli amici comuni avevano lavorato già prima delle elezioni amministrative – ha già avuto luogo.
Sulle (eventuali) confidenze che si sarebbero fatti, invece, c’è soltanto una certezza. Ai pochissimi che sapevano della chiacchierata col titolare del Viminale, e che di conseguenza hanno cercato di soddisfare la sacrosanta curiosità, Bersani ha detto due cose. La prima è che «adesso dobbiamo lasciare che la Lega cuocia nel proprio brodo». La seconda, scandita con un sorrisetto, è che «dobbiamo aspettare di vedere quello che succederà al referendum. Perché il giorno dopo, in un senso o nell’altro, qualcosa succederà». Non a caso, il segretario del Pd – affrontando ai margini della direzione di ieri il tema del supervertice di Arcore – ha parlato come se fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo all’interno della residenza del premier. «Non so di che cosa discuteranno», ha premesso, «ma sono convinto che se penseranno a precari bilanciamenti non faranno strada». E ancora, sempre dalla viva voce di Bersani, testualmente: «Il Pdl non risolverà i suoi problemi tirando per la giacca Tremonti. E se la Lega pensa di aggiustare con dei “bilanciamenti”, si troverà di fronte a nuove buche perché, soprattutto al Nord, si è visto che le premesse non si sono realizzate».
Quando parla a Roma coi cronisti, insomma, il leader del Pd è convinto che il Cavaliere abbia offerto a Bossi di “promuovere” Tremonti e Calderoli come vicepremier, magari portando Roberto Castelli alla Giustizia? Sono questi i «bilanciamenti» a cui allude? Bastano queste previsioni per risalire a un possibile «asse» tra Bersani e Maroni, che magari si è consolidato con la chiacchierata del 2 giugno? Tra tanti indizi c’è una sola certezza. Il dialogo tra Pd e Lega ha bisogno di due pre-condizioni. Primo, che il referendum di domenica e lunedì sia un’altra sconfitta per il premier. Secondo, che successivamente ci sia l’accordo di massima su una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni. «E il Mattarellum col 50 per cento di maggioritario e il 50 di proporzionale», insistono gli sherpa di entrambi i partiti, risponde a questa esigenza.
«La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica», ha scandito Bersani alla direzione del Pd di ieri. «Il governo si dimetta. La strada maestra sono le elezioni, ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale», ha aggiunto. Dal Parlamentino del Pd, il segretario è tornato a casa con una relazione approvata all’unanimità e un partito compatto. La linea è tracciata: alleanze sì, ma «noi siamo il perno della coalizione e puntiamo ad essere il primo partito del paese». Le primarie ci saranno, «e le metteremo in sicurezza». «Non facciamo l’errore del ’93», ha avvertito D’Alema. «Bersani vince le primarie se siamo uniti», ha spiegato Fioroni. «Bene Bersani. Adesso costruiamo l’alternativa riformista», è stato l’auspicio di Veltroni. Poi i due passaggi “di colore”, che entrano di diritto negli highlitghs. L’applauso tributato al responsabile Enti Locali Davide Zoggia, per i successi alle amministrative. E quel Peroncino, che il segretario ha stappato e poi bevuto. Brindando al futuro prossimo.

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7 giugno 2011 at 11:14

Il sorpasso. Dai sondaggi il dramma del Cavaliere: Pd primo partito.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 giugno 2011)

