tommaso labate

Ho letto un’intercettazione di me stesso. E ho scoperto che ero omofobo, sessista e anche un po’ omicida.

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Faccio una premessa. Perché da quando ho scritto scherzando su Twitter che alla maturità preferivo un tema su Becchi a uno su Magris, e qualcuno m’ha risposto dandomi del grillino, ho capito che le premesse sono fondamentali e che ci sono persone a cui le barzellette vanno spiegate.

Vengo da una zona del Paese martoriata dalla criminalità organizzata e sono cresciuto nel mito dei magistrati uccisi nel tentativo di liberarcene. Anche per questo, con chiunque pensi che Giovanni Falcone sia “fango” non prenderei neanche un caffè.

Esaurita la premessa, vado al dunque. Con un paio di cose a caso. Chiunque mi conosce bene sa quanto tengo all’allargamento all’infinito dei diritti degli omosessuali. Sono a favore dei matrimoni gay e anche delle adozioni. Ho firmato petizioni, scritto articoli, di recente addirittura messo la faccia su una sacrosanta campagna a favore di una legge contro l’omofobia. Eppure, se qualcuno intercettasse il mio telefonino, sicuramente prima o poi si imbatterebbe in un me incavolato a morte che do del “frocio di merda” a mio fratello, a un mio amico, o che lo dico di una fonte che non m’ha risposto al telefono per lavoro, o di un politico, di un collega. Da qui la domanda. Se lo leggeste sui giornali, il mio “sei un frocio di merda” pronunciato in una conversazione riservata, mi scambiereste per omofobo? Oppure le petizioni, gli articoli, il mio decidere di fare il testimonial per una campagna anti-omofobia mi salverebbero dal severo giudizio dei detrattori?

Facciamone un altro, di esempio. Chi mi conosce sa che sono un ragazzo buono. Che non augurerebbe una cosa brutta neanche al peggiore dei nemici. Sono infatti contrario alla pena di morte, al punto da considerarla la peggiore delle aberrazioni che si concedono anche alcuni stati democratici. Eppure ve lo garantisco. Se aveste intercettato le mie conversazioni riservate, qualche “quello stronzo deve morire” “quel pezzo di merda deve fare una brutta fine”, anche in questo caso rivolto magari a mio fratello o a un collega o a un amico che m’aveva fatto incazzare, l’avreste trovato. Ma a leggerlo sui giornali, che pensereste di me? Che sono uno che potrebbe augurare la morte anche agli affetti più cari? O sareste in grado di valutarmi sulla base di quello che sono, sulla base di come mi conoscete?

Per non parlare di quel grande tema che riguarda “la condizione della donna”. Ci sono centinaia di donne, a cominciare da mia mamma, che possono testimoniare quanto il sottoscritto sia la persona più lontana possibile da quello che viene definito “un sessista”. Eppure, anche in questo caso, non escludo di aver dato al telefono della “troia”, della “zoccola” o della “mignotta” a questa o quella persona, magari in un impeto d’ira, magari anche rivolgendo o riferendo il becero epiteto a una persona a me cara. Ma se questi insulti li leggeste sui giornali, durante la pubblicazione di un’intercettazione che non comporta alcun reato, davvero pensereste di me che sono un sessista? Davvero quella conversazione farebbe più testo di come mi sono comportato per una vita intera?

Con questo post, sia chiaro, non difendo Fabrizio Miccoli. Anche perché uno che frequenta mafiosi sarà anche giudicato dalle sedi competenti. Ma non avrà mai la mia stima né tantomeno la mia difesa.

Con questo post, però, vi invito a riflettere. Sulla grande differenza tra chi siamo e che cosa diciamo al telefono. Vi invito a usare la testa e il buon senso. Vi invito a distinguere. Il vero dal falso. Basta un poco di buona fede nei confronti del prossimo. Non ci vuole tanto.

Scappo. Mi squilla il telefono.

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Written by tommasolabate

27 giugno 2013 at 12:45

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La tecnica del tecnico. Dall’Italia alla Calabria.

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Ho capito che non è solo questione di Monti o della Fornero. Adesso ho capito che spesso il modo di agire dei “tecnici” (si fa per dire) chiamati a sostituire una politica che ha fallito, o rubato, o che nella migliore delle ipotesi non ha fatto il proprio dovere, ecco, quel modo lì non può essere sistematicamente scambiato per semplice tracotanza o per banalissima arroganza. C’è qualcosa di più, e di più grave.

