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Stravolgimento o slittamento: il «bavaglio» sta per uscire di scena.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’11 ottobre 2011)

Nella stanza dei bottoni del Pdl stanno pensando all’ennesimo dietrofront sulle intercettazioni. Visto che quando il Riformista va in stampa l’incontro tra Silvio Berlusconi e Angelino Alfano è ancora in corso, è impossibile stabilire se i boatos che arrivano da Montecitorio troveranno conferma. Di certo c’è che da ieri pomeriggio, nelle stanze del gruppo del Pdl, la «legge bavaglio» non è più considerata «irrinunciabile». Che cosa potrebbe succedere domattina, quando nel calendario dell’Aula della Camera è prevista l’approvazione della norma sulle intercettazioni? Un berlusconiano della prima cerchia, al riparo da microfoni e sguardi discreti, ammette che «forse non ci sono le condizioni per andare avanti». Di conseguenza la soluzione, magari benedetta dal Cavaliere, «potrebbe essere quella di “ammorbidire” il provvedimento, provando in extremis ad andare nella direzione del Terzo Polo». Oppure, «di congelarlo, rinviandolo per l’ennesima volta a tempi migliori».

I movimenti di Claudio Scajola, le tensioni all’interno di una maggioranza in cui scricchiola anche la “gamba” dei Responsabili, le perplessità sul provvedimento di pezzi significativi del mondo berlusconiano: nelle ultime quarantott’ore il Cavaliere ha capito che il gioco non vale la candela. Anche perché i pericoli che s’annidano dietro il voto di domani sono troppo alti. E rischiano di travolgere l’intero esecutivo. Lo spin doctor dell’Udc Roberto Rao, che ha seguito da vicino l’iter della “legge bavaglio”, mette in fila tutti i tasselli del puzzle: «Al punto in cui sono arrivati, non hanno tante strade da percorrere. Hanno ancora il tempo per fermare il provvedimento. Oppure possono ingranare la retromarcia per ritornare al testo Bongiorno», che ovviamente non prevedeva il carcere per i giornalisti. E se invece la maggioranza decidesse di andare avanti nella versione «bavaglio» della legge, magari mettendo la fiducia? Il braccio destro di Pier Ferdinando Casini non nasconde un sorrisetto velenoso: «Ovviamente il governo otterrebbe la fiducia. Ma che cosa succederebbe se, nel voto segreto sul provvedimento, la maggioranza andasse sotto? Non credo che in quel caso, un minuto dopo, potrebbero fare finta di niente…».

Non è tutto. La retromarcia sulle intercettazioni potrebbe servire anche a ricucire lo strappo con la truppa di Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che nelle prossime ore incontrerà Angelino Alfano, l’aveva confidato già sabato: «Una legge sulle intercettazioni serve. Ma sono sicuro che il testo di cui stanno parlando i giornali non sarà quello definitivo». In questo caso, il ritorno a una versione soft del provvedimento potrebbe servire agli scajoliani come «scusa» per rientrare – seppur momentaneamente – nei ranghi. A prendere per buona la lettura del ministro Gianfranco Rotondi, che sabato sera in un ristorante di Saint-Vincent commentava con amici e colleghi la partecipazione dell’«amico Claudio» al suo convegno, «la vicenda di Scajola potrebbe anche risolversi facilmente. Basta garantirgli la rielezione dei suoi e farlo tornare ai vertici del partito, magari con la carica di vicesegretario». Se il pronostico del democristiano Rotondi fosse azzeccato, allora la rinuncia al «bavaglio» avrebbe anche un altro significato. Quello, ragiona un berlusconiano che forse pecca di eccessivo ottimismo, di «dare al buon Claudio la chance per motivare il ritorno sui suoi passi».

A prescindere da Scajola, che ha congelato l’offensiva del frondisti (l’ex ministro ha scritto una lettera al premier per spiegare le ragioni dei malpancisti), senza un «cambio di passo» prima di domani il Vietnam parlamentare è assicurato. «Il voto finale sul provvedimento non è scontato», spiega il deputato dei Responsabili Domenico Grassano. «Anche perché nell’accordo con Berlusconi non c’era il ddl intercettazioni e soprattutto non c’erano alcune proposte insensate come l’arresto per i giornalisti». Identico il canovaccio recitato da Luciano Sardelli: «Va trovato un punto di mediazione e di sintesi che allarghi e riarticoli il centrodestra. Il carcere ai giornalisti? Ma non esiste…».