L’allarme rosso ha la forma di un foglietto di carta, che venerdì è passato da Palazzo Grazioli allo stanzone del Pdl che attende il neo-segretario Alfano. Sul foglietto c’è scritto: Pd 29,2 per cento, Pdl 27,5 per cento.
Fossero veri i dati in possesso dei vertici berlusconiani (Ipsos), per la prima volta il Partito democratico avrebbe sorpassato il Popolo delle libertà. E le “sorprese” contenute nella rilevazione demoscopica non sono finite. Basta guardare il capitolo sulla popolarità dei leader. Crolla quella di Silvio Berlusconi (l’asticella è ferma al 26,9 per cento), cresce quella del leader democratico Pier Luigi Bersani (45 per cento).
Sull’asse che unisce la war room del presidente del Consiglio e il sancta sanctorum pidiellino di via dell’Umiltà, il morale è sotto i tacchi. E al dramma dei numeri si aggiunge la paura per quello che potrebbe succedere la settimana prossima se, come gli sherpa del Cavaliere cominciano a sospettare, la percentuale degli italiani che si recherà alle urne «sarà tale da superare il quorum». Che a quel punto determinerebbe la validità della consultazione referendaria.
Chi ha avuto occasione di confrontarsi col «Capo» nelle ultime quarantott’ore giura che «Berlusconi è disperato». I numeri dei sondaggi, che hanno orientato tutte le sue mosse dal 1994, stavolta lo stanno spingendo verso un cul de sac.
C’è un esempio che vale più di molti altri. Come spiega un ministro a lui vicino, «durante la sua ormai lunga carriera da presidente del Consiglio, in ogni momento di grave difficoltà il Presidente ha minacciato il ricorso alle elezioni anticipate». Stavolta, invece, «della minaccia di “provocare” lo scioglimento anticipato della legislatura non c’è traccia da nessuna parte». Niente. La solita arma fine-di-mondo, che Berlusconi usava puntualmente per mettere paura all’opposizione, è scomparsa da tempo da qualsiasi radar.
Il perché sta nel «foglietto di carta» di cui sopra, nel capitoletto dedicato al «testa a testa» tra centrosinistra e centrodestra. La forbice tra le due coalizioni vede lo schieramento trainato dal Pd in vantaggio di 9 punti rispetto a quello “capitanato” dal Pdl. Un vantaggio che, nel caso in cui il «Terzo Polo» si schierasse col Nuovo Ulivo (Pd, Sel, Idv), salirebbe addirittura a 17 punti percentuale.
E non è tutto. Il primo «sondaggio riservato» del dopo-amministrative fa paura al Cavaliere anche perché alle difficoltà di un Pdl al 27,5 per cento si accompagna una sostanziale “tenuta” del Carroccio. La Lega, infatti, rimane comunque ancorata alla doppia cifra (poco più del 10%). Uno score, spiegano da via Bellerio, che ovviamente «crescerebbe a dismisura qualora la nostra strada si separasse da quella di Berlusconi».
Alla débâcle post-elettorale dei berluscones si accompagna un centrosinistra trainato dall’effetto-amministrative. Pd al 29.2, Sinistra e libertà al 9, Italia dei valori al 6, Udc al 5.5. E, al di là delle cifre attribuite ai singoli partiti, nel sondaggio in questione si annota che la percentuale degli italiani convinti che «sarà il centrosinistra a vincere le prossime elezioni» (42%) è superiore a quella degli elettori che scommettono su una riconferma dell’attuale maggioranza berlusconiana (solo il 31,9% degli interpellati è convinto che, se si votasse domani, il centrodestra rivincerebbe le elezioni).
Tolta la nomina di Alfano a segretario, nel Pdl le contromosse sembrano toppe peggiori del buco. Intervistato da Repubblica, Claudio Scajola ha invitato a «buttare via» la creatura politica del Cavaliere. «Serve una casa dei moderati che ci riunifichi all’Udc», è l’opinione dell’ex ministro. Non quella di Fabrizio Cicchitto, però. «Il Pdl va rinnovato, non smontato», ha messo a verbale il capogruppo a Montecitorio.
La proposta di Scajola, tra l’altro, è stata respinta al mittente dal Terzo Polo. Con un coro di niet che ha raggiunto la vetta massima con un caustico commento che Enzo Carra ha pubblicato sul suo blog. «In case pagate da ignoti, noi dell’Udc non vogliamo abitarci», ha scritto il deputato centrista evocando lo scandalo di Affittopoli che l’anno scorso costrinse Scajola a dimettersi dal governo.
Intanto Alfano ha affidato a un’intervista al Corriere della sera il suo manifesto sulla forma-partito del Pdl. Primarie e congressi sì, «e subito». Correnti «no». Sembra di rivivere, anche nell’utilizzo dei termini, lo stesso calvario attraversato dal Pd fino all’anno scorso. Con una differenza. Nell’eterogeneo mondo del berlusconismo, ci sono big che ancora non hanno mostrato le loro carte. Uno su tutti, Giulio Tremonti.
Il ministro dell’Economia, che nei desiderata del Cavaliere dovrebbe “accontentarsi” di un posto da vicepremier (insieme a Roberto Calderoli) e in cambio sotterrare l’ascia di guerra, ha liquidato i cronisti che gli chiedevano di Alfano facendo ricorso al «cuius regio, eius religio». Significa che il suddito deve conformarsi alla religione del principe dello Stato in cui vive. Ma nel gruppetto (bipartisan) di parlamentari con cui si confronta spesso, c’è chi giura che l’ultimo successore di Quintino Sella ha timore di finire risucchiato dentro «una nuova Democrazia cristiana», come si configurerebbe quel partito «che ha Alfano alla segreteria». Da qui i rumors, che si faranno sempre più insistenti, sulla possibilità che «Giuletto» abbandoni il Pdl con un gesto plateale. Magari all’indomani dei referendum.

