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«Pure Gianni Letta ci sta». La tela Pd-Casini sul governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 novembre 2011)

Alle 21 di sera, quando ciascuno dei leader dell’opposizione ha finito di parlare con Gianni Letta, nel mazzo restano tre carte. E altrettanti possibili premier: Mario Monti, Giuliano Amato e Pier Ferdinando Casini.

Perché quel governissimo che sembrava aver lasciato tutto il terreno all’opzione «elezioni anticipate» – come spiegano ai propri uomini Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, Romano Prodi e Gianfranco Fini – adesso torna in auge. Ed è visibile su quasi tutti i radar da sabato pomeriggio. Da quando, stando a quel che risulta sull’asse Pd-Udc, si materializza un colpo di scena. E cioè che «anche Alfano e Gianni Letta», come riassume Casini nei colloqui riservati, «cominciano a lanciare segnali per la “defenestrazione” del Cavaliere e la sua sostituzione con un esecutivo d’emergenza». Ovviamente, a cominciare da Pier Luigi Bersani, sono in tanti a pensare a un bluff. In tanti a chiedersi come sia possibile che persino all’interno della prima cerchia di berluscones ci siano così tanti pezzi da novanta pronti a fare il «grande passo».

In pochi hanno voglia di fare un salto nel buio. Antonio Di Pietro lo dice chiaro e tondo a Dario Franceschini, quando il capogruppo del Pd gli si presenta davanti col foglietto per la raccolta delle firme in calce alla mozione di sfiducia. «Per adesso noi aspettiamo. Voglio vederci chiaro, Dario. E soprattutto teniamo gli occhi aperti. Non è il caso, dopo il 14 dicembre 2010 e il 14 ottobre 2011, di rischiare un flop che manderebbe tutto a monte». Per testare il grado di credibilità dei pidiellini serve una prova. E la prova, o almeno qualcosa di molto simile, arriva all’ora di cena di domenica. Quando le agenzie iniziano a battere la notizia della defezione di Gabriella Carlucci, che lascia il Pdl per passare all’Udc. In molti pensano che si tratti dell’ennesima operazione di Paolo Cirino Pomicino, che delle sorelle Carlucci è amico da una vita. E invece no. La lettura che viene offerta dai alcuni centristi agli scettici del Pd è un’altra: «Allora non avete capito nulla? La Carlucci risponde a Raffaele Fitto e basta…».

A quel punto, e siamo a ieri mattina, la macchina del governissimo è di nuovo in moto. Dal punto di vista del Pd, a cominciare da quello del segretario, manca solo un tassello. Casini deve escludere la possibilità di entrare da solo in un centrodestra allargato e compatto dietro la bandiera di Gianni Letta. Il leader dell’Udc aspetta l’ora di pranzo e poi dichiara: «L’Udc e il Terzo Polo hanno espresso la convinzione che è necessario uno sforzo straordinario delle forze politiche di maggioranza e di opposizione per salvare l’Italia». Maggioranza e opposizione, dunque anche il Pd. E visto che il Pd, come spiega il lettiano (nel senso di Enrico) Francesco Boccia, «non potrebbe mai dire sostenere un governo Gianni Letta», ecco che lo spettro del “doppio gioco” del leader centrista scompare dietro l’orizzonte. Lasciando in piedi le altre tre ipotesi: Monti, Amato e, da ultimo Casini stesso. Sulla carta tutti e tre – è la risultante dei tanti vertici che hanno scandito il tempo della giornata di ieri – hanno il potenziale sostegno di Pd, Terzo Polo e Pdl de-berlusconizzato (con le incognite di Idv e Lega tutte da verificare). In realtà, però, solo la prima – e cioè Monti – ha reali possibilità di decolare a stretto giro.

Rimangono due incognite. E non sono di poco conto. La prima riguarda la giornata di oggi, in cui il blocco dell’opposizione ha intenzione di sferrare l’attacco finale al premier. Il no (tattico) sul rendiconto rimane un’opzione. Da tirare fuori nel caso in cui il pallottoliere degli anti-Silvio (il rischio sorpasso di gioca su tre deputati: Milo, Buonfiglio e Pittelli) abbia bisogno di una «spintarella» per mandare in minoranza il Cavaliere.

Il seconda incognita è il Pd. La stragrande maggioranza dei giovani della segreteria Bersani, che temono un’operazione che guardi a Mario Monti come candidato premier del futuro centrosinistra allargato all’Udc, propende per il voto anticipato. Al punto che numerosi fan del governissimo, come Letta e i lettiani, hanno avvertito il segretario. Della serie, «se il Pdl sostiene un esecutivo Monti, non possiamo essere noi a tirarci indietro». Perché a quel punto, «il partito si spaccherebbe in due». E la coalizione pure.

