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Eluana Englaro/Quella Bmw parcheggiata sotto casa.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 febbraio 2009)

La mattina del 18 gennaio 1992, sabato, Eluana Englaro è sola in casa, a Lecco. I genitori, Saturna e Beppino, si trovano in provincia di Bolzano. A Sesto, Val Pusteria. Sono in settimana bianca. L’Alto Adige, i coniugi Englaro, l’hanno raggiunto con una piccola utilitaria. La loro macchina grande, una Bmw, è rimasta parcheggiata sotto la loro abitazione. A Lecco.

La verità su Ustica. La mattina del 18 gennaio 1992, nel momento in cui Eluana apre gli occhi, il Giornale radio del primo canale Rai trasmette uno speciale sul Dc9 dell’Itavia abbattuto sui cieli di Ustica dodici anni prima. Il servizio contiene rivelazioni scottanti sul procedimento giudiziario nei confronti dei generali dell’Aeronautica. Due in particolare, Corrado Melillo e Zeno Tascio. L’inchiesta del Gr1 toglie il velo anche sulle accuse dei pm nei confronti di Lamberto Bartolucci e Franco Ferri, che all’epoca dei fatti erano al vertice dell’Aeronautica militare. Il «golpe dei generali»  è smascherato dalla radio. E gli uomini dell’Ucigos si preparano al blitz nella redazione diretta da Livio Zanetti. Che quel giorno, però, è fuori città.

Il governo contro il Colle. Nel momento in cui Eluana si prepara per uscire di casa, a Roma il ministro della Difesa Virginio Rognoni smentisce l’ipotesi, avanzata il giorno prima dal presidente della Repubblica Francesco Cossiga, di fornire assistenza militare alla Slovenia. «L’eventuale intervento diretto nelle vicende jugoslave – spiega il ministro – non rientra nelle opzioni a disposizione di ogni singolo paese». Anche la Farnesina prende le distanze dal capo dello Stato. Fonti vicine al ministro Gianni De Michelis chiariscono che «non c’è alcuna possibilità che l’Italia possa mettersi da sola a fornire armi».

L’impeachment. Achille Occhetto è a Cagliari, all’assemblea di fondazione dell’Unione della sinistra sarda. In vista delle elezioni del 5 aprile, il segretario del Pds lancia la sfida ai socialisti e chiama a raccolta «le forze del cambiamento» contro la Dc. Il suo partito, intanto, va avanti nella richiesta di mettere in stato d’accusa il presidente della Repubblica per le note «esternazioni» di qualche tempo prima. Nello stesso istante Gianfranco Fini prepara il discorso per la manifestazione del suo partito al Teatro Lirico di Roma. Il Movimento sociale italiano è schierato invece con Francesco Cossiga. Lo vuole alle guida di una «nuova Repubblica», di un «Fronte degli Italiani». Lo propone per un bis al Colle più alto. «Il magistero politico di Cossiga – annota Fini nel suo intervento – è stato utile all’Italia e lo sarà ancora di più nel futuro». È il portavoce del segretario missino, Francesco Storace, ad anticipare una parte del discorso alle agenzie. E a preannunciare che, all’indirizzo di Fini, è stata recapitata una lettera in cui il capo dello Stato ringrazia «il Movimento sociale» per il sostegno alla sua causa.

L’assemblea di Napolitano. Nel frattempo, a Roma, l’area dei riformisti del Pds, guidata da Giorgio Napolitano, riunisce l’assemblea nazionale per discutere degli scenari post-voto. Si presentano un po’ tutti. Dal socialista Martelli al repubblicano La Malfa, passando per il diccì Piccoli e i sindacalisti Lama, Carniti, Trentin e Del Turco. Occhetto invia il fedelissimo Massimo De Angelis, al quale tocca prender nota dell’ipotesi delineata da Napolitano («Un governo sganciato dalle designazioni partitiche») e della prospettiva indicata dall’area migliorista: «Una sinistra unitaria, socialista e riformista, che non rinunci alle sue esperienze». Quale esito avranno le elezioni del 5 aprile? L’espresso in edicola il 18 gennaio 1992 offre ai suoi lettori un sondaggio della Doxa. Più della metà degli intervistati prevede una flessione della Dc rispetto al 34,3% dell’87, il crollo del Pds al 17% e esprime la certezza che la Lega Lombarda di Umberto Bossi supererà la soglia dell’8%. Stabili, secondo la rilevazione demoscopica, sia il Psi di Craxi che il Pri di La Malfa.

La folla per Moana. Mentre a Lecco Eluana si prepara per la giornata, a Milano una folla oceanica interrompe la raccolta di firme per la presentazione delle liste del Partito pensionati. Al banchetto di corso Vittorio Emanuele II, infatti, è stata annunciata la presenza della capolista Moana Pozzi.  Centinaia di passanti si accalcano per vedere da vicino la pornostar che, temendo per la sua incolumità, si ripara in un teatro nei paraggi. I promotori decidono di sospendere la raccolta delle sottoscrizioni rinviandola al pomeriggio. Nel frattempo, la città di Brescia si interroga sulla nascita di una giunta comunale «a tempo», che porti quantomeno alla discussione del bilancio 1993 prevista in autunno. Nella maggioranza dovrebbero entrare Dc, Psi, Pri, Pds, la Rete e i Verdi. All’opposizione, invece, rimarrebbero la Lega, Rifondazione comunista, Msi, casalinghe e pensionati. Il Pli e l’indipendente Maria Fida Moro, eletta nelle liste di Rc, sono titubanti. Anche Torino vive ore d’ansia. A venti giorni dalle dimissioni di Valerio Zanone ci sono quattro partiti che rivendicano la poltrona del primo cittadino. Dc, Pri e Pli corrrono con un proprio candidato. Il Psi, con il responsabile enti locali Giusi La Ganga, dice di considerare ancora valido «l’accordo firmato nel 1990 per un sindaco laico».

Farouk prigioniero. Eluana è a pranzo quando, dalla Sardegna, il capo della Criminalpol Luigi Rossi dichiara che la prigionia del piccolo Farouk Kassam, sequestrato dall’Anonima sarda, sarà «lunga». «A occhio e croce – conferma il capo della Polizia Vincenzo Parisi – non si possono prevedere sviluppi e tempi rapidi». Gli inquirenti smentiscono che il riscatto possa essere pagato all’estero, magari con la mediazione dell’Aga Khan. La primula rossa Matteo Boe finisce in cima all’elenco dei ricercati.