Written by tommasolabate

5 giugno 2011 at 10:04

“Basta politicismi”. Lo scatto di Bersani nell’ascesa al Monte Quorum.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 giugno 2011)

«Sul referendum ci metto la faccia», ha spiegato ieri Pier Luigi Bersani riunendo la segreteria del partito. Nel day after la vittoria elettorale, il leader del Pd ha deciso che farà anche il testimonial della campagna degli spot sul 12 giugno.
La road map bersaniana era stata messa nero su bianco subito dopo il primo turno delle amministrative. «Colpire il Cavaliere ai ballottaggi, tentare di affondarlo al referendum». E ora che la prima parte del «piano» può dirsi riuscita in pieno, Bersani vuole completare l’opera.
Ai tanti dirigenti di primo piano del Pd che sono scettici sull’operazione di inseguire un quorum che manca da un decennio (tra questi ci sarebbero D’Alema e Veltroni), il segretario risponde in due modi. Primo, «anche pensare di vincere Milano, solo un mese fa, era considerato l’esercizio di un matto». Secondo, «adesso dobbiamo lasciarci alle spalle le mosse politiciste e fare politica a viso aperto, come abbiamo fatto in questa tornata elettorale».
Detto fatto. Ieri, riunendo la segreteria del suo partito, Bersani ha incassato il via libera su una campagna referendaria che lo vedrà impegnato in prima persona. Addirittura come testimonial di tre video (su nucleare, legittimo impedimento e acqua) che sono pronti per la messa in onda. «Diciamo no al piano nucleare del governo», spiega il segretario nello spot dedicato all’atomo, quando sullo sfondo scorrono le immagini della Fukushima devastata dall’esplosione dei reattori della centrale. «La legge è uguale per tutti. Vogliamo una giustizia riformata, che funzioni», scandisce invece nel video in cui invita i cittadini a votare «sì» al quesito sul legittimo impedimento.
C’è un’altra obiezione: l’eventuale decisione della Cassazione di considerare il quesito sul nucleare “assorbito” dal decreto omnibus riconvertito in fretta e furia dalla maggioranza («Ma è tutto da vedere») renderà ancor più difficile la già complicata ascesa al “monte quorum”. Obiezione che gli spin doctor del leader democratico rovesciano, facendo notare che «lo spudorato trucchetto dei berluscones potrebbe incentivare l’indignazione degli italiani e portarli ai seggi», che si apriranno il 12 e 13 giugno. Anche a questo serviranno i cinque milioni di lettere – firmate, manco a dirlo, da Bersani – che il Pd sta per inviare ad altrettante famiglie dei capoluoghi italiani. Senza dimenticare che tutti i protagonisti delle recenti vittorie alle amministrative – da Pisapia a de Magistris, da Merola a Fassino, da Zedda a Cosolini – saranno impegnati ventre a terra nell’operazione.
Nella strategia del Pd, però, c’è anche un terzo punto. Ed è quello che, in deroga ai paletti sul “politicismo”, riguarda la «tela» col Carroccio. Nell’agenda di Bersani, a dispetto delle smentite della sua cerchia ristretta, c’è già un appuntamento con Roberto Maroni, che il segretario dei democratici e il titolare del Viminale avevano fissato (tramite amici comuni) nel bel mezzo della campagna elettorale. E il colloquio, si mormora a Palazzo, potrebbe avvenire già prima della fine di questa settimana, magari approfittando del ponte del 2 giugno.
Su quello che succede tra le quattro mura del quartier generale leghista, Bersani mostra di essere ben informato. «Non metto il cronometro, ma dopo quello che è successo al Nord non credo che la Lega riuscirà a rimontare portandosi a casa un ministero o un vicepremier», ha spiegato ieri a Repubblica tv evocando il piano (caldeggiato dai bossiani del “cerchio magico”) di siglare una tregua col premier “accontentandosi” della promozione di Tremonti a numero due del governo. Anche perché quell’operazione non ha il via libera di Bossi né quello di «Giulietto» né tantomeno il placet del titolare del Viminale, ormai impegnato nella fortificazione della sua corrente anti-berlusconiana. Di conseguenza, è la chiosa del leader pd, «se non domani o domani l’altro, prima o poi la Lega si autonomizzerà».
Bersani spera che il processo di “autonomizzazione” del Carroccio dia i suoi primi frutti il 19 giugno a Pontida. E le dichiarazioni di Bossi («Il governo va avanti, ma non so se è tranquillo») sembrano avvalorare la tesi. Senza dimenticare che, ormai, anche le “grandi firme” della Lega seguono il leitmotiv dei militanti inferociti che telefonano a Radio Padania. «La maggioranza è sotto l’attacco degli italiani», dice Maroni. «A Milano ha perso Berlusconi. Ora rifletta sul suo passo indietro», sottolinea il sindaco di Verona Flavio Tosi.
All’incontro con Maroni, Bersani non andrà a mani vuote. E l’offerta del Pd di spendersi per una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni (un Mattarellum col 50% di maggioritario e l’altro 50 di proporzionale) potrebbe essere formalizzata a breve.