Il countdown è partito. L’Aula di Montecitorio potrebbe trasformarsi per l’ennesima volta in un bunker con ostacoli disseminati per ogni dove. E la voce che arriva dal gruppo del Pdl, la stessa che evoca il colpo di scena prima del voto, tocca sempre la stessa corda: «Forse non ci sono le condizioni per andare avanti. Neanche stavolta…». Il Cavaliere continua a resistere. Anche se il ministro Rotondi, nel fine settimana, ha lanciato la sua amara profezia: «Quando sarà l’ora, di noi non si salverà più nessuno. Cadremo tutti appresso a Berlusconi. Per chi ha fatto il ministro in questo governo, non ci saranno altre possibilità. Nemmeno per Tremonti».

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11 ottobre 2011 at 11:32

Pingitore story. «Vi racconto il Bagaglino, da Gabriella Ferri a Berlusconi»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo ottobre 2011)

Non ha la voce triste. Forse un po’ stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» – omettendo come tutti quelli “del settore” di specificare «per cento» – in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino. «Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell’intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall’estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell’autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s’è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte. «E pensare che anche l’ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall’ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c’era posto», ha ricordato l’altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell’economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall’altra parte del Tevere è cominciata l’ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant’Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all’epoca ha trentun’anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»). «Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c’era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po’ per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell’autunno del 1965, nasce – in onore di Anton Giulio Bragaglia – la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un’ingiunzione degli eredi dell’artista che era scomparso cinque anni prima. «Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all’egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del “lungo viaggio attraverso il fascismo”, fecero un’operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra». Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L’anno prima, la compagnia s’era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

DOVE STA ZAZA’. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all’estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C’era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali». Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un’azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d’accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D’altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982). Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell’Allenatore nel pallone, la pellicola di quell’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L’anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d’eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell’intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L’incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica. Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l’audience. Poi, nel 1993, quando l’economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo “tra color che son sospesi”». Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I “professori” ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L’anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all’apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L’INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima – Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie. Escono dall’anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull’efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant’anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c’è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all’apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell’agguato di via Fani. La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall’avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po’ la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti). Acqua passata. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall’estero. La morte dell’intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia… Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c’è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L’ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L’altra sera hanno rimandato I soliti ignoti…». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

Tra un «codardo» e l’«amnistia!» arriva anche il «cornutazzo». E Romano chiude il suo d-day tra le braccia di Silvio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 29 settembre 2011)

Finisce 315 a 294 per lui, anche perché i Radicali disertano il voto. Poi Saverio Romano raggiunge Berlusconi e dà un seguito ai versi che la sua corregionale Marcella Bella cantava in una vecchia hit: «Io e Silvio ci siamo abbracciati».

Tornerai / più importante che mai / E staremo abbracciati / tutto il tempo che vuoi, cantavano a due voci Marcella e Gianni Bella nel 1977. E Romano, subito dopo la votazione che lo mantiene in sella al governo nonostante sia accusato di reati di mafia: «Non vado a festeggiare. C’è da lavorare alle riforme».

Si sente, eccome se si sente, che «Saverio» s’è appena distolto dall’abbraccio col Cavaliere. «Io e Berlusconi ci siamo abbracciati», scandisce. «Abbiamo fatto i conti. 315 voti a favore, più gli assenti giustificati» ed eccola là, la cifra magica, «la maggioranza è di 325». Umberto Bossi lancia l’ennesimo messaggio a quella base leghista che più d’un indicatore dà per «inferocita». «Oggi è andata benissimo», spiega il Senatur lasciando seguire all’ingiustificato moto d’orgoglio (che di padano, almeno ieri, aveva ben poco) il mantra recitato nelle ultime settimane: «Non so se arriviamo al 2013». In fondo, è la stessa analisi che Gianfranco Fini, abbandonando la presidenza dell’Aula dopo l’ennesima fase concitata della seduta, affida ai suoi: «Vedo aria da campagna elettorale». La stessa, identica, di Pier Ferdinando Casini. Che, però, aggiunge a mo’ di postilla: «Stendiamo un velo pietoso su quello che sta succedendo oggi».
Oggi, e cioè ieri, Saverio Romano si presenta in Transatlantico in tempo per l’inizio della discussione. La scena, per qualche decina di minuti, lo vede solitario ai banchi del governo. Davanti a lui i deputati di Fli stendono il Pornostafo apparso sul Fatto quotidiano, una rivisitazione by Vauro del Quarto stato di Pelizza da Volpedo. Con tanto di nota a margine: Patonza da Volpedo. L’ora delle «parole forti» sarebbe scoccata subito dopo le 16, con l’inizio degli interventi.

