tommaso labate

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Boni dà l’addio. Le scope di Maroni erano già pronte per il Pirellone.

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Come volevasi dimostrare qui, qualche giorno fa, le scope di Maroni erano arrivate anche a lui.

Written by tommasolabate

17 aprile 2012 at 12:33

Beppe Grillo. Leader o pagliaccio? Una domanda che risale al 2007.

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Ora che vola nei sondaggi, ora che il centrosinistra ha cominciato a temerlo, ora che succede tutto questo, compreso che il logorio della vita moderna raggiunga vette inimmaginabili anche per chi inventò lo spot Cynar, la domanda del 2007 ritorna con prepotenza: Beppe Grillo è un leader o un pagliaccio?

Cinque anni fa, la rivista Formiche mi chiese un ritratto del comico genovese.

Cominciava così:

È più democratico di Piero Fassino e Francesco Rutelli, più ambientalista di Alfonso Pecoraro Scanio, più giustizialista di Antonio Di Pietro, più liberale di Francesco Giavazzi, più pacifista di Gino Strada, più radicale di Marco Pannella, più nero di Obama e più bianco di Hillary, più a destra di Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini messi insieme e più a sinistra di Fausto Bertinotti. Oltre ad essere più comico di Dario Fo, più epurato di Enzo Biagi, più incazzato di Mike Tyson, più televisivo di Pippo Baudo, forse più radiofonico di Fiorello e se non ci fossero intralci accademico barra burocratici sulla sua strada sarebbe financo più oncologo di Umberto Veronesi

Ma cosa succederebbe, nell´italico e perennemente aperto cantiere politico, se il democratico, ambientalista, giustizialista, liberale, pacifista, radicale, nero, bianco, destro, sinistro, comico, epurato, incazzato, televisivo e radiofonico Beppe Grillo decidesse di far qualcosa di poco antipolitico tipo “scendere in campo”? Saccheggerebbe terreno elettorale a centro, destra e manca?

Il resto dell’articolo lo trovate cliccando qui

Written by tommasolabate

16 aprile 2012 at 12:23

Il peroncino 2.0 di Bersani.

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La foto simbolo dell’odierna direzione del Partito democratico è la birra che, come di consueto, Pier Luigi Bersani stappa quando la riunione si avvia verso la fine.

Ormai il peroncino sta a Bersani come Albachiara sta ai concerti di Vasco e Can’t help falling in love a quelli di Elvis.

L’ultimo pezzo, insomma.

Ps: l’autrice della foto è Antonella Madeo, giornalista di Youdem. Nello scatto si vede anche il senatore Nicola Latorre.

(www.tommasolabate.com)

Written by tommasolabate

26 marzo 2012 at 18:01

«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 – un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

Cambiare la Rai. Col sorteggium.

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Che sia necessario tener “i partiti” e “la politica” il più lontani possibile dalla Rai, ora lo dicono tutti. Da anni, da tanti anni. E lo ripetono anche quelli che non ci credono e quelli che non vogliono.

Adesso che la riforma della governance dell’azienda di viale Mazzini è tornata per l’ennesima volta in agenda – e a onor del vero gran parte del merito va ascritto al Pd e alla tigna di Pier Luigi Bersani – ecco una possibile soluzione. Una di quelle archiviabili alla voce “modesta proposta” o, se volete, a quella “consigli non richiesti”.

Bastano tre semplici mosse.

1) Un’authority “indipendente” (le virgolette non sono casuali) – in questo caso l’Agcom (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) – stila una lista di cento personalità che reputa competenti. Intellettuali, professionisti del settore, professori universitari e anche impiegati del catasto. Purché abbiamo una comprovata (e comprovabile) competenza sul mezzo (la televisione) e i fini (la cultura, lo spettacolo, la pubblicità, e via dicendo).

2) Da questo elenco di cento persone vengono estratti a sorte cinque (o, se volete, sette) nomi. Ed eccolo là, il nuovo consiglio d’amministrazione della Rai.

3) Il consiglio, che elegge il suo presidente a maggioranza, nomina a sua volta un amministratore delegato con tutti i crismi.

Punto. Fine.

Ovviamente si tratta di una provocazione. Con genera, altrettanto ovviamente, delle obiezioni.

Tipo: ma l’authority, seppur “indipendente”, non ha comunque una radice politico-partitica? Risposta: certo. Ma è tutt’altra cosa rispetto alla Commissione di Vigilanza, dove sono direttamente i parlamentari a nominare ben sette consiglieri d’amministrazione Rai su nove (come da Legge Gasparri). O no?