Written by tommasolabate

1 giugno 2011 at 09:38

Il grande incubo del Pd al Sud.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 maggio 2011)

Meno male che esiste la Basilicata. Perché altrimenti – viste le macerie lasciate dai democrat in Sicilia, Calabria, Puglia e Campania – nel Sud Italia quel Pd partito alla reconquista del Nord si troverebbe al lumicino.

In Sicilia, l’unica regione che non è stata interessata dall’ultima tornata elettorale, le divisioni che si sono prodotte dentro il Pd sul sostegno al governatore Lombardo sono lontane dall’essere ricomposte.

In Calabria, invece, l’uscita di scena di Agazio Loiero e il lungo periodo di commissariamento del partito regionale hanno finito di fatto per svuotare tanto le piazze quanto le urne del Pd. Transizioni mal gestite, rancori personali, faide correntizie. Lasciando perdere la débâcle delle ultime regionali, tutto questo (e anche di più) si ritrova plasticamente riprodotto nell’ormai celebre caso Cosenza. Dove il sindaco uscente Salvatore Perugini passa dall’elezione al primo turno del 2006 (24.346 voti, pari al 53,83 per cento) a un misero terzo posto (6.664 voti, 15,60 per cento). Tra i candidati arrivati al ballottaggio – Enzo Paolini del centrosinistra e Mario Occhiuto sostenuto dall’Udc e dal centrodestra – i democrat sosterranno il primo. Con buona pace di chi, come il consigliere regionale espulso dal Pd Nicola Adamo, sostenitore di Perugini al primo turno, ha salutato l’imminente arrivo di Bersani a Cosenza con cotanto bigliettino: «Apprezzo il segretario, che a livello nazionale ha dato un’indicazione corretta. Ma Cosenza rappresenta una specificità. Occhiuto e Paolini sono due candidati di centrodestra. Il secondo era il candidato di Dell’Utri, non ha nulla a che fare col centrosinistra».

Tolte le fisiologiche difficoltà del Pd pugliese, che derivano in buona parte dalle lacerazioni prodotte dal «caso Tedesco», e l’encomiabile eccezione della Basilicata, in cui si riproduce da anni il modello di un partito vincente, rimane il dramma della Campania. Che deriva principalmente dallo sperpero di consensi che il Pd ha subito a Napoli negli ultimi tre anni.

Andrea Orlando, il giovane responsabile Giustizia del partito che Bersani ha mandato nel capoluogo campano dopo il caos primarie, sta provando a risollevare il Pd provinciale. «È vero, in città abbiamo lasciato per strada parecchi consensi. Però siamo al ballottaggio a Marano e Casoria, abbiamo vinto a Melito, mentre a Pozzuoli siamo rimasti fuori dal secondo turno per una decina di voti».