Si sprecano i «cialtroni», compreso quello che Mimmo Scilipoti destina ai deputati dell’opposizione. Il primo «venduto» se lo becca Silvano Moffa, a cura dei suoi ex colleghi finiani. L’adesivo del «codardo», invece, finisce idealmente dietro la giacchetta di Bobo Maroni. Testualmente, dalla voce di Antonio Di Pietro: «Chiedo amareggiato al ministro Maroni, che si vanta di aver condotto una dura lotta alla mafia e oggi codardo fugge, perché non si presenta in Parlamento». Il titolare del Viminale si materializza a metà seduta e si fionda alla buvette per chiacchierare con Giulio Tremonti, mentre l’ultimo successore di Quintino Sella sorseggia soddisfatto un flute di prosecco con gli immancabili auricolari del telefonino posizionati su entrambe le orecchie. È la stessa persona, «Giulietto», che poco prima, incrociando per caso Gianni Alemanno alla Camera, l’aveva accolto con tanto di saluto romano.

«La parola» che in Aula tutti aspettano, profondissima spia di vergognoso disonore, la pronuncia il pdl Manlio Contento. Romano mafioso? «Macché. Un boss di mafia disse che è un cornutazzo». E tutti pensano all’indice e all’anulare di una mano a caso, all’inequivocabile gesto che il cinematografico Mimì Matallurgico (interpretato da Giancarlo Giannini) di Lina Wertmüller si vide opporre da una manica di mafiosi prima di emigrare al nord «ferito nell’onore».
A quel punto, però, l’autodifesa di Romano era già agli atti. «Quello che un tempo era l’ordine giudiziario ormai ha soverchiato il Parlamento e ne vuole condizionare le scelte», dice. E i giudici? «Il trono deve evitare di schiacciare il leone, però è sotto gli occhi di tutti che il leone oggi ha già una zampa sul trono». Esopo? No, «sir Francis Bacon».

Si viaggia verso il voto a scrutino palese. A un certo punto, gli altoparlanti dei monitor al plasma disseminati tra cortile e Transatlantico sembrano sul punto di esplodere. «Vogliamo l’amnistia!», si sgola la radicale Elisabetta Zamparutti. «Non partecipiamo al voto perché intendiamo esprimere la nostra sfiducia nei confronti di un’intera classe dirigente». E così, di fronte a un Pd mai così presente (manca solo Marianna Madia, che ha partorito da due giorni), i sei radicali si sfilano. Franceschini medita di espellerli dal gruppo. «Questi si cacciano senza se e senza ma», s’infervora Rosy Bindi. «Ricordiamoci che siamo in un partito “democratico” dove le decisioni si prendono democraticamente e non perché uno si alza e sceglie da solo», ribatte Roberto Giachetti, segretario d’Aula del gruppo Pd, che radicale è nato e cresciuto. 315 a 294, con il repubblicano Nucara che tiene fede alla promessa di votare a favore della sfiducia. Romano e il Cavaliere, in quel momento, erano nascosti chissà dove. Abbracciati.

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29 settembre 2011 at 10:23

La Lega “salva” Romano. E il boss Mandalà attacca sul suo blog: «Il Carroccio mercanteggia»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 settembre 2011)

La Lega “salva” Saverio Romano. E Nino Mandalà, il boss di Villabate con cui il ministro – secondo un pentito – avrebbe “collaborato”, attacca il Carroccio. Sul suo blog.