A Marina di Gioiosa Ionica, il paese in provincia di Reggio Calabria in cui sono nato e cresciuto, due anni fa la giunta e il consiglio comunale sono stati azzerati a seguito dell’arresto del sindaco e di alcuni consiglieri. Nel luglio del 2011, insomma, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Da quella data, ad amministrare la baracca, è stata chiamata una commissione di tre elementi. Tre commissari. Tre (si fa sempre per dire) “tecnici”.

Sulla valutazione completa di chi governava prima, lo premetto a memoria futura, aspetto ciò che verrà fuori dalle sentenze del processo (ancora non c’è stata neanche quella di primo grado). E a quello mi atterrò. Dei commissari, invece, posso già dire tre cose.

La prima è che nel 2011 ho pensato che l’arrivo dei “tecnici” e la sospensione delle elezioni per qualche anno potesse rappresentare per Marina di Gioiosa un male non solo necessario, ma addirittura salutare. “Avremmo l’occasione di riflettere, di depurare le nostre singole azioni, di pulire le nostre singole coscienze, di espellere le tossine e, magari, di ripartire daccapo, tutti insieme”, ho pensato. Invece niente. I tre commissari, forti di un mandato che ovviamente è in bianco, non hanno visto, sentito, ascoltato e nemmeno capito le esigenze del paese – o di parte consistente di esso – che sentiva la necessità impellente di ricominciare. Che è un po’ la stessa identica cosa che è successa nel rapporto tra Mario Monti e gli italiani perbene che si erano fidati del suo governo.

E arriviamo al secondo punto. In più occasioni, nel rapporto tra i tre commissari e la cittadinanza di Marina di Gioiosa, s’è creato quel perfido meccanismo secondo cui la “sordità” dei primi potesse essere giustificata dalla presunta “mafiosità” integrale da essi verosimilmente attribuita all’intera seconda. Intera seconda di cui fanno ovviamente parte anche i miei genitori, che insieme a un altro centinaio di cittadini di Gioiosa Marina (vedi foto sotto) hanno protestato ieri di fronte al Comune per un allarme spazzatura che, evidentemente, non ha spinto nessuno dei tre commissari a presentarsi e a dialogare. Della serie, “siete tutti mafiosi e con voi non ci parlo”.

Ma la cosa più importante, la stessa che rende queste piccola storia su Marina di Gioiosa il capitolo locale di un grande allarme nazionale, è il terzo punto. Che si chiamino come Mario Monti o come i tre commissari di cui sopra (non ne conosco il nome e, francamente, mi frega poco di conoscerlo), i tecnici che mal suppliscono a una pessima politica hanno una responsabilità doppia. La prima è quella dell’eventuale malgoverno o mala amministrazione, e su questa ci siamo. La seconda, quando il loro “lavoro” (sic!) si esaurirà, sarà rischiare di riportare a galla il peggio della politica. E di farcelo sembrare persino migliore, più digeribile. E questa è una colpa che la coscienza di un nessun “commissario” o “tecnico” degno di questo nome dovrebbepotrebbe sopportare. Perché è una colpa orribile. Ma che riconosci solo se ce l’hai, una coscienza. Una coscienza civica, prima ancora che politica. E un po’ anche umana.

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Written by tommasolabate

27 giugno 2013 at 09:10

Uno vale zero.

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Dei mille dettagli (si fa per dire) del processo riservato dal Movimento Cinquestelle all’imputata Adele Gambaro, ce n’è uno che davvero lascia senza fiato. A un certo punto della discussione (si fa per dire), la senatrice colpevole di aver criticato Beppe Grillo guarda negli occhi Vito Crimi e glielo dice in faccia: “Il rapporto di fiducia non c’è più. Tu hai messo sul blog un mio sms…”.

Sono otto parole. “Tu hai messo sul blog un mio sms”. Praticamente, Gambaro manda un sms a Crimi, Crimi se lo conserva ben bene e, quando serve, lo spiattella a mezzo mondo, alimentando quelle che Gambaro, denunciandole, chiama “violenze nei miei confronti”.