Sofri, Salvatores, la Bellucci. A sera, Indro Montanelli e Adriano Sofri, insieme a Mario Cervi e Giuliano Ferrara, intervengono alla registrazione di Babele, il programma di Corrado Augias sulla terza rete. «Io non credo che non ci siano prove. Comunque auguro a Sofri la revisione del processo per l’omicidio Calabresi. In ogni caso, una sentenza sfavorevole condannerebbe un uomo che non c’è più», dice Indro. «È vero, sono molto cambiato. Mi dispiace perché sono più affezionato al Sofri di allora che al Sofri di oggi», risponde Adriano. Intanto a Palm Springs, California, il Festival cinamatografico internazionale premia Mediterraneo di Gabriele Salvatores come «miglior film europeo». L’ex modella Monica Bellucci, chiamata da Francis Coppola per il suo Dracula, viene incoronata regina della kermesse. Martin Scorsese si trova a Roma, per ritirare il riconoscimento «Maestri del cinema», mentre a Torino Günter Grass si aggiudica il premio internazionale del «Grinzane Cavour» regolando in volata Jorge Amado, Elias Canetti, Eugéne Ionesco e Milan Kundera.

Milan-Foggia. A Milano Fabio Capello prepara i rossoneri per la sfida dell’indomani contro il Foggia a tre punte di Zdenek Zeman. Ad Ascoli il calcio è passato in secondo piano, complice una squadra ultima in classifica e una bomba carta esplosa qualche giorno prima sotto l’abitazione del tecnico Giancarlo De Sisti detto Picchio. «Con tutti gli schiaffoni che abbiamo preso, anche una mummia si sarebbe risvegliata», sorride l’allenatore della Sampdoria Vujadin Boskov, reduce da una crisi lasciata alle spalle con tre vittorie di fila. Non si placano, invece, le polemiche sulla morte di Miran Schrott, il giocatore della serie B di hockey deceduto dopo essere stato colpito dal bastone di un avversario. Forse, dicono a Courmayeur, un defibrillatore avrebbe potuto salvarlo. Ma il defribillatore più vicino, purtroppo, stava ad Aosta. Agli Australian open di tennis avanzano gli uomini Curier, Stich, Krickstein, Krajicek, Rosset e le donne Capriati, Maleeva, Monami, Sabatini, Fernandez e Garrison.

La Bmw sotto casa. A sera, da Londra, arriva la notizia che una bambina di cinque anni ha ottenuto da un Tribunale il risarcimento record di due milioni e mezzo di sterline, che in lire fanno cinque miliardi. A causa di un errore dei medici, la piccola Alexandra Mulligan ha subìto dalla nascita danni cerebrali che la costringono su una sedia a rotelle. La bimba “reagisce” solo quando ascolta Nessun dorma cantata da Luciano Pavarotti. Fuori è buio. Eluana Englaro, da Lecco, spegne la tv e si prepara per la serata. È sabato sera. A dire il vero è stanca. Non le va di uscire. Ma gli amici insistono. Al Kalcherin di Garlate c’è una festa. La Bmw di papà Beppino è parcheggiata sotto casa.

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15 marzo 2011 at 12:00

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Silvio e le belle del Biscione. Quell’harem chiamato Canale 5

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 1 giugno 2009)

– «I nostri programmi sono terminati. Domani sera, a partire dalle 20 e 30, vi proporremo un’agghiacciante maratona della paura: Tre passi nel delirio. Sono tre film dell’orrore e questi i titoli: Creepshow, L’ascensore e Ballata macabra. I primi due sono in prima assoluta per la televisione. Mi raccomando, non perdeteli. Non mi resta che ringraziarvi per averci seguito e darvi appuntamento a domani. Buonanotte».
(Gabriella Golia, un giorno qualsiasi del 1986, augura la buonanotte ai telespettatori di Italia 1).

– «Da grande voglio fare la showgirl. Ho studiato danza, ho iniziato a sei anni. Mi interessa anche la politica… Preferisco candidarmi alla Camera, al Parlamento. Ci penserà Papi Silvio».
(Noemi Letizia, primavera del 2009, si presenta agli italiani).

Gabriella Golia

Nella preistoria di Re Silvio, la velina di Neanderthal – che «velina» in senso stretto non era, come non lo è Noemi – annunciava, conduceva, presentava, «buongiorno» e «buonanotte», mostrava e non mostrava, immancabilmente voleva recitare, in ogni caso ballava, sempre e comunque, «come la Carrà».

La velina di Neanderthal si chiamava Gabriella detta Gabriellina, o Giannina, ovvero Antonella, Kay, Katia, Cinzia, Fiorella, Eleonora, Patrizia, Emanuela. Oppure «la Cavagna», dal cognome dell’Angela di ieri che un po’ rimanda a quello della Mara di oggi.
Della velina neanderthalis, nata e cresciuta alla corte di Re Silvio, non rimangono che ricordi ogni giorno più sbiaditi. Niente seggi, né a Strasburgo né a Montecitorio.

A qualcuna è toccato in sorte il limbo delle televendite, altre sono scomparse nel nulla, una sola – Giannina Facio maritata Scott (nel senso del regista Ridley) – bazzica Hollywood come fosse il bar sotto casa. Tutte, o quasi, sono mamme di famiglia. Mami.

Nessuna, però, sta più a Corte. Come se il Cavaliere, sotto sotto, fosse un Chronos che le “figlie” (quelle con le virgolette) finisce per mangiarsele. Tra il passato remoto e il presente c’è un solo punto in comune. Né segretarie, né collaboratori: quando s’illumina d’immenso Re Silvio non sceglie intermediari. È sempre lui in persona ad alzare il telefono. Oggi con Noemi. Ieri con Gabriella.

«PRONTO? SONO BERLUSCONI»
Un giorno del 1975, Gabriella Golia, milanese, classe ’59, sale sul treno per raggiungere la provincia di Piacenza e torna a casa con la fascia di Miss teenager. Dentro di sé coltiva il sogno di fare la ballerina alla Scala ma capisce che, tanto per cominciare, è meglio fare qualche pubblicità. «Finché mi nota il regista di Antenna nord e mi chiama per un provino», ha raccontato a Libero in un’intervista di due anni fa.