L’argomento è di quelli che tormentano il sonno di molti onorevoli deputati. E la domanda, che segretamente passa di coscienza in coscienza nei corridoi di Montecitorio, è sempre la stessa: perché Papa sì e Milanese no?
Alla vigilia del voto sulla mozione di sfiducia nei confronti di Saverio Romano, il ministro accusato di reati di mafia che sarà salvato (come Milanese) dai voti iper-padani di Bossi e compagnia, il boss di Villabate Nino Mandalà annota sul suo blog (http://ninomandala.blogspot.com/). Papa e Milanese? «Due storie uguali (o forse quella di Milanese è un tantino meno uguale), due morali diverse, che confermano una consuetudine ormai consolidatasi nel nostro Parlamento, la consuetudine all’incoerenza».
Mandalà non è un boss qualsiasi. E il padre del boss che avrebbe confidato al collaboratore di giustizia Stefano Lo Verso di avere «nelle mani» i politici «Saverio Romano e Totò Cuffaro». E che cosa scrive ieri alle ore 12.25 Mandalà della Lega, il partito che consentirà a Romano di rimanere alla guida del ministero dell’Agricoltura come se nulla fosse? Questo scrive sul suo blog, riferendosi (apparentemente?) alla doppia morale usata dal Carroccio su Papa e Milanese: «Ahimé, pare che dobbiamo arrenderci all’evidenza: la Lega ha mercanteggiato la propria coscienza al banco dei pegni della Camera e ha riscattato l’onorevole Milanese reputando che le sue quotazioni valessero più di quelle dell’onorevole Papa ai fini dei risultati da portare a casa!». Non è tutto. Qualche riga più in giù, sempre all’interno dello stesso post, Mandalà manda un altro siluro all’indirizzo di Senatur e compagnia. Sotto forma di domanda retorica: «È credibile una Lega in preda a convulsioni moralistiche a singhiozzo, che obbediscono a calcoli di ragioneria spicciola piuttosto che a obiettive considerazioni di carattere morale, in una vicenda in cui la morale dovrebbe essere l’unica categoria alla quale ispirarsi?».
Coscienza. Riscatto. Credibilità. Morale. Tutte voci del verbo del boss di Villabate. Che ovviamente, a quel Romano che avrebbe avuto (secondo il pentito Lo Verso) «in mano», non fa alcun riferimento. Messaggio in codice? Avviso ai naviganti? Chissà.
Di certo c’è che in uno sfogo che lo fa sembrare uno degli indignados, veicolato a mezzo blog a poche ore dal voto di Montecitorio su Romano, Mandalà castiga anche il presidente del Consiglio. «È credibile un Presidente del Consiglio che, vicende pecorecce a parte di cui può non importarci, (…) ha determinato un tale declino dell’Italia che Obama si può permettere impunemente e ingiustamente di ignorare il ruolo fondamentale avuto dal nostro Paese nella vicenda libica senza che le nostre Istituzioni abbiano un sussulto d’orgoglio?». E ancora, sempre Mandalà: «È credibile un presidente del Consiglio che è ridotto ad annaspare elemosinando la stampella dall’onorevole Scilipoti, pur provenendo dalla più ampia maggioranza mai realizzata nella storia parlamentare italiana?».
Più che un boss mafioso, sembra il tribuno di una plebe qualsiasi, Mandalà. «È credibile un Pd che non è capace di proporre una strategia degna di questo nome in alternativa a quella del governo? (…) È credibile un Di Pietro che evoca scenari apocalittici ipotizzando strumentalmente la prospettiva di un selciato sporco di sangue allo stesso modo in cui con la sua nota disinvoltura seminò Tangentopoli di imputati più o meno innocenti e provocò tante tragedie, il quale, mentre tuona contro il nepotismo e il malaffare, non dimentica che i figli sono ”pezz’e core” e catapulta il suo di figlio in politica?».
È credibile Mandalà? A chi scrive Mandalà? Mistero. A poche ore dal voto su Saverio Romano, intanto, l’unica voce della maggioranza che s’è levata a favore della sfiducia è quella del leader repubblicano Francesco Nucara. «Romano farebbe bene a dimettersi prima, visto il tipo di reato di cui è accusato. Ritengo che in questo caso dovrò votare la sfiducia». A dimettersi, il ministro “responsabile” non ci pensa proprio. Nel suo libro intervista con Barbara Romano, La mafia addosso, ha scritto: «La mafia addosso è come una maglietta fradicia di sudore che non ti appartiene». Passi per la ricerca dell’originalità a tutti i costi. Ma attenzione. Ci saranno state persone colpite improvvisamente dalla banalissima tegola che cade da un tetto. Ma vi è mai capitato di trovarvi inconsapevolmente a indossare una maglietta bagnata dall’altrui sudore? «È credibile», per dirla con Mandalà, un esempio del genere?