E non è tutto. Che cosa succederebbe se Di Pietro e Vendola cominciassero ad attaccare il governo d’emergenza e rifiutassero di far parte (per Sel il problema sarebbe diverso, visto che non sta in Parlamento) di una maggioranza insieme a pezzi del Pdl? Succederebbe quello che un autorevole esponente del Pd spiega a microfoni spenti in tarda serata: «Se Berlusconi dicesse sì al governo d’emergenza, i primi a dividerci saremmo noi. Mica il Pdl…».

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Written by tommasolabate

8 novembre 2011 at 12:45

Pd inquieto, bersaniani in allarme: «Dentro il partito, c’è chi punta a Monti candidato premier alle elezioni»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 novembre 2011)

«L’Italia ce la farà». Applausi. «Berlusconi deve andare a casa. O ci va da solo o ce lo manderemo noi, in Parlamento o alle elezioni». Applausi. «Il Pd è il primo partito del Paese e non sarà mai una ruota di scorta». Pier Luigi Bersani parla di fronte a una San Giovanni gremita. Piazza piena, sondaggi pure. Ma, dietro il palco, c’è un partito inquieto.

Ore 17.32. Alla fine della manifestazione sul palco salgono tutti. O quasi. Da Enrico Letta a Dario Franceschini, da Rosy Bindi a Beppe Fioroni. C’è pure Massimo D’Alema. Che un’oretta prima, interpellato dai cronisti su Matteo Renzi, se l’era cavata con una stroncatura a effetto: «Un fenomeno mediatico costruito dalla stampa».

Il sindaco di Firenze, che era entrato nel backstage di piazza San Giovanni nel primo pomeriggio, accompagnato dalle urla di una decina di contestatori, aveva già guadagnato la stazione Termini per una commemorazione di Giorgio La Pira. Non ha seguito il discorso di Bersani, «altrimenti faccio tardi a un appuntamento molto importante per tutti i fiorentini», e col segretario non s’è manco incrociato. Con Franceschini sì, si sono visti. E giusto perché il capogruppo, che ha atteso i cronisti terminassero l’assedio a Mister Big Bang, gli è andato incontro armato di battuta fulminante: «Oh, io sono venuto qua per avere un autografo di Renzi. Non è che torno a casa a mani vuote?».

Ma, nonostante dalla guerra a distanza tra Pier Luigi e Matteo sia passata solo una settimana, a creare tensione all’interno del partito non è il sindaco di Firenze. Bensì il modo in cui gestire l’uscita di scena di Berlusconi. Ufficialmente il segretario continua a tenere la barra dritta nella direzione del governo d’emergenza. Ma alcuni passaggi del suo intervento dal palco tradiscono la ferma volontà di arrivare quanto prima all’appuntamento con le urne. Anche in pieno inverno. «Siamo favorevoli a un governo di emergenza o di transizione», scandisce il leader. Ma «a condizione che sia composto da persone autorevoli, che non sia un ribaltone, e che non viva sul cabotaggio di un voto che arriva o no». Dietro di lui, però, il gotha democratico la pensa in maniera diversa. Da Massimo D’Alema, che nell’intervista rilasciata l’altro giorno al Messaggero ha fatto l’elogio del governo Monti evitando di adombrare date di scadenza. A Walter Veltroni, che continua a puntare sul 2013 e insiste sul medesimo obiettivo del suo “grande nemico”. Passando anche per Enrico Letta, che in privato continua a teorizzare che l’Europa e i mercati non prenderebbero affatto bene le elezioni anticipate.

Ugo Sposetti, deputato pd e tesoriere ds, scuote la testa: «Non vorrei che fossimo noi, il vero Partito delle libertà. Perché qui mi sa che ognuno fa come gli pare…». Franco Marini, altro veterano della politica, riduce a due le ipotesi: «Con tutto l’affetto per il mio corregionale Gianni Letta, che conosco da una vita, qui siamo a un bivio. O ci si rende conto che il problema vero è l’economia, e si fa in modo di arrivare a un governo guidato da una personalità autorevole anche in Europa, come Mario Monti. Oppure, se Berlusconi decide per il voto anticipato, prepariamoci per un esecutivo che gestisca la breve transizione. In questo caso potrebbe toccare al presidente del Senato, Renato Schifani».

Ma il “tema Monti” non è soltanto un esercizio che riguarda i prossimi giorni. No. Tra i fedelissimi di Bersani, infatti, c’è chi comincia a intravedere lo spettro dell’ex commissario europeo come candidato premier di una grande alleanza che vada da Vendola a Casini. Il ragionamento, che negli ultimi giorni è stato svolto alla presenza del segretario, suona più o meno così: se D’Alema, Veltroni, Letta e compagnia insistono sull’alleanza col Terzo Polo, non possiamo escludere che qualcuno di loro («O tutti insieme», maligna un giovane bersaniano) si alzi e proponga la candidatura di Monti alla guida della «Santa Alleanza». Magari con la scusa dell’emergenza, sicuramente con l’idea di togliere dal bouquet di ipotesi la sfida fratricida delle primarie (Bersani-Renzi-Vendola). Monti candidato premier di un fronte che va dall’Udc a Sel, insomma, sarebbe la quadratura del cerchio di chi – da tempo – va alla ricerca di una via di mezzo tra «nuovo Prodi» e «papa straniero».