La telefonata più importante arriverà poco tempo dopo, quando Gabriellina fa già l’annunciatrice di professione. Il dottor Silvio Berlusconi, proprietario di Tele Milano, le chiede un appuntamento e le propone un contratto: «Stai un anno ferma e poi…». Lei oppone il gran rifiuto: «E poi – fa come per giustificarsi – avete già Eleonora Brigliadori».

Il futuro premier incassa, porta a casa, ma studia la controffensiva. Quindi, dopo aver aperto Canale 5, ingloba Antenna nord. E quando l’annunciatrice se lo ritrova, in una cena con molti invitati, Berlusconi chiede il silenzio e spiega: «Visto che la Golia non aveva accettato di venire a lavorare da me, allora ho comprato tutta la rete in cui lavorava». È l’inizio di un sodalizio durato quasi vent’anni.

Un quasi ventennio in cui l’occhio azzurro di Gabriellina regnerà sull’inizio e la fine delle trasmissioni, oltre che sui set delle sit-com Emilio e Vicini di casa, e sui palcoscenici di Vota la voce, Azzurro e Tutto di tutto. Nel ’97, quando è incinta di Tommaso, la Golia viene allontanata. Le propongono un contratto a termine, tanto – le dicono a Cologno Monzese – «le annunciatrici le aboliremo». Sugli occhi più famosi della tv commerciale, quelli di Gabriellina fattasi «mami», cala il velo della tristezza.

LE TETTE DI DESTRA
Angela Cavagna, genovese, nata nel ’66, entra nella scuderia del Cavaliere nella seconda metà degli anni Ottanta. Come antipasto, la piazzano in Transistor al fianco dei Trettrè, il trio comico che aveva conosciuto la gloria in Drive in. Quindi, Antonio Ricci la veste da infermiera e porta la sua quinta abbondante (o era una sesta?) davanti alle telecamere di Striscia la notizia.

In pochissimo tempo, la soubrette genovese diventa l’alfa e l’omega delle «truppe mammellate» (il copyright è di Dagospia) di Fininvest. La notorietà di Angela cresce al tal punto che l’improvvisa discesa provocherà non pochi dolori. Quando nel 1996 arriva a prendersi anche il ruolo di «Genuflessa» nel film Chiavi in mano, la stella ormai è caduta.

Si professa «tetta di destra», ma non basta. Quindi, un po’ per vocazione un po’ per dispetto, si presenta alla redazione della Padania, paga 20 euro e si iscrive alla Lega nord. «Per molto tempo la televisione mi ha emarginata per le mie idee politiche», confesserà l’ex “infermiera” più avanti. Fino all’anno scorso teneva un blog, per aggiornare i (pochi) fan delle (poche) ospitate televisive e dei (pochissimi) inviti a Corte. La convocano per il ventesimo compleanno di Striscia. E lei approfitta dell’occasione lanciando dal palcoscenico «i volantini del mio ristorante». Ma questa è già storia moderna.

IL NO DELLA BRIGLIADORI
Ma è solo tornando alla preistoria che si rintracciano le divine che hanno colpito davvero, al cuore, il Cavaliere. Leggenda vuole che tra le preferite ci fosse Eleonora Brigliadori, ex telefonista di Portobello, chiamata a Corte nel 1980 coi galloni di «volto ufficiale di Canale 5». Stando a una voce che a trent’anni di distanza rimbalza ancora tra le mura dell’Impero, pare l’Eleonora abbia resistito a più d’un corteggiamento prima di fare le valigie e tornare in Rai, tra le braccia di Pippo Baudo e in compagnia di Heather Parisi (Fantastico 5).

Non c’è solo la Brigliadori. Anche Cinzia Lenzi, miss Italia 1980, abbandonerà Fininvest nel ’90, dopo un qualche anno da miss Retequattro: «Ho preferito – dirà – dedicarmi solo alla mia famiglia». Mami anche lei, come la Golia. Al suo posto, brillerà la stella di Emanuela Folliero.

FABRIZIA «10 E LODE»
Di fronte al fascino di Berlusconi si sciolse, dapprima solo in un lungo bacio davanti al Duomo, Fabrizia Carminati, altra velina di Neanderthal. La bionda pioniera di Canale 5, spalla di Bongiorno, farà outing sul rapporto col Cavaliere soltanto nel 2007, intervistata da Libero. La storia di Fabrizia e Silvio inizia a Milano 2, durante la registrazione di un quiz di Mike, inizio anni Ottanta. Ammica lui, ammicca lei, ma è lui – separato da Carla dall’Oglio e momentaneamente single – a fare il primo passo.

La invita a cena ad Arcore, ma non succede niente. La porta in giro per Milano, e scatta il primo bacio davanti al Duomo. Quindi la passione. «Dieci e lode», ha confessato Carminati due anni fa, ma niente happy end. Lei è innamorata di Mimmo, il suo fidanzato e non lo vuole lasciare; sempre lei accompagnerà Berlusconi al Teatro Manzoni, suggerendogli di presentarsi con un mazzo di fiori nel camerino dell’attrice del Magnifico cornuto, una certa Veronica Lario.

Nel 2004, dopo essere sparita dagli schermi Fininvest, l’ex velina di Mike si è candidata alle Europee e ha varcato, a distanza di un ventennio, il cancello di Arcore. Rivedendola, Berlusconi le ha sussurrato in un orecchio: «Sei sempre una bella figa». Una scena, questa, praticamente identica al finale del vanziniano Sapore di Mare, quando Jerry Calà rivede Marina Suma dopo una vita. Ma senza Celeste nostalgia di Cocciante in sottofondo.

IL BUCO NERO DI COLOGNO
Gabriella, Angela, Eleonora, Fabrizia e le altre. Veline di Neanderthal, nate alla corte di Re Silvio e finite, quasi tutte, a fare soprattutto le mogli e le mamme. Dimenticate ma non dimenticabili. Inghiottite, chissà perché, dal misterioso buco nero di Cologno Monzese. Lo stesso che, per altri motivi, s’è divorato pure la passionaccia di Enrico Mentana e l’allegria di Mike Buongiorno. Ma questa è attualità. Non preistoria.