Written by tommasolabate

27 settembre 2011 at 08:10

Milanese adesso parla in codice. E Giulio finisce sotto tiro.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 settembre 2011)

Ma come? La salvezza di Milanese non doveva coincidere con quella di Tremonti? Al contrario, nel giorno in cui il suo ex braccio destro viene salvato dal carcere, i berluscones avviano l’attacco finale contro «Giulietto». Pubblicamente. Con dichiarazioni a tappeto.

Non è vero che i conti non tornano. «È vero», come spiega uno smaliziato berlusconiano della prima cerchia del Cavaliere, «il contrario. I conti tornano perfettamente». Marco Milanese, da ex braccio destro di Tremonti, rischia di diventare il suo più grande accusatore. Nel partito del premier si sprecano le richieste di ridurre il potere del titolare dell’Economia «spacchettando il dicastero di via XX settembre». Come suggerisce – da ieri – anche Daniela Santanché. E il premier, a sentire i suoi confidenti delle ultime ore, è pronto a qualsiasi passo pur di provocare le dimissioni del suo ministro più odiato. Qualsiasi passo. Persino, come gli è balenato in testa negli ultimi giorni, «quello di tenere Giulio al Bilancio», promuovendo il collega che Tremonti odia di più – Renato Brunetta – «al Tesoro». Una suggestione, nulla di più. Destinata a rimanere tale soltanto perché, come più d’uno ha fatto notare al Cavaliere, «Bossi, che detesta Brunetta, si rivolterebbe come una furia».

Fin qui il gioco politico. La guerra tra chi sta con Berlusconi e chi con Tremonti. Che, parlando con un amico poche ore dopo il voto su Milanese, ha messo le mani avanti col fare di chi ha capito benissimo quello che si muove attorno a lui: «Tanto non mi dimetto. Non mi muovo da dove sto». È una guerra che, come in un classico caso di eterogenesi dei fini, sta portando tutta l’ala critica nei confronti del premier a schierarsi dalla parte di «Giulietto». Gianni Alemanno, che su Repubblica di ieri ha escluso una ricandidatura di «Silvio» nel 2013, lo dice chiaramente: «Tremonti ha sbagliato a disertare il voto su Milanese? Secondo me, no». Come lo dice Alessandra Mussolini, da tempo lontana dal berlusconismo ortodosso di Daniela Santanché e compagnia: «Con la sua assenza, Tremonti ha marcato una distanza, sapendo che le opposizioni volevano farci cadere e che c’era molta tensione sul voto. Dobbiamo accendere un cero a Sant’Antonio».

Ma fuori dal gioco politico, c’è una partita a scacchi dall’esito imprevedibile. Che collega i Palazzi della politica alle stanze delle procure. Il primo tassello di un puzzle scombinato è proprio Marco Milanese. Un uomo che, dopo essere stato salvato dall’Aula di Montecitorio, ha cambiato la propria posizione sulla scacchiera. Sembra parlare solo per messaggi in codice, ormai, l’ex braccio destro di Tremonti. Ieri, durante un’intervista a Klauscondicio, ha evocato «il tema» a cui probabilmente il superministro si riferiva quando, mesi fa, accusò Berlusconi di volerlo stritolare con la macchina del fango. Dice Milanese: «Certe dicerie sul rapporto tra me e Tremonti non mi hanno ferito assolutamente. Anche perché non ci sarebbe nulla di male, se non fossero inventate di sana pianta». Fin qui tutto, o quasi, nella norma. Ma il passaggio chiave dell’intervista a Klaus Davi è un altro: «Se fosse vero», dice sempre riferendosi alle dicerie di cui sopra, «non avrei timore a dirlo». E ancora, quasi a chiarire il concetto: «Ribadisco, anche fosse vero, non avrei timore a dirlo».