I collaboratori di Bersani negano che il tema sia mai stato oggetto di discussioni interne. Ma, all’interno della cerchia di bersaniani doc, lo spettro è stato avvistato. «Qualcuno potrebbe provarci», sussurra il responsabile Giustizia Andrea Orlando. Mentre Matteo Orfini lo dice molto più chiaramente: «Monti sarebbe una soluzione dignitosa per un governo d’emergenza. Ma come candidato premier sarebbe improponibile». E si torna davanti al palco di piazza San Giovanni, ad ascoltare la fine dell’intervento di Bersani. E quell’appaluso scrosciante che dà il la all’ultimo all’ultimo week-end tranquillo della politica italiana. Berlusconi è chiuso nel suo bunker. E il segretario del Pd ripete: «Adesso tocca a noi».

Written by tommasolabate

6 novembre 2011 at 16:25

Da Claudia Cardinale a Gianfranco Fini: chiedi chi è Pasquale Laurito.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 agosto 2008)

Porto Ercole. Se non si rischiasse di fargli un torto, ora che se ne sta al sole della Feniglia come fa tutte le estati dal 1951 a questa parte («La prima volta venni con Flaiano e quella schifezza di Cala Calera non c’era ancora»), e se non si temesse di fargli andare di traverso i maltagliati pinoli e gamberi di “Braccio”, allora si potrebbe osare. Banalmente. Si potrebbe dire, dopo averlo sentito raccontarsi per ore, che forse, lui, altro non è che l’Ulisse cattocomunista (senza trattino) della politica italiana. Per molti più leggenda che semplice realtà. Perché Pasquale Laurito, anni ottantadue, sembra essere stato ovunque ci fosse da stare, in Italia, negli ultimi sessant’anni e passa. Anche quando non era fisicamente presente. Con la sua Velina rossa ha scritto dei primi contatti tra il Vaticano e l’Unione sovietica di Gorbaciov, ha svelato il segretissimo incontro tra Berlinguer e Craxi alle Frattocchie, ha anticipato di tre giorni il risultato esatto della battaglia del ’94 tra D’Alema e Veltroni per la segreteria del Pds. Ma questo è modernariato. Laurito non è soltanto l’unico essere vivente ad aver calcato il palcoscenico di Montecitorio dall’Assemblea costituente alla sedicesima legislatura. Non è soltanto l’unico ad aver visto all’opera, e da molto vicino, sia Alcide De Gasperi che Marianna Madia. Non è soltanto l’antesignano dei pescecani da Transatlantico. No. Pasquale Laurito è stato anche attore e gallerista d’arte. Protagonista delle notti di via Veneto, dei pomeriggi della piazzetta di Capri e dei giorni di Botteghe oscure. Laurito sette vite. Pasqualino settesistenze. Se non avesse girato così tanto, forse, non sarebbe stato il primo ad annunciare la nascita della televisione italiana. Ancora oggi, quando pensa a quel giorno dei primi anni Cinquanta, si lascia andare all’emozione. «Ah, che scoop…». In quel tempo, Laurito lavorava a Paese sera, l’edizione pomeridiana del Paese. E lo scontro parlamentare sull’imminente nascita della tv l’aveva vissuto in presa diretta. «La Dc voleva la televisione mentre il Pci era contrario. Anche La Malfa, pur di andare contro i democristiani, sosteneva la battaglia dei comunisti». Lo scoop gli capitò quasi per caso, passando a piedi alle cinque di mattina dalle parti di Monte Mario. «Mi accorsi che c’era un cantiere e mi avvicinai agli operai che stavano lavorando. “Ma che state costruendo?”, chiesi con l’aria ingenua del passante un po’ curioso. Uno di loro mi rispose che proprio lì sarebbero sorte le torri della televisione. Feci finta di niente e mi allontanai. Arrivato di corsa al giornale, chiamai il fotografo e insieme a lui tornai laggiù, in motocicletta». «Nasce la televisione», titolò Paese sera. E Pasqualino se la ride ancora oggi, ricordando l’impatto di quell’articolo sul dibattito parlamentare. «Urlavano tutti, alla Camera, sventolando all’indirizzo dei democristiani la prima pagina del giornale».