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14 marzo 2011 at 11:27

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Corrado Orrico. Il Maestro di Volpara e la sua gabbia.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 luglio 2010)

«La struttura della Gabbia riproduce quella di un campo di calcio, di dimensioni ridotte e variabili, ma in cui la presenza di barriere (originariamente una gabbia, appunto) impedisce l’uscita del pallone dal campo di gioco. Queste barriere, oltre a poter variare per dimensioni e materiali, possono interessare solo i bordi del campo oppure creare anche una sorta di soffitto che copra lo stesso». (Dalla voce «Gabbia (calcio)» di Wikipedia).

«In the 1990s, Juventus (with Gigi Maifredi) and Inter (with Corrado Orrico) both tried to revoluzionize their teams with supposedly spectacular systems of play. Both experiments ended in a disaster». (John Foot, A history of Italian football, 2006, pagina 221).

È bastata una frase smozzicata. Un inciso. Una di quelle cose che, se riportate per iscritto, finiscono all’interno di un periodo lungo, inesorabilmente confinate tra due virgole. L’ha detta Rafa Benitez, il nuovo allenatore dell’Inter, quella Frase che, per quello che evoca, ha acquisito dignità da effe maiuscola. Smozzicandola, ovviamente. E facendola piombare nel caldo torrido di una normale conferenza stampa di metà luglio: «Recupereremo la gabbia e la palestra».

Ora chiunque non mastichi (o non smozzichi) di cose di pallone non può sapere, nel momento in cui s’imbatte davanti alla tivvù nel faccione tondo del mister spagnolo, che quest’ultimo ha appena menzionato la parola «gabbia» nell’unica accezione in cui la stessa non dà l’idea di «prigione», di «costrizione», di «servitù». Ma, al contrario, di «fantasia», di «bellezza». Di «libertà», insomma. Perché la gabbia di cui ha parlato Benitez in quell’inciso – «Recupereremo la gabbia e la palestra» – è legata agli schemi di un profeta del calcio di vent’anni fa. Un profeta fallito. Corrado Orrico.

UN PROFETA DI PERIFERIA. Quando arriva all’Inter, nell’estate del 1991, Corrado Orrico è un acclamato santone di periferia. Difese solide e calcio spettacolo. Messa così pare la via di mezzo tra un ossimoro e la perfezione. Il problema è che le sue idee, il cinquantenne Orrico, le ha sviluppate nelle serie minori. Quasi sempre in squadre che finiscono per “-ese”, come succede alle Cenerentole: Sarzanese, Carrarese, Massese, Udinese, Lucchese. Quando Gianni Brera lo battezza «Maestro di Volpara», dal nome del borgo carrarese da cui proviene, il profeta è già a Milano con la lista di richieste da sottoporre all’attenzione del presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, che cercava la risposta interista al sacchismo (nel senso di Arrigo) prodotto da Berlusconi. La richiesta, in realtà, è una sola. E non si tratta del ritocco allo stipendio bassissimo («Da operaio specializzato»), di calciatori da acquistare o di un collaboratore da far assumere a tutti i costi. Tutt’altro. «Per portare qui il mio calcio – dice Orrico – ho bisogno di una sola cosa. Dobbiamo costruire una gabbia». E gabbia fu.

IL MAESTRO DI VOLPARA. È il Primo comandamento del Maestro di Volpara: «La gabbia serve a tante cose: ad affinare la tecnica, a sviluppare i riflessi, a velocizzare il gioco, a migliorare la condizione fisica perché si gioca senza un attimo di sosta e, a livello organico, è un impegno mica da ridere». Al centro tecnico dell’Inter di Appiano Gentile, siamo nel luglio 1991, Orrico perde una settimana insieme a un ingegnere per progettare una gabbia ultramoderna. Il costo finale per la realizzazione dell’opera si aggira attorno ai trecento milioni di lire. «Occorreva», avrebbe raccontato anni dopo il Maestro, un materiale insonorizzato per attutire i rumori e un altro per aumentare la velocità del pallone». Il tutto funzionale all’elaborazione di un calcio pratico come la prosa e musicale come la poesia. Ossimoro e perfezione. Libertà. Ma la squadra mugugna. Perché in gabbia si sta chiusi, perché il pallone schizza come la pallina di un flipper, perché non c’è un attimo di pausa. Walter Zenga, il portiere, fa il capofila degli scontenti. Di quelli che, quando arriva l’ora della gabbia, vengono presi dai conati di vomito. Jürgen Klinsmann, il centravanti campione del mondo con la Germania, resiste anche perché, nelle pause dalla gabbia, almeno lui trova ristoro per l’anima conversando col Maestro di libri d’arte.

LA VISIONE, A LIVORNO. Com’era nata, la gabbia? Orrico ha sempre ammesso di non aver inventato nulla. «Il merito è di quei ragazzini che giocavano sulle spiagge livornesi. Semmai sono stato il primo a scoprire la gabbia e a utilizzarla in modo scientifico negli allenamenti». La Visione risale a un’estate della metà degli anni Sessanta. La Livorno operaia, quella dei portuali e dei figli dei portuali, degli operai e dei figli degli operai, si riversa in brache di tela verso il mare sotto casa. Ci sono le urla di gioia e i ghiaccioli colanti a causa del solleone, le mamme con la borsa di paglia e i papà coi baffoni come quelli di Giuseppe Stalin, i bambini e il pallone. Il Maestro di Volpara, che ancora maestro non era, se li trova davanti, i gabbioni. «Campetti di calcio quasi in riva al mare, in cemento, avvolti da una rete tirata su per evitare che il pallone finisse ogni due minuti in acqua». Eccola, la Visione. In uno di quei campi, ma questo Orrico non lo può sapere, il livornese Armando Picchi, anche prima di diventare il capitano della Grande Inter, trascorreva le sue estati. Leo Picchi, suo fratello, avrebbe poi tramandato la storia di quelle giornate torride ai Bagni Fiume: «Ogni giorno si finiva nella gabbia. Partite interminabili, a piedi nudi. I primi calci erano terribili, perché ti venivano le vesciche. Poi il piede faceva il callo. Potevi chiamarti Mazzola o Suarez, ma dentro la gabbia ognuno perdeva le sue stellette. Se c’era da picchiare, si picchiava. Se c’era da stringere qualcuno sulla rete, lo si stringeva. E pazienza se il dito ci rimaneva dentro».