E ancora: la politica riuscirebbe comunque a mettere becco sulla lista dei cento nomi, no? Risposta: vero. Ma un conto è paracadutare 9 signori nel board di viale Mazzini (7 dalla commissione parlamentare di Vigilanza, 2 indicati dal ministero dell’Economia). Un’altra è stilare una lista di cento persone senza sapere chi sarà premiato dal sorteggio. Vuoi mettere?

http://www.tommasolabate.com

Written by tommasolabate

13 marzo 2012 at 12:16

Quel «Forza Riformista» che seppellisce Gasparri e quella zona grigia che sta tra la categoria del «nero» da quella del «rosicone»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 10 marzo 2012)

«Forza Riformista». E la Rete si tinge d’arancione. Perché è «una voce libera per la democrazia», scrive su Twitter il presidente della Camera Gianfranco Fini. Perché «se chiude il Riformista non me ne farò una ragione», aggiunge Pier Luigi Bersani. E poi, in ordine sparso, intervengono Franco Frattini e Walter Veltroni, Dario Franceschini ed Enrico Letta, Anna Finocchiaro, Fabio Granata, Roberto Rao, Carmelo Briguglio. E altri ancora. Prima decine, poi centinaia. E forse di più. Tutto il Pd, tutto il Terzo Polo, un pezzo del Pdl, la Cgil, la Fnsi. Insieme contro il visto si chiuda indirizzatoci giovedì da Maurizio Gasparri. Col silenzio complice del segretario del suo partito, Angelino Alfano.

Avesse cantato Una carezza in un pugno, o potuto contare su una platea di dieci milioni di telespettatori, lo avremmo paragonato ad Adriano Celentano. Invece con Maurizio Gasparri bisogna sempre sempre scavare tra le tante tonalità di grigio che separano la categoria del «nero» da quella del «rosicone».

Come l’Adriano che nella prima serata di Sanremo aveva caldeggiato la chiusura di Famiglia Cristiana e Avvenire, salvo poi sostenere nell’ultima che «dire andrebbero chiusi non significa esercitare una forma di censura», anche Gasparri si cimenta nell’esercizio semantico tipico di chi lancia la pietra e poi fa ciao ciao con la manina. Giovedì sera, intervenendo ai lavori della scuola di formazione del Pdl, il capogruppo del partito «dell’amore» (sic!) e «della libertà» (idem) ha messo a verbale che «quando chiude un giornale ci si dovrebbe rammaricare». Al contrario, ha aggiunto, «quando chiuderà il Riformista ce ne faremo una ragione».

Ieri – dopo essere stato attaccato da Pd, Terzo Polo e persino da esponenti del suo partito, senza dimenticare la Fnsi e la Cgil – Gasparri è passato alla fase due. «Non mi sono augurato la chiusura di un giornale», ha detto. Poi ha aggiunto: «Ho criticato la vergognosa campagna contro Alfano e il Pdl condotta da un quotidiano notoriamente in crisi per mancanza di lettori». E quindi ha tirato le somme: «La polemica, nata dalle errate interpretazioni alle mie parole, ha creato pubblicità a un giornale che così potrà aumentare il numero delle copie vendute, temo comunque poche».

Fatto salvo il suo diritto di critica, si scopre che nel Favoloso mondo di Gasparrì, che è in fondo lo stesso in cui bazzica da quando portava la camicia nera, se osi criticare è meglio che la tua bocca finisca per chiudersi. O ancora, se scrivi che nel Pdl di Alfano si celebrano congressi truccati con iscritti reclutati financo al cimitero e pacchetti di tessere false, e lo fai da una «notoria» posizione di crisi da «mancanza di lettori», allora ti meriti l’adesivo «vergognoso». Ci sfugge il nesso, ma tant’è.

Certo è che dal virus della vergogna, evidentemente, è immune Angelino Alfano. Lesto nel disertare il supervertice con Monti accampando scuse che lontanamente avevano a che fare col rapporto tra politica e informazione (il suo «Non parlo di nomine Rai» riferito al premier avrebbe nobilitato anche la campagna del tandem Scilipoti-Sara Tommasi contro il signoraggio bancario), di fronte all’attacco del presidente dei senatori del suo partito al Riformista ha preferito tacere. Un silenzio complice. Nenti sacciu. Nenti vitti. Anzi, se c’è qualcosa che «Angelino» ha saputo o visto dell’intervento di «Maurizio» a Orvieto, quella – citiamo dal suo Twitter – è la conferma che «il Pdl deve aprirsi alla tecnologia e diventare il partito della rete». Per cui, ha cinguettato il segretario, «bene Gasparri».

Non la pensano come loro i tanti che, di fronte al «ce ne faremo una ragione» che Gasparri ha legato alla possibile chiusura del Riformista, hanno avuto qualcosa da ridire. A cominciare dalla terza carica dello stato, Gianfranco Fini. «Forza Riformista. Una voce libera per la democrazia», ha scritto su Twitter il presidente della Camera, aggiungendo il suo messaggio a quello delle centinaia di persone che hanno dato vita sul web a una campagna perché questo giornale si salvi. «Quando si chiude un giornale è sempre un problema per la democrazia», mette nero su bianco Franco Frattini. «Se poi si chiama Riformista», aggiunge l’ex ministro degli Esteri, «è un problema ancor maggiore, perché si occupa anche di problemi di politica italiana e internazionale». E ancora, sempre Frattini: «Mi auguro che si possa ancora evitare la chiusura. Quando una testata scompare è sempre un problema. E direi la stessa per Liberazione o manifesto». «Spero che Gasparri si renda conto della gravità delle sue parole», dice Giorgio Stracquadanio. «Per il Riformista vale la massima di Voltaire: non condivido le tue idee ma difendo il tuo diritto a esprimerle», spiega Isabella Bertolini. «Forza Riformista», scrivono le deputate pidielline Nunzia De Girolamo e Barbara Saltamartini. Si fa sentire anche un leghista, l’ex sottosegretario all’Interno dell’ultimo governo Berlusconi, Michelino Davico: «A tutti i redattori e ai collaboratori. Forza Riformista».