LA PENNA ROSSA DEL MIGLIORE. Tutto era cominciato a Lungro. Tremila anime e una minoranza albanese a settecento metri dal livello del mare, in provincia di Cosenza. È nato laggiù, Pasquale Laurito, figlio di un medico socialista e di una donna devota. «Mia madre mi fece battezzare di nascosto», ricorda oggi ostentando con orgoglio il suo essere, insieme, cattolico e comunista. «La gran parte delle sezioni comuniste nella provincia di Cosenza le ho inaugurate io. La prima tessera del Pci la presi da cattolico, nel 1945. E ancora oggi vado a messa tutte le domeniche. Sono un vero cattocomunista». Arrivato a Roma, dice, «cominciai a fare il cronista politico a Democrazia del lavoro. Per 90 lire al mese raccontavo le sedute della Costituente dalle tribune di Montecitorio, visto che all’epoca i giornalisti non potevano entrare in Transatlantico». In quel periodo, Pasqualino incontra le due persone che gli hanno «cambiato la vita»: Palmiro Togliatti e Federico Caffè. «Togliatti – racconta Laurito – lo conobbi una sera del ’45 a via Quattro novembre, all’Unità. Presi dalla taschino la mia tessera del Pci e gli chiesi di firmarla». Delle prime volte col Migliore, Pasqualino ricorda la grande stima che il segretario nutriva nei confronti di certi democristiani («Palmiro aveva grande considerazione di La Loggia, fine economista»), le sue camminate in Transatlantico («Nilde stava sempre quattro passi indietro») e l’ideale penna rossa con cui correggeva il giornale di Gramsci. «Era molto attento all’Unità, soprattutto a come venivano scritti i pezzi di cronaca. Vede, quasi tutti i giornalisti della redazione dell’epoca erano reduci dal confino, gente che era stata a lungo tenuta lontana dai propri affetti. Per questo, nel dare notizia di una morte, facevano spesso dei lunghissimi preamboli sui genitori distrutti dal dolore, le mogli disperate, i figli che piangevano. E la notizia finiva, inesorabilmente, in coda. Tutto questo faceva andare in bestia Togliatti. Che iniziando a leggere quegli articoli, non di rado, esclamava: “Perché piangono ’sti genitori? Perché si disperano ’sti figli? Possibile che dobbiamo leggere tutto l’articolo per capire che c’è stata una morte, per sapere chi e come?”. Finiva che molto spesso li faceva riscrivere, quei pezzi». Nel raccontare i suoi primi anni da cronista, Laurito salta spesso da Caffè a Togliatti e da Togliatti a Caffè. «Federico l’ho conosciuto quand’era collaboratore di Meuccio Ruini. Un economista unico, un riformista straordinario, di fronte a cui fior di comunisti si levavano il cappello», sottolinea Laurito anche quando, lasciando volontariamente terreno alla sua ben nota vis polemica, invita «tutti i cialtroni che oggi si dicono riformisti a rileggere quello che scriveva Caffè». L’economista che sapeva di non poter prescindere da Marx. Il riformista che si schierò contro il decreto con cui Craxi tagliò di quattro punti la scala mobile. Pasqualino ripensa ancora oggi ai decenni passati a chiacchierare con Caffè. E di fronte agli interrogativi sulla misteriosa fine dell’economista, inghiottito dal nulla in un giorno di primavera del 1987, Laurito offre le sue certezze. «Si fidi di me, che l’ho conosciuto e frequentato per quarant’anni: Caffè non si è suicidato». Poi guarda il mare dell’Argentario e indica il Sud. «La Calabria… Caffè è finito laggiù, a rinchiudersi dentro la Certosa di Serra San Bruno. Tra i monaci, in quel posto dove entra soltanto chi non vuole uscire più».

DA CHAGALL ALLA CARDINALE. «Mio padre non voleva che facessi il giornalista», dice Paqualino Laurito con l’espressione di chi vuol negare al genitore persino un barlume di ragione postuma. «E comunque di giornalismo non si campava», spiega tirando nuovamente fuori la vecchia storia delle 90 lire al mese che gli passava, agli esordi, Democrazia del lavoro. Furono proprio le ristrettezze da taccuino ad avvicinare Laurito sia alle opere d’arte che al mondo del cinema. «Tutti dicevano che in fatto di quadri – racconta sventolandosi l’indice sulla punta del naso – avevo un gran fiuto. E così nel ’48 mi misi in testa di aprire una galleria d’arte a via Alibert, la stradina che incrocia sia via Margutta che via del Babuino. Riuscii ad avere qualche Chagall e un paio di Mirò, che però non potevo vendere. L’esposizione di quelle opere doveva durare quindici giorni; invece, tanto fu l’afflusso di gente che la tenemmo in piedi per un mese e mezzo. Su quei quadri non avremmo guadagnato una lira, era chiaro. Ma immaginammo che l’