LA SCOMMESSA. Orrico elabora la Visione avuta nelle spiagge livornesi. E il suo gioco a zona, fatto di una libertà che s’alza in volo da una gabbia, inizia a fare il giro dei campi della Toscana. Carrarese e poi Massese, Camaiore e poi di nuovo Carrara, dove porta la squadra di casa dai dilettanti alla C1. Il miracolo si arresta all’Udinese, dove fallisce nella sua prima esperienza nella massima serie (esonerato dopo ventidue giornate). Ma il Maestro risorge dalle ceneri e torna in auge. Ancora alla Carrarese, poi a Prato, quindi a Lucca, dove lo champagne che sgocciola dal suo calcio consente alla Lucchese di sfiorare la promozione in serie A. È la primavera del 1991. L’Inter di Pellegrini ha già deciso di affidare al Profeta della gabbia le chiavi del dopo Trapattoni e soprattutto il guanto di una grande sfida: superare con un asso di briscola tutte le carte del Milan di Sacchi.

«GABBIA DI MATTI ». Dopo un’estate nella gabbia, la squadra di Orrico si presenta il primo settembre al taglio del nastro del campionato 1991-92. A San Siro è di scena il Foggia di don Pasquale Casillo e Zdenek Zeman, che quel giorno esordisce in serie A. Tutti si aspettano che l’Inter del crepuscolo di Matthaus annienti le neo-promossa. Invece no. Gli uomini del boemo vanno in vantaggio con Ciccio Baiano e i nerazzurri pareggeranno con la riserva Massimo Ciocci. Ma l’uno-a-uno finale del tabellino, da solo, non racconta lo spettacolo di una partita che un tempo si sarebbe detta «ricca di capovolgimenti di fronte». Tiri e parate, tanti fraseggi zero dribbling, tutto collettivo e niente singolo. Il «WM a zona» creato in una gabbia dal Maestro di Volpara contro il calcisticamente eterodosso 4-3-3 del Maestro di Praga. In quarantamila si godono uno spettacolo che pare uscito da una canzone di Sergio Caputo. Una partita swing and soda, con sprazzi di jazz, atmosfere da night club e tanto alcol. Anche se sono le quattro di pomeriggio. Per Orrico, però, l’inizio coincide col declino. La squadra, abituata a giocare a uomo, non digerisce la nouvelle vague zonista. Vince a Roma con la Roma e in casa col Verona. Ma poi comincia a barcamenarsi tra sconfitte e pareggi fino a che, dopo il crollo con l’Atalanta a Bergamo, il Maestro di Volpara saluta tutti e se ne va. A fine partita Amedeo Goria gli porge il microfono della Rai: «In fondo sono i calciatori che vanno in campo. Non pensa che le colpe siano di tutti?». E lui, con quella dignità che può trasformare anche il più piccolo degli uomini in un eroe: «Ringrazio tutti, i giocatori e il presidente. Purtroppo ho fallito. Se me ne vado vuol dire che la colpa è solo mia». È il 19 gennaio 1992. L’Inter di Orrico è pronta per il dimenticatoio. Con l’etichetta fissata da un titolo del “Guerin sportivo”: «Gabbia di matti».

IL MAUSOLEO. I resti della gabbia fatta costruire da Orrico sono sopravvissuti ad Appiano Gentile per anni. Un mausoleo fatiscente alla memoria di una grande illusione. Quando nel 2002 arrivò ad allenare l’Inter, Roberto Mancini chiese che quella cattedrale venisse trasformata in un campetto coperto. E pensare che, pochi mesi prima, la Nike aveva recuperato l’idea orrichiana per la fortunata campagna pubblicitaria in cui i grandi calciatori dell’epoca (Totti, Figo, Ronaldo, also starring Cantona) si sfidavano all’interno di una gabbia, appunto. Oggi, a tanti anni di distanza, Rafa Benitez recupera l’Idea. Infilando un sogno dentro una frase smozzicata. E il Maestro di Volpara, che ora ha quasi settant’anni?

LE CARTE IN REGOLA. È un uomo triste, oggi, Orrico. Come tutti i padri che sopravvivono ai figli. Il suo, di figlio, s’è suicidato l’anno scorso. E neanche la casa di Volpara c’è più. «L’ho messa in vendita», disse in un’intervista al “Tirreno”. «Io non ho debiti, ma vivo con la pensione da operaio e non basta per gestire quella proprietà». E poi, aggiunse, «sto bene perché vivere con il salario di un operaio specializzato mi fa essere più in sintonia con il partito che ho sempre votato». Il ricordo dell’Inter è lontano anni luce. Nessun rimpianto tranne uno, nel cuore del Maestro: «Con il denaro si possono acquistare molti libri. Per il resto ho poche esigenze. Quello che mangio, ad esempio, me lo coltivo da solo». E a uno viene quasi da immaginarselo, Corrado Orrico, negli anni Sessanta. Mentre guarda quei ragazzi giocare a pallone chiusi nei gabbioni. E visto che la scena è ambientata a Livorno, sembra di sentire la voce di Piero Ciampi che canta in sottofondo: «Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ Ha un carattere melanconico/ beve come un irlandese./ Se incontra un disperato/ non chiede spiegazioni… ».