Passa qualche ora e Milanese si sottopone alle domande di Giuseppe Cruciani alla Zanzara, su Radio 24: «Penso ogni giorno a Papa (il deputato del Pdl arrestato a luglio, ndr) e vorrei andarlo a trovare ma non bisogna dimenticare che io sono un teste nel suo procedimento sulla P4». E le cordate nella Guardia di Finanza, che sono al centro di quell’inchiesta? «Sono solo ambizioni e legittime aspirazioni. Cordata è un termine sbagliato», dice adesso.

Tra i berlusconiani ortodossi c’è persino chi si sorprende dello stupore altrui. Chi si domanda retoricamente: «Ma pensate davvero che Milanese, dopo essere stato salvato dalla Camera, sia lo stesso uomo di prima?». E se non è lo stesso Milanese di prima, quale sarà la sua nuova parte in commedia? Il finiano Benedetto Della Vedova, riferendosi alle polemiche di giovedì sull’assenza di Tremonti da Montecitorio, dice: «Su di lui stanno usando un linguaggio da cosca». E Angiola Tremonti, intervistata a Un giorno da pecora su Radio Due, manda un consiglio al fratello: «Mandi tutti al diavolo. Che ci azzecca con questa gente?». Ma lui niente. Da dov’è, per adesso, non di muove. A Washington, dov’è in corso il vertice del Fondo monetario, parla di crisi («L’epicentro è in Europa, la situazione stavolta è complicata») e dice che «tocca alla Germania trovare una soluzione». Il ritorno in Italia, per lui, non sarà dei più semplici.

Written by tommasolabate

24 settembre 2011 at 10:06

La roulette russa su Milanese. Per Tremonti è «un referendum su Silvio». Quarantasei maroniani provano il «colpaccio»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 21 settembre 2011)

Marco Milanese

Dal fortino di Tremonti, che ieri ha incontrato Confindustria e banche, arriva il “Giulio pensiero” sull’ora X, a cui mancano ventiquattr’ore. «Il voto su Milanese? È un referendum su Silvio».

L’ultimo successore di Quintino Sella, ovviamente, si tiene alla larga dal dire anche solo mezza parola sulla sorte del suo ex braccio destro. Però una cosa è certa. Anche Tremonti, adesso, sa che la posta in gioco nella roulette russa del voto sull’arresto di Milanese non riguarda più il suo futuro al ministero di via XX settembre. Ma quello dell’intero governo. Non a caso, giurano i deputati con cui ha scambiato qualche battuta negli ultimi giorni, «Giulietto» pensa dell’«ora X» – fissata per domani a mezzogiorno – più o meno la stessa cosa che Pier Ferdinando Casini ha teorizzato con qualche collega. «È un referendum su Berlusconi», ha confidato Tremonti. Un ritornello che, nella versione che il leader udc ha affidato ai fedelissimi, suona più o meno così: «Primo, bisogna vedere se la Camera darà il via libera all’arresto di Milanese. E poi guardare lo scarto tra i sì e i no. Se la differenza sarà significativa, Silvio non potrà non trarne le conseguenze…».

La partita è nelle mani della Lega, che oggi si riunirà in assemblea per decidere come muoversi. È

Bobo Maroni e Giulio Tremonti

probabile che l’esito della riunione dei parlamentari del Carroccio non vada al di là della «libertà di coscienza» già evocata da Umberto Bossi la settimana scorsa. Ma nell’ala maroniana del gruppo leghista, la tentazione di votare a favore dell’arresto non ha ancora trovato un argine.