Col Riformista si schiera, compatto come non lo era da tempo, tutto il Partito democratico. Che risponde in massa alla provocazione di Gasparri. Pier Luigi Bersani si fa fotografare iPad alla mano mentre twitta che «a differenza di Gasparri, se chiude il Riformista non me ne farò una ragione. Forza, tutti assieme». E tutti assieme è stato. Da Walter Veltroni («Con il Riformista contro chi, come Gasparri, auspica la chiusura dei giornali che non gli piacciono») a Enrico Letta («Gasparri contro il Riformista? Forza Riformista), da Dario Franceschini («Aspettiamo l’intera “lista Gasparri” dei giornali da chiudere. Ed è stata ministro delle comunicazioni…») ad Anna Finocchiaro («Forza Riformista per il diritto all’informazione di tutti. Anche di Gasparri»). E poi, Matteo Orfini e Francesco Verducci, Marina Sereni, Francesco Boccia, Pina Picierno, Antonello Giacomelli, Katia Pinotti, Vincenzo Vita e Michele Meta.

Anche il Terzo Polo stronca l’intervento del capogruppo del Pdl al Senato. «Gasparri è molto più oscurantista che riformista», sostiene Roberto Rao. «Se chiude il Riformista sarà una perdita per la democrazia», aggiunge il finiano Carmelo Briguglio. Arrivano anche Fabio Granata («Da Gasparri parole gravi»), l’associazione Articolo 21, l’indipendente italvalorista Pancho Pardi e il segretario della Fnsi Franco Siddi («Sulla chiusura dei giornali, Gasparri ha rigurcito fascista»). E anche la Cgil. «La chiusura del Riformista sarebbe inaccettabile e assolutamente da scongiurare», afferma a nome del sindacato di Corso d’Italia il segretario confederale Fulvio Fammoni. Secondo cui il nostro quotidiano è «una voce preziosa per la democrazia di questo Paese, soprattutto per l’attenzione posta sul mondo del lavoro, visti i trascorsi del suo direttore Macaluso».

Bersani mentre twitta #ForzaRiformista

Ma a Gasparri, che comunque afferma di leggere il Riformista tutti i giorni, tutto questo interessa poco. Forse nulla. Se si chiude, se ne farà una ragione. «Vola come una farfalla, pungi come un’ape», diceva Muhammad Ali. «Maurizio», se lo punge l’ape, grida aiuto e invoca soccorsi dall’alto. Come quando nell’ottobre del 2010, dopo che il Riformista aveva raccontato di una violenta lite (con tanto di bestemmia volante) tra Fabrizio Cicchitto e Ignazio La Russa – e sì che all’Hotel de Russie c’era anche Gasparri, che parteggiava per per il primo – il Nostro ci aveva archiviati alla voce «giornale disinformato e mentitore». Avvertendoci che, testualmente, «siamo stanchi di replicare a dei bugiardi professionali». Infine, evidentemente evocando un intervento dell’onorevole pidiellino Antonio Angelucci (al Riformista, all’epoca, c’era un’altra proprietà), aveva concluso: «Credo che l’editore, il direttore e il giornalista di quel giornale debbano vergognarsi e chiedere scusa». Non disturbare il manovratore ché sennò ti fai male. Non levarmi il pallone altrimenti te lo buco. Sempre là, in quella zona grigia che parte dalla categoria del «nero» e arriva a quella del «rosicone».

Di conseguenza sì, l’abbiamo capito e abbiamo provato a spiegarlo perché Gasparri si farà una ragione se il Riformista chiude. Peccato per il senatore, e per chi dentro il Pdl “copre” le sue minacce, che questo giornale continuerà a pungere come un’ape. E, se possibile, a volare come una farfalla. Sugli spalti ci sono quelli che sulla Rete gridano «Forza Riformista». E anche chi, come la cantante Nina Zilli, conclude la nostra giornata dedicandoci su Twitter il ritornello scritto della sua ultima hit sanremese. Testuale: «Per sempreeeeeeeeeeee politically correct».

Alessandra Mussolini: «Nessun vitalizio ai politici? E’ un’istigazione al suicidio»

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Cliccando qui trovate un estratto dell’intervista che ho fatto ad Alessandra Mussolini per il settimanale A.

Riflettete, gente. Senza istigare, però.

Written by tommasolabate

10 dicembre 2011 at 22:44

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