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11 marzo 2011 at 12:00

Massimo Marino/1. Il mito trash di Roma, dal Tufello a Marrazzo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 4 marzo 2005)

Se vi trovate a Roma e dintorni (ma anche oltre) e nel bel mezzo dello zapping notturno dal vostro televisore appare un personaggio che, tra una palpata di culo a una spogliarellista e una chiacchiera col dj di turno, lancia appelli contro «l’oscurazione d’a ricerca su e cellule staminali», non ci sono dubbi. Vi siete imbattuti nel terzo polo televisivo che sfida a colpi di «odiens» i salotti filosofici di La Porta e le repliche di Mediaset: state guardando su Viviroma television lo show di Massimo Marino, che realizza meravigliosi reportage dai locali notturni della capitale. Per molti Massimo è «puro trash»; per altri è «ben oltre il trash». Per i ragazzi di tutta una città, per quelli che si dividono in romanisti e laziali, Massimo Marino è semplicemente un’istituzione.
L’istituzione è pronta a tuffarsi nell’arena delle elezioni regionali con il Movimento consumatori uniti, alleato col centrosinistra. Storace ha dalla sua Bud Spencer e l’ex principe Giannini? Marrazzo risponde con Massimo Marino. «A frate’ – esordisce – io so’ n’pupazzo, me piace fa’ er Mappet sciò d’a televisione. Altri partiti m’avevano chiesto de candidamme co lloro. L’urtimi so stati quelli dell’uddiccì. Me dicevano “A Ma’, chi te lo fa fare a candidatte co’ quelli? Devi pure raccoje ‘e firme”». Ma Massimo, di estrazione «proletario – borgatara, so nato ar Tufello», di tradire il proprio credo non ne voleva sapere. «C’ho il massimo rispetto per chi ha ideologie diverse dalle mie. Ma me piace la mia faccia e quando me guardo allo specchio, nun ce voglio sputa’ sopra».
Massimo c’ha «tre fisse» e una paura. Tra le prime ci sono la libertà di informazione e il riscatto dei giovani di borgata. «Da anni faccio controinformazione e combatto per l’informazione che rispetti ‘e regole. Perché, ad esempio, Rete4 trasmette ancora sull’etere? A voi ‘ste cose le posso dire…». E aggiunge: «M’avevano detto che er Riformista era un giornale de centrodestra, ma m’avevano ‘nformato male». Ma il tema su cui Massimo non sente ragioni è la libertà di ricerca scientifica. Ha da poco sconfitto il cancro e il forum del suo sito è inondato da messaggi di ragazzi che combattono contro il male. «Frate’, ci so’ i bigotti, i bigottismi, che difendono l’embrione che lo dice la parola stessa che è vita preembrionale. Invece de sta nei frigoriferi, possono salvare e dare la vita vera e consentire la ricerca libera. La ricerca, t’o dico per esperienza, te sarva la vita».

L’unica paura di Massimo, «so’ i totalitarismi. Nun ce posso fa nulla. Il rischio del pensiero unico me fa trema’. Infatti, ‘o sai che faccio? Se Marazzo vince col 90%, me ne vado co’ Storace». Arriva l’ora dei saluti. La campagna elettorale incombe. Il passato di Massimo, prima della «svorta televisiva», è quello di «nullafacente, barista, fruttarolo, macellaro, carrozziere, muratore, vucumpra’». Nel futuro c’è magari un posto in consiglio regionale.  «A, frappe’ (a fra poco), bella frate’» ci saluta. Nello stesso modo in cui, di notte, lancia la pubblicità.

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10 marzo 2011 at 18:00

Flavio Briatore. Il vizietto di Flavio, da Moreno a Nelsinho.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 26 settembre 2009)

Il Lupo perde il pelo. E durante la lunghissima fase di caduta e ricrescita, del «pelo», al Lupo può anche capitare di salire e scendere, costruire e distruggere, vincere e perdere senza mai pareggiare, dire senza ammettere, conquistare la venere nera e sposare una bonazza bianca, rimanendo perennemente sulla cresta dell’onda. Ma il Vizio rimane. Ascesso duro a sgonfiarsi, è stato proprio quello, il solito Vizio, a condannare Flavio Briatore, crollato sotto il peso di una sentenza che lo ha cacciato dalla Formula 1 come un ubriaco messo alla porta da un buttafuori del suo Billionaire. Perché lui, piemontese di Verzuolo, cuneese rinnegante e rinnegato, geometra diventato Geometra con la «g» grande, è la prova vivente della bontà dell’antico adagio siciliano. Quello secondo cui cu nasci tundu non pò mòriri quatratu. E viceversa. Come dimostra il caso che, ben diciassette anni prima dell’incidente pianificato a tavolino di Nelsinho Piquet, vide il Geometra scontrarsi con un altro pilota brasiliano. Si chiamava Roberto Moreno.

MORENO, CHI ERA COSTUI? Era uno di quelli che entrava e usciva dal «circo», Moreno. Classe ’59, veniva da Rio de Janeiro e aveva trascorso tutti gli anni Ottanta alternando come una lampadina a intermittenza comparsate in Formula 1 (Lotus, un contratto da terza guida con la Ferrari, poi Coloni ed EuroBrun) e lunghi purgatori nelle serie dell’oblio (Formula Ford, Formula 3000, Formula 2). Moreno trova la sliding door aperta il 12 ottobre del 1990. È il giorno in cui il pilota della Benetton Alessandro Nannini perde la mano destra in un incidente d’elicottero. Per sostituirlo, Flavio Briatore decide d’affidarsi ai consigli della sua prima guida, che – scherzi retroattivi del destino – era Piquet padre. Il Geometra ingaggia Moreno e il ticket verdeoro imbrocca la prima, al gran premio del Giappone: Nelson primo, Roberto secondo. Per quest’ultimo è il passepartout per il rinnovo del contratto.

L’INCONTRO SEGRETO DI NIZZA. Ma l’anno successivo, è il 1991, Moreno è diventato un problema. Un enorme problema, per Briatore. «Flavio» ha l’occasione di ingaggiare un giovanotto che si chiama Michael Schumacher, una promessa del «circo». Per garantirgli un triennale ed evitare che finisca sul mercato, però, il geometra asceso al cielo della Formula 1 grazie a Luciano Benetton ha bisogno di liberare una monoposto. Quella di Moreno.

È qui ritorna il Vizio, maledetto ascesso incurabile, inestirpabile appendice, demonio. Briatore, esperto delle «tre carte», esclama il suo archimedeo “eureka”. E dà appuntamento alla sua seconda guida all’aeroporto di Nizza, dove al riparo da occhi indiscreti gli predispone la classica proposta che non si può rifiutare: «Roberto, sono pronto a darti 300mila dollari. Se fai finta di esserti rotto una gamba e rinunci a correre le ultime due gare del campionato, io ho la macchina per Schumacher e tu l’assegno». Ma al contrario di quanto avrebbe fatto Piquet junior diciassette anni dopo, andandosi deliberatamente a schiantare nel Gp di Singapore per favorire Alonso, Moreno non ci sta. «Devo prima parlarne con mia moglie». Il Geometra non la prende bene, manda la sua seconda guida a quel paese e produce un finto certificato medico per farlo fuori. Gamba rotta aveva da essere e gamba rotta sarà, pensa Briatore. Ma di fronte al clamoroso «falso», il pilota brasiliano va in escandescenze. E ristabilisce la verità sul suo arto incriminato convocando una conferenza stampa e mettendosi a fare le flessioni davanti ai giornalisti di mezzo mondo.