Nessuno, men che meno il titolare del Viminale, si muoverà col piglio di chi vuole sconfessare platealmente il Senatur. Ma basta mettere insieme alcuni indizi per scoprire che Maroni, in realtà, ha in mente di passare dalle parole ai fatti per evitare che la Lega, come ripete sistematicamente da molti mesi a questa parte, «non muoia appresso al berlusconismo». Indizio numero uno: la settimana scorsa, quando tutti i big del Carroccio sono scesi pubblicamente in campo per difendere la moglie di Bossi, Manuela Marrone, dall’ormai celebre articolo di Panorama, il ministro dell’Interno è stato praticamente l’unico pezzo da novanta del partito a evitare dichiarazioni. E tutto questo è niente, e siamo all’indizio numero due, rispetto al silenzio che Maroni ha opposto al coro sulla «secessione» che s’è levato dallo stato maggiore del Carroccio dopo il discorso del Senatur di domenica. E non è finita. È stato proprio Roberto Maroni l’ospite che il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha ricevuto ieri al Quirinale prima di lanciare il suo durissimo monito contro le frasi pronunciate da Bossi a Venezia («Chi parla di secessione è fuori dalla storia e dalla realtà»).

Berlusconi e Bossi

È vero. Pubblicamente il ministro dell’Interno dice, come ha fatto ieri in un’intervista alla Prealpina, che «il governo arriverà fino al 2013» e che i maroniani non esistono. «L’unico sono io. E mi riconosco in Bossi», ha aggiunto. Ma dei 46 deputati leghisti (su un totale di 59) che ormai si riconoscono nel titolare del Viminale (tanti furono a fine giugno quelli che sottoscrissero la richiesta di sostituire il capogruppo Marco Reguzzoni, esponente del «cerchio magico»), la stragrande maggioranza è pronta a riporre nelle sue mani la scelta sul voto di Milanese.

Radiotransatlantico dà – forse frettolosamente – per già decisa la partita su Milanese. Pd, Idv,

Bersani e Casini

Terzo Polo sono per l’arresto. Dai 46 maroniani e da un gruppo di pidiellini che saranno protetti dal voto segreto arriverebbero gli altri voti che mancano per dare il via libera alla richiesta dei pubblici ministeri di Napoli. Ma fossero vere la lettura attribuita a Tremonti («È un referendum su Berlusconi») e l’analisi che Casini ha confidato ai suoi («Guardiamo lo scarto») allora tutto dipenderà dai numeri in Aula. Con una vittoria schiacciante dei «sì», il governo del Cavaliere si avvicinerebbe al baratro. Perché, come spiega Pier Luigi Bersani, «il caso Milanese può, insieme ad altri mille fattori, causare la crisi». I mille fattori evocati dal leader del Pd riguardano la crisi economico-finanziaria. Ma ce n’è un altro, di fattore, che potrebbe accelerare lo showdown: il voto, in programma la settimana prossima, sulla mozione di sfiducia nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano. Un altro appuntamento che Roberto Maroni – che ha intensificato i suoi colloqui con Angelino Alfano – ha già annotato sulla sua agenda. Con la penna rossa.

Written by tommasolabate

21 settembre 2011 at 10:33

«Io non mollo». Il Cavaliere intravede la congiura.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 settembre 2011)

«Non bastava la gogna mediatica. Ora ci si mette anche Umberto». Ieri pomeriggio, quando lo avvertono delle dichiarazioni di Bossi da Paesana, le stesse in cui il Senatur auspica la fine anticipata della legislatura, Silvio Berlusconi sbotta: «Adesso intervengo io».