Ma il partito regionale è nel caos. Qualcuno cerca di cavarsela ostentando il “successo” (virgolette d’obbligo) di Benevento, che però va ascritto alle divisioni di un centrodestra che s’è spaccato in due tronconi. Altri citano la riconferma schiacciante di Enzo De Luca a Salerno, che però è una vittoria personalissima di un sindaco che ha preteso l’assenza del simbolo del Pd dalle liste. Il resto è noia. Il Pd si perde per strada Caserta e gran parte dei comuni circostanti. Quanto a Napoli, la flessione del partito negli ultimi anni è un’immagine che farebbe impallidire persino quella del Titanic dopo l’impatto con l’iceberg.


Le cifre? Alle comunali napoletane del 2006, Ds e Margherita sommavano 155.893 voti. Pari al 31,27 per cento dei votanti. Alle politiche del 2008, le neonate liste del Pd arrivarono a 182.252 preferenze, 34,99 per cento. Nel 2009, l’anno in cui Enzo Amendola è stato eletto segretario regionale, il trend s’è invertito. Alle regionali del 2010, a Napoli il Pd ha preso 101.439 voti (25,42 per cento). Alle comunali della settimana scorsa, il crollo verticale: 68.018 voti (16,59 per cento). Morale della favola? Diciotto punti percentuali persi in tre anni. Una performance degna del conte Mascetti interpretato da Ugo Tognazzi in Amici miei, che non accontentandosi di aver dilapidato il patrimonio proprio, s’era divorato anche quello della moglie.

Progetti per la risalita? Piani d’emergenza? Per adesso tutto è appeso all’elezione di Luigi de Magistris, che ha escluso ogni apparentamento. «La mia candidatura è alternativa a Lettieri ma anche al bassolinismo», ha scandito l’eurodeputato dell’Italia dei valori intervistato da Repubblica tv. «Quindi un apparentamento formale con il Pd», ha aggiunto l’ex pm, «non era giusto. E io non ci credo per nulla». Sono le condizioni ideali, in fondo, con cui l’ex pm potrà dire di aver vinto comunque e perso mai. Come a dire “se vinco vinco io, se perdo hanno perso gli altri”.

Gli altri, nel senso del Pd, provano a marciare uniti. Umberto Ranieri, responsabile Mezzogiorno, domenica farà un’iniziativa con de Magistris. Il resto della ciurma, seppur impegnato ventre a terra per l’elezione dell’ex pm, ha già la mente proiettata al dopo voto. C’è già un evento, annunciato per giugno, di cui si stanno occupando la responsabile scuola Annamaria Parente e il segretario Enzo Amendola. «Il nuovo progetto della Formazione Politica destinato a 2000 ragazze e ragazzi, con meno di 35 anni, provenienti dalle regioni del sud e delle isole con esperienza amministrativa, dirigenti di partito e impegnati nell’associazionismo e nel sindacato», recita il comunicato sulla kermesse. Pare il remake dell’iniziativa Mezzogiorno di fuoco, organizzata dai big del Pd meridionale – also starring Michele Emiliano – qualche mese fa. Il fuoco è rimasto. Peccato che il mezzogiorno del Pd meridionale si sia trasformato in mezzanotte.

Written by tommasolabate

21 maggio 2011 at 12:34

«Manca il culatello di tua sorella». Alla Camera arriva l’opposizione slow food.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 aprile 2011)

Della «cipolla rossa di Breme», si sgola l’onorevole Zucchi Angelo del Pd, «se ne producono 600 quintali». E l’Aula di Montecitorio trattiene il fiato.

Aula di MontecitorioGennaro Malgieri del Pdl urla: «Ma l’abbiamo già sentito!». Amedeo Laboccetta, sempre del Pdl, s’inalbera: «Ma che fa? Si mette a leggere di nuovo?». Il democratico Zucchi, pavese di Siziano, anni 56, non si cura di loro. Ma guarda e legge: «Il lardo di Colonnata rappresenta uno dei nostri prodotti dop più ambiti, (…) che tutto il mondo ci invidia». Quanto alla cipolla rossa di Breme, aggiunge, «la coltivano sei agricoltori. E ha una tradizione che si ritrova fin dal 906 dopo Cristo».

