tommaso labate

La tecnica del tecnico. Dall’Italia alla Calabria.

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Ho capito che non è solo questione di Monti o della Fornero. Adesso ho capito che spesso il modo di agire dei “tecnici” (si fa per dire) chiamati a sostituire una politica che ha fallito, o rubato, o che nella migliore delle ipotesi non ha fatto il proprio dovere, ecco, quel modo lì non può essere sistematicamente scambiato per semplice tracotanza o per banalissima arroganza. C’è qualcosa di più, e di più grave.

A Marina di Gioiosa Ionica, il paese in provincia di Reggio Calabria in cui sono nato e cresciuto, due anni fa la giunta e il consiglio comunale sono stati azzerati a seguito dell’arresto del sindaco e di alcuni consiglieri. Nel luglio del 2011, insomma, il Comune è stato sciolto per infiltrazioni mafiose. Da quella data, ad amministrare la baracca, è stata chiamata una commissione di tre elementi. Tre commissari. Tre (si fa sempre per dire) “tecnici”.

Sulla valutazione completa di chi governava prima, lo premetto a memoria futura, aspetto ciò che verrà fuori dalle sentenze del processo (ancora non c’è stata neanche quella di primo grado). E a quello mi atterrò. Dei commissari, invece, posso già dire tre cose.

La prima è che nel 2011 ho pensato che l’arrivo dei “tecnici” e la sospensione delle elezioni per qualche anno potesse rappresentare per Marina di Gioiosa un male non solo necessario, ma addirittura salutare. “Avremmo l’occasione di riflettere, di depurare le nostre singole azioni, di pulire le nostre singole coscienze, di espellere le tossine e, magari, di ripartire daccapo, tutti insieme”, ho pensato. Invece niente. I tre commissari, forti di un mandato che ovviamente è in bianco, non hanno visto, sentito, ascoltato e nemmeno capito le esigenze del paese – o di parte consistente di esso – che sentiva la necessità impellente di ricominciare. Che è un po’ la stessa identica cosa che è successa nel rapporto tra Mario Monti e gli italiani perbene che si erano fidati del suo governo.

E arriviamo al secondo punto. In più occasioni, nel rapporto tra i tre commissari e la cittadinanza di Marina di Gioiosa, s’è creato quel perfido meccanismo secondo cui la “sordità” dei primi potesse essere giustificata dalla presunta “mafiosità” integrale da essi verosimilmente attribuita all’intera seconda. Intera seconda di cui fanno ovviamente parte anche i miei genitori, che insieme a un altro centinaio di cittadini di Gioiosa Marina (vedi foto sotto) hanno protestato ieri di fronte al Comune per un allarme spazzatura che, evidentemente, non ha spinto nessuno dei tre commissari a presentarsi e a dialogare. Della serie, “siete tutti mafiosi e con voi non ci parlo”.

Ma la cosa più importante, la stessa che rende queste piccola storia su Marina di Gioiosa il capitolo locale di un grande allarme nazionale, è il terzo punto. Che si chiamino come Mario Monti o come i tre commissari di cui sopra (non ne conosco il nome e, francamente, mi frega poco di conoscerlo), i tecnici che mal suppliscono a una pessima politica hanno una responsabilità doppia. La prima è quella dell’eventuale malgoverno o mala amministrazione, e su questa ci siamo. La seconda, quando il loro “lavoro” (sic!) si esaurirà, sarà rischiare di riportare a galla il peggio della politica. E di farcelo sembrare persino migliore, più digeribile. E questa è una colpa che la coscienza di un nessun “commissario” o “tecnico” degno di questo nome dovrebbepotrebbe sopportare. Perché è una colpa orribile. Ma che riconosci solo se ce l’hai, una coscienza. Una coscienza civica, prima ancora che politica. E un po’ anche umana.

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Written by tommasolabate

27 giugno 2013 a 09:10

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