Per il premier è forse l’ora peggiore da quando è iniziata la sua avventura politica. L’ora che scocca nei giorni in cui le sue conversazioni con due «piccoli calibri» che lo tenevano sotto scacco – Valter Lavitola e Gianpi Tarantini – rischiano di demolirne definitivamente l’immagine. Ed è l’ora in cui non c’è soltanto «un nemico» (interno) contro cui concentrare i propri sforzi, com’è stato nei tempi più recenti con Gianfranco Fini (prima) e con Giulio Tremonti (poi). No. Le voci che arrivano da Palazzo Grazioli, la residenza romana che il Cavaliere abbandona in serata per tornare ad Arcore, descrivono un presidente del Consiglio che adesso vede nemici disseminati per tutto il perimetro della maggioranza. Pdl compreso. Nelle ultime settimane l’hanno sentito lamentarsi a più riprese di Roberto Formigoni e Renata Polverini, di Gianni Alemanno e Bobo Maroni. Adesso, tra i suoi fedelissimi, più d’uno è pronto a giurare che «il presidente» non si fida più di nessuno. E che «proprio per questo passerà al contrattacco».
La sorpresa più amara della giornata, ancor più difficile da digerire dei verbali di Bari finiti sui giornali («Me l’aspettavo»), sono le frasi che Umberto Bossi pronuncia da Paesana, provincia di Cuneo. Il Senatur concede all’alleato di una vita giusto un mezzo assist, opponendo il gesto delle corna ai sindaci che contestano la manovra e scagliandosi contro le intercettazioni. Tutto qua. Il resto sono cannonate al quartier generale. «Il governo per adesso va avanti. Fino al 2013? Mi sembra troppo lontano», scandisce dalle sorgenti del Po. Quindi, rilancia la «Padania come alternativa all’Italia», difende la moglie dall’articolo di Panorama («Sono degli stronzi»), attacca frontalmente Brunetta («Renato detto il “nano di Venezia” non capisce un cazzo») e, come a chiudere il cerchio, benedice la futura leadership del figlio Renzo e incorona Roberto Calderoli «mio braccio destro». Sono mosse che, nell’inner circle berlusconiano, vengono considerate oltre il limite della «follia». Comprese le ultime due. Che, a sentire quel che si mormora ai piani alti del Pdl, «provocheranno più danni che altro, visto che rafforzeranno la popolarità nel Carroccio di Maroni, uno che ormai si muove platealmente contro di noi».
Il bombardamento mediatico, ovviamente, non si arresterà. Né si può trascurare che l’agenda dei lavori del Parlamento è un calvario disseminato di appuntamenti che possono far implodere la maggioranza (c’è il voto sull’arresto di Marco Milanese e, a seguire, la mozione di sfiducia contro il ministro Saverio Romano). «No, non starò più fermo», ha detto ieri Berlusconi ai suoi. Da quella frase all’elaborazione di un vero e proprio piano d’azione il passo è stato brevissimo. Per tentate di dimostrare di essere ancora saldamente in sella alla guida del governo, prima il premier ha ricevuto Fabrizio Saccomanni, il direttore generale di Bankitalia che si appresta a prendere il posto di Mario Draghi (il candidato tremontiano Vittorio Grilli sembra ormai fuori gioco). Quindi ha rivoluzionato la sua agenda della settimana prossima, rinunciando alla trasferta newyorkese all’Onu per presentarsi all’udienza del processo Mills in programma lunedì a Milano. Gli spin doctor del Cavaliere la mettono così: «Adesso sarà più difficile sostenere che il Presidente fugge dai magistrati…». Potrebbe finire con il solito “comizio”. E, addirittura, il premier potrebbe arrivare a riconsiderare l’ipotesi di rispondere alla chiamata dei pm di Napoli.
Non è tutto. Se «l’uomo» teme di venire travolto dall’ondata delle carte baresi che finirà sui giornali di oggi, il «politico» s’è praticamente convinto che sta per arrivare «una manovra di Palazzo per farmi fuori». Da qui il messaggio dal bunker, che Berlusconi ha affidato alle colonne del quotidiano diretto da Giuliano Ferrara. «Caro direttore, io non mollo», scrive il premier in una lettera che il Foglio ha anticipato ieri sera. Una lettera in cui il Cavaliere nega di «aver mai fatto cose di cui vergognarmi», in cui parla di un «trappolone» per giustificare la decisione (non definitiva) di testimoniare a Napoli, in cui evoca il golpe di chi vuole «scardinare il funzionamento delle istituzioni». In mattinata, al premier era venuto in mente di convocare una conferenza stampa per rispondere alle domande sulle inchieste di Bari e Napoli. Poi gli inviti alla prudenza di Gianni Letta e Paolo Bonaiuti hanno prevalso sui desiderata del «capo». Che ha concluso la lettera al Foglio con tre messaggi ai presunti congiurati, che ancora non hanno un volto. «Le elezioni ci saranno nel 2013». «C’è una maggioranza di italiani che non è disponibile ad avventure e a nuovi ribaltoni decisi nei salotti». E, soprattutto, «io non mollo».

Written by tommasolabate

17 settembre 2011 at 11:26

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