IL TRUCCHETTO DI FLAVIO. Nel braccio di ferro iniziato in gran segreto all’aeroporto di Nizza e culminato in una maxirissa a colpi di carte bollate, Briatore dribblò la difesa di Moreno dopo due tackle, una veronica e un paio di rabone giudiziarie. Aveva in tasca la carta truccata, il Lupo Flavio. «Roberto Moreno mi fece causa – avrebbe raccontato il Geometra anni dopo – e lì mi difesi con un colpo di genio. Ricordavo di essermi sbagliato col suo contratto, scritto a mano, e di aver parlato solo di “telaio”. Così dissi al giudice: “Qui ci sono tre telai. È vero, uno l’ho promesso a Moreno. Se vuole lo prenda pure, può mettersi anche il casco e guardare la gara dall’abitacolo. Ma il motore no. Di quello il contratto non parla, per cui non glielo do».

I giudici chiamati a decidere, copia del contratto alla mano, diedero ragione a Briatore. I garage della Benetton furono dissequestrati e, con Moreno costretto a ingranare la retromarcia, Schumacher aveva finalmente una macchina. Ma «il giro dei brasiliani» se l’era legata al dito. «Senna cominciò a odiarmi perché avevo fatto fuori un suo connazionale mentre il mio pilota Nelson Piquet minacciò addirittura uno sciopero». Altra grana, risolta grazie al “solito” Vizio, quello di giocare con le «tre carte». Il fine settimana successivo, il Geometra elaborò soggetto e sceneggiatura di una messinscena che raffreddò i bollenti spiriti del vecchio Nelson. Stando ai ricordi che Briatore avrebbe poi affidato a un’intervista con “Repubblica”, andò più o meno così: «Diedi una tuta ad Alex Zanardi e gli dissi: “Cammina davanti al box, fatti vedere”. Piquet mi chiese: “Chi è quello lì?”. E io gli risposi: “Quello che gareggia al tuo posto”. Il suo sciopero cessò immediatamente». Briatore vinse ancora. Anche se, ahilui, non poteva immaginare che il suo desiderio di vendetta, Nelson senior, l’avrebbe trasmesso per via ereditaria al figlio Nelsinho. Ma questo è soltanto il filo rosso che legherà il modernariato del team manager alle prime armi alla storia contemporanea del «gigante» escluso dal circo. La preistoria briatorea si sviluppa in ben altre location. A partire dalla fine degli anni Settanta.

MISTERO DUTTO. Nel 1979, Briatore Flavio da Verzuolo, diplomato geometra a Mondovì, ha già realizzato il primo dei suoi sogni: abbandonare le natìe (e odiate) alture del saluzzese. Della tarda adolescenza ha conservato solo il soprannome, «Tribula», che in dialetto piemontese sta per uno che briga, muove, smuove, pronto a usare tutti i mezzi pur di raggiungere il fine prefissato. E visto che il fine del giovane geometra è «la bella vita» – intesa come la sommatoria di donne, case e macchine di lusso e soprattutto una montagna di soldi – ecco che il buon Flavio ha già messo in bacheca una breve esperienza da istruttore di sci, una discreta quantità di polizze assicurative vendute a Saluzzo, un giretto di prova nell’imprenditoria cuneese e un ristorante, battezzato «Tribula», poi chiuso per debiti. A un certo punto della sua parabola che pare già discendente, Briatore diventa il più stretto collaboratore di un finanziere piemontese, Attilio Dutto, che aveva rilevato un’azienda, la Paramatti Vernici, nientemeno che da Michele Sindona. Il 21 marzo 1979, però, la vita del geometra cambia. Proprio nel momento in cui quella di Dutto, invece, finisce. Quel giorno, infatti, il successore di Sindona alla Parmattio Vernici sale in macchina e salta in aria. L’attentato, di cui non saranno mai accertati né mandanti né esecutori, rappresenta per l’indomito Flavio un punto di svolta.

IL VIZIO, LE TRE CARTE, L’AMICO EMILIO Sale, Briatore. Accumula, Briatore. Briga, Briatore. Tribola, il «Tribula», che ha alimentato da solo l’impero finanziario ch’era del povero Dutto. E così, all’inizio degli anni Ottanta, lui – piemontese rinnegante e rinnegato – si muove sull’asse Bergamo-Milano. Con una doppia veste: in provincia fa il consulente finanziario del conte Achille Caproni; in città, invece, ha la fama di «discografico in ascesa», è sempre in compagnia di Pupo e Loredana Bertè e, soprattutto, s’è fatto un amico in Rai: Emilio Fede. Tra il 1983 e il 1984, però, la procura bergamasca, imbattutasi in un presunto giro di droga, scopre una truffa di proposizioni gigantesche. E una banda. «La banda degli acchiappapolli». Loro si chiamavano Cesare Azzaro, Nino Aimi, Franco Mariani (poi pentito). E avevano due punte di diamante: il conte Caproni e lui, Flavio Briatore. Funzionava così: attiravano la ricca preda prospettandogli un buon affare con imprenditori fidati, la preda si trovava a sorseggiare un Martini con volti noti come la Berté ed Emilio Fede, sempre la preda ammirava il lusso della residenza milanese del Geometra di Verzuolo (rubinetti in oro compresi), insomma la preda si fidava. E, quando dal gruppetto si levava la voce «ma ce la facciamo una partitina a chemin de fer», ecco che la preda s’accomodava, tranquilla, ignara di marciare verso un burrone a la Thelma&Louise.