Da qui, due cose. La prima. Ma Crimi, che si comporta così, è mai andato a scuola, al bar, è mai salito sull’autobus? È mai stato in una famiglia, in un gruppo di amici? Visto che in quell’sms non c’era mica la confessione di un omicidio, di un furto o di un qualsiasi altro reato (anche minore), chi l’ha diffuso conosce il rispetto che si deve a chi aveva riposto in lui quella cosa che si chiama “fiducia”e che è un sentimento umano, prima ancora che politico? In sintesi, prima di arrivare al Senato, dove ha vissuto Crimi? In quale pianeta i comportamenti umani sono orientati in base al quello che ha dimostrato essere il suo?

La seconda. Che cosa c’era nella divulgazione del messaggino privato della Gambaro che avvicinasse i “cittadini” (con le virgolette) al raggiungimento degli obiettivi per cui il 25 per cento dei cittadini (senza virgolette) li ha votati? Che cosa c’era in quel tradimento che anticipasse la fine di Pdl e Pdmenoelle, l’addio al finanziamento pubblico dei partiti, l’arrivo dell’energia pulita, la green economy, la cacciata dei “servi” dalle tv e dei “maggiordomi” dai giornali, il reddito di cittadinanza e via elencando?

Perché se non avvicina a questi obiettivi, e per quanto mi riguarda anche nel caso contrario (ma io, si sa, non ho votato per il M5S), quell’uno che ha tradito così barbaramente la fiducia di un suo simile non vale uno, come nel noto adagio grillino. Ma vale zero. Non vale niente. E un uomo che non vale niente non sarà mai un “cittadino” di valore. Secondo me.

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Written by tommasolabate

18 giugno 2013 at 08:42

Una volta ho imparato una cosa. Da Little Tony.

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Era la campagna elettorale per le politiche del 2008. Da qualche parte avevo letto che cantava alla fine di un’iniziativa del centrosinistra ai Castelli romani. Per questo proposi di fargli, qualche giorno prima, un’intervista politica per il Riformista, il giornale dove lavoravo allora.

Lui accettò, l’intervista purtroppo venne fatta al telefono, anche perché non stava a Roma, e ricordo ancora che disse che sperava nel pareggio al Senato e nella Grande Coalizione, “come in Germania”.

Ma il meglio arrivò dopo. Alla fine della chiacchierata, gli chiesi se poteva cantarmi Cuore Matto al telefono. E non contento, visto che dove posso imito sempre i film che vedo, gli domandai anche se poteva fare la stessa cosa che gli avevo visto fare ne L’odore della notte, dove recitava la parte di se stesso, vittima di una rapina e con un revolver puntato addosso. “Tony, mi devi fare il basso”. E lui, senza scomporsi, attaccò. “Tu-tu tu-tu tu-tu tu-tu. Il cuore matto / che ti segue ancora…”.

Il miniconcerto, perché in questo si trasformò, andò in onda al telefono, in viva voce, a uso e consumo dei miei compagni di stanza di allora, con tanto di standing ovation finale. Ed è più per la memoria di quei pochi minuti di trascurabile felicità,  che non per un repertorio decisamente lontano dai miei gusti, che m’è dispiaciuto ieri sera sapere che Little Tony era morto. Perché, vedete, quella breve chiacchierata, con tanto di concerto al telefono, mi ha dimostrato che, anche nei momenti del declino, ci sono donne e uomini che conservano intatta una loro dignità. E che la dignità, in fondo, è l’unico, vero, modo non solo per invecchiare meglio. Ma soprattutto per tenerla alta, la testa. Anche se il concerto lo fai per telefono. E anche se ad ascoltarti, invece del grande pubblico, ci sono cinque persone.

Dopo quel giorno, io Tony non l’ho più immaginato come il settantenne che canta in qualche trasmissione del pomeriggio, o come la vecchia star che si esibisce per il centrosinistra, ai Castelli Romani, a margine di un comizio. Ma così, come lo vedete qui sotto. Famoso. Acclamato. E pure bello, diciamo.

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Written by tommasolabate

28 maggio 2013 at 11:02

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As Roma, prima e dopo.

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C’è sempre un prima e un dopo.

Questo è il prima.

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E questo, invece, è il dopo.

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E se va bene a voi, buona camicia a tutti.

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27 maggio 2013 at 12:32

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La memoria di Berlinguer e gli #occupyqualcosa

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Oggi che ricorrono i novantuno anni dalla nascita di Enrico Berlinguer, m’è venuta in mente questa cosa.