Nell’anno duemilaundici, per la precisione il 6 aprile, ieri insomma, Montecitorio si trasforma in un pensatoio che manderebbe in visibilio financo il più coriaceo seguace di Carlin Petrini. L’Aula dello slow food, insomma. Merito (o colpa) del raccordo Pd-Idv-Udc, che per rallentare l’approvazione del processo breve caro al Cavaliere produce un’inedita forma di ostruzionismo. Domenica sera Roberto Giachetti, segretario d’Aula dei Democratici, si rilegge l’articolo 32 comma 3 del Regolamento della Camera. È uno strumento normativo che ciascun deputato può usare per «precisare meglio» il proprio pensiero del giorno prima. E così, come da copione, tutti i protagonisti del dibattito del martedì tornano sulla scena. Con argomenti di alta cucina.

«Onorevole Giachetti, non può infliggerci oggi una lezione su Moby Dick di Herman Melville», ammonisce Rocco Buttiglione presiedendo l’Aula in assenza di Fini. Infatti Marina Sereni, del Pd, chiude con la letteratura e passa alla cucina. «Anch’io voglio avvalermi dell’art. 32 comma 3 per chiarire il mio pensiero di ieri (martedì, ndr)», dice la deputata fassiniana. Che, con la scusa di intervenire sul decreto sui piccoli comuni, attacca a parlare dei prodotti tipici dell’Umbria: «Penso al vino sagrantino di Montefalco, al tartufo nero di Norcia, allo zafferano di Cascia, ai prosciutti tipici di Preci. È ancora presto, non potete avere fame, colleghi!», insiste Sereni prima di intrattenere gli onorevoli colleghi sulla «straordinarietà dell’esperienza di Brunello Cucinelli e del cachemire prodotto in un borgo splendido come Solomeo».

Dai gruppi di Pdl e Lega s’alzano cori di insulti. Zucchi (Pd) cita la comunità ebraica di Mortara culatello dop(Pavia), che 600 anni addietro chiese e ottenne «di inventare un salame che non venisse dal maiale: così nasce il salame d’oca». «Onorevole Zucchi», lo incalza il pdl Maurizio Lupi dalla presidenza, «la ringrazio per la spiegazione dotta ed erudita sul salame d’oca».

Ma la sinfonia culinaria raggiunge vette inesplorate quando prende la parola il deputato marchigiano Massimo Vannucci (Pd), che si lamenta dell’assenza di un dettaglio dal resoconto stenografico del giorno prima: «Quando Ciccanti (Udc) parlava del prosciutto di Carpegna, dai banchi della lega è arrivato un grido: “Mettici anche il culatello!” Ciccanti ha risposto: “Di tua sorella, probabilmente”. Questo nel verbale non c’è». E Lupi, dalla presidenza: «Perché si vede che la sorella non aveva comprato il culatello». E Vannucci, di rimando: «Eh no! Altrimenti non si capisce. Lo faccio per l’onorevole Ciccanti! Io non so se la sorella del collega producesse culatello e quindi se l’onorevole Ciccanti si riferisse a questo». Pdl e Lega aumentano il volume delle loro proteste e citano gli appelli della scorsa settimana del capo dello Stato. Un altro deputato del Pd, Salvatore Margiotta, prende la parola e precisa: «Ho citato anch’io alcuni prodotti tipici della Basilicata. L’Aglianico del Vulture, i pecorini di Moliterno e di Filiano, i fagioli di Sarconi, le acque minerali del Vulture, l’olio Barile, i peperoni di Senise…Ma non voglio dire che i prodotti della Lucania sono migliori di altri che esistono nel nostro paese. Potrei fare un elenco infinito», conclude Margiotta: «Il tartufo d’Alba, il lardo di Colonnata, il Barolo e Brunello di Montalcino, tutti i prodotti dell’Umbria citati poc’anzi dalla collega Marina Sereni, nonché tutti quelli cui ha fatto riferimento il collega Zucchi, tra cui anche il salame di Mortara…». Morale della favola? Alle 21, quando il Riformista va in stampa, dell’approvazione del processo breve non c’è neanche l’ombra. C’è però Fabrizio Cicchitto, triste solitario y final. Che, temendo un altro blitz dei Franceschini boys, precetta tutti i “suoi” in vista di una probabile seduta notturna…

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