Giandomenico Serra, già presidente di Confagricoltura, ci rimise un miliardo di lire tondo tondo. Renato Buoncristiani, ex vicepresidente di Confindustria, 495 milioni. Renzo Villa di “Antenna 3”, invece, lasciò sul tavolo 215 milioni mentre Enzo Ghinazzi in arte Pupo se la cavò con un saldo (negativo, of course) di una sessantina. Quando arrivò la sentenza, Briatore, condannato a 3 anni, se l’era già squagliata dall’altra parte del creato. L’amico Emilio Fede, che in quel momento era in corsa per il Parlamento europeo con le insegne del Psdi, fu invece risucchiato nella melma mediatico-giudiziaria del giro degli acchiappapolli. Si difese, il futuro direttore del Tg4. Un giorno, dopo essere stato interrogato dagli inquirenti, scandì: «Sono un fiero giocatore d’azzardo. Ho giocato anche con Andreotti». Poi, sempre l’Emilio, aggiunse: «Ho riproposto la vecchia immagine del giornalista: whisky, donne e gioco. Vinco sempre. Anzi no, ho perso una sola volta: col mio amico Flavio Briatore». Battere Fede a un tavolo verde. Il Geometra, dunque, aveva vinto anche laddove Belzebù ci aveva lasciato le penne. Domanda: ma come avrà fatto a farsi fregare, nell’anno del Signore 2009, da uno che si fa chiamare Nelsinho?

Written by tommasolabate

10 marzo 2011 at 12:00

“Il dottor Vespa ci terrebbe tanto…”.

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“Pronto? L’onorevole (omissis)?”.

“Sono io, chi parla?”.

“Buonasera, sono (omissis), dalla redazione di Porta a porta”.

È venerdì 25 febbraio, metà pomeriggio. All’aeroporto di Fiumicino c’è un signore di mezza età, con la carta d’identità nella mano sinistra e la carta d’imbarco nella mano destra. È un deputato della Repubblica, uno dei pochi eletti dal popolo (sic!) che può fregiarsi dell’aggettivo “responsabile” (ari-sic!). Ed è visibilmente provato dall’estenuante tira e molla che ha portato l’Aula di Montecitorio ad approvare il decreto Milleproroghe. Però, riflette l’onorevole, in fondo è passato tutto. È venerdì, si torna a casa, un po’ di sole, relax, la famiglia.

Nella sala d’aspetto dello scalo della Capitale, l’onorevole (omissis) si guarda intorno. Scruta i volti degli astanti, forse cerca nei loro occhi la prova finale di quella celebrità che il passaggio dall’opposizione alla maggioranza dovrebbe avergli garantito. “Chissà se m’hanno riconosciuto, chissà se vedono in me colui che, adesso, ogni tanto si vede anche in televisione”.

Lo squillo del telefonino e un display che lampeggia lasciando sullo sfondo la scritta “numero sconosciuto” interrompono quei pensieri.

“Pronto? L’onorevole (omissis)?”

“Sono io, chi parla?”.

“Buonasera, sono (omissis), dalla redazione di Porta a porta”.

L’onorevole sorride. La prova di quella celebrità che cercava nella sala d’aspetto di un aeroporto si è materializzata di colpo sul suo telefono cellulare.

“Senta onorevole, mi scusi se la chiamo all’ultimo minuto. Stiamo registrando una puntata sull’approvazione del Milleproproghe e il dottor Vespa ci teneva… Lei si trova a Roma?”.

“A dire il vero, sono all’aeroporto. Sto per prendere un aereo”.

“Ah…Quindi lei non ce la farebbe a venire qui, adesso, a via Teulada…”.

L’altoparlante annuncia l’imbarco imminente. Serve una decisione lampo. Rinunciare al meritato, meritatissimo, riposo per un’ospitata nel salotto di Porta a porta? L’onorevole non ha dubbi.

“Mi dia mezz’ora e sono da voi”.

“Senta, glielo dico per correttezza. Tra gli ospiti c’è anche l’onorevole Donadi dell’Italia dei valori. Per lei è un problema?”

“Un problema? Ma scherziamo?”.

La carta d’imbarco viene stracciata in mille pezzi. E mentre il suo aereo decolla dalla pista di Fiumicino, l’onorevole è già su un tassì.

“Via Teulada 66 per favore. E faccia in fretta”.

In venticinque minuti, l’onorevole (omissis) è arrivato a destinazione. Nel tragitto ha pensato e ripensato a come distruggere l’avversario politico con le armi dell’oratoria, davanti alle telecamere.

Ma di fronte ai cancelli di Mamma Rai succede qualcosa di strano.

“Buonasera, sono l’onorevole (omissis)”, scandisce l’onorevole (omissis) di fronte al vigilante che si trova davanti.

“Buonasera, mi dica pure, onorevole”.

“Mi stanno aspettando allo studio 5, devo registrare una puntata di Porta a porta”.

“Ma è sicuro? Oggi è venerdì, di solito non registrano nel fine settimana”.

“Sicurissimo. M’hanno chiamato mezz’ora fa. Mi stanno aspettando”.

Il vigilante, ligio al dovere, prova a chiamare gli studi. Nessuna risposta.  Via Teulada sembra il deserto dei tartari.

“Guardi, glielo ripeto per l’ultima volta. Mi stanno aspettando su, m’hanno telefonato mezz’ora fa” (l’onorevole omissis).

“Può gentilmente darmi il numero da cui l’hanno contattata?” (il vigilante Rai).

“M’hanno chiamato da un numero privato” (l’onorevole omissis).

L’aereo del meritato riposo è già arrivato a destinazione. E un collega dell’onorevole (omissis), lontano chilometri e chilometri da via Teulada, si sta contorcendo dalle risate agitando con le mani un telefonino. L’onorevole (omissis) chiama l’ennesimo taxi. E fugge via per le strade di una Capitale ormai al tramonto. Meditando propositi di vendetta nei confronti di un fantasma di cui non conosce il nome. Né lo conoscerà mai.

Written by tommasolabate

9 marzo 2011 at 12:47

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Tra poco on line.

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Questo blog è come il bagaglio a mano di un lungo viaggio. Serve per metterci dentro quelle cose che non entrano altrove. A volte si tratta di dettagli superflui, altre volte di oggetti indispensabili.

Tra poco sarà on line.

Written by tommasolabate

9 marzo 2011 at 11:43

Pubblicato su Senza categoria