Nel 1978, Enrico Berlinguer fu il più tenace difensore di Giulio Andreotti presidente del Consiglio. Persino a dispetto dei dirigenti del Pci che, come ha ricordato Emanuele Macaluso in una recente intervista all’Unità, gli chiedevano di imporre alla Dc un altro nome. Fu irremovibile, Berlinguer, nel benedire quello che per la sinistra italiana era già Belzebù. E dire che il momento era delicato, visto che Aldo Moro era appena stato sequestrato dalle Br.

M’è venuto in mente, mentre penso ai novantuno anni dalla nascita del dirigente più amato della storia della sinistra italiana, che oggi qualche scienziato #occupyqualcosa, che di Berlinguer ha letto a stento l’intervista a Eugenio Scalfari sulla questione morale, avrebbe sostenuto la tesi che secondo cui, scegliendo Andreotti, il Pci avrebbe finito per rafforzate le Br. E che magari, proprio per rispondere a quell’emergenza, bisognava andare a pescare qualche ro-do-tà qua e là.

Questo m’è venuto in mente.

Post scriptum: Berlinguer, le Br, le sconfisse. E, a un mio modestissimo parere, questo è un lascito leggermente più importante della sacrosanta (sottolineo, sa-cro-san-ta) questione morale. Ma giusto leggermente, eh?

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Written by tommasolabate

25 maggio 2013 at 10:34

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La fortuna di Sorrentino è in quattro parole. “L’incoscienza per provarci”.

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Prima di andare La Grande Bellezza, ma vale anche se l’avete già visto, fossi in voi rileggerei una vecchia intervista che Paolo Sorrentino ha rilasciato nel 2009 al Corriere della Sera.

Fu quella la volta in cui raccontò di come un dramma gli aveva stravolto una vita tutto sommato serena. «I miei genitori sono morti. Un incidente. Erano in una casa in montagna. Una fuga di gas dal riscaldamento difettoso».

E lì che sprofonda, come forse sprofonderebbe chiunque. I parenti gli consigliano di iscriversi a economia. Lui lo fa. E finisce fuoricorso.

Solo nel punto più basso della tua esistenza, in fondo, puoi risorgere. Sorrentino, la raccontò così. «La perdita dei genitori a 17 anni mi ha cambiato la vita in tutti i sensi. Se non fosse successo quello che è successo, non avrei mai fatto il regista. Da figlio di bancario avrei seguito, più o meno, le orme paterne. L’essere rimasto orfano mi ha dato l’incoscienza per provarci».

L’incoscienza per provarci.

(L’intervista integrale la trovate qui)

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22 maggio 2013 at 13:59

Dev’essermi sfuggito qualcosa.

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Dev’essermi sfuggita la notizia di quei criminali finti pentiti che con le loro bugie hanno portato alla condanna di Silvio Berlusconi.

E devono essermi sfuggiti anche i giorni, le settimane, i mesi in cui Silvio Berlusconi è stato sottoposto alla carcerazione preventiva, in cella, al gabbio, insomma.

E per forza dev’essermi sfuggita pure la storia di Berlusconi che si dimette da europarlamentare, rinuncia all’immunità e si fa arrestare.

È sicuramente solo per questo che adesso, mentre Silvio Berlusconi si paragona a Enzo Tortora, non capisco. Perché deve essermi sfuggito qualcosa, sicuro.

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Written by tommasolabate

11 maggio 2013 at 18:30

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Ambrosoli, uomo.

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Dignitosissima e da applausi, soprattutto di questi tempi, la discrezione con cui Ambrosoli ha evitato di dare pubblicità al suo sacrosanto gesto di abbandonare l’aula del consiglio regionale lombardo che commemorava Andreotti, che aveva definito suo padre “uno che se l’era cercata”.

Chissà quanti, al posto suo, avrebbero fatto fioccare post sul blog, interviste ai giornali, comparsate in tv.

Invece niente, lui niente. Ha dimostrato che cosa vuol dire essere uomini e figli, prima che politici. E ha dato uno schiaffo silenzioso a chi ha fatto del cinismo il sentiero di una vita. Peggio ancora se mascherato, il cinismo.

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Written by tommasolabate

7 maggio 2013 at 11:40

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“Sa, raccomandazioni lei ne fa tante…”.

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Andreotti al cinema. Ne “Il Tassinaro” di Alberto Sordi.

Written by tommasolabate

6 maggio 2013 at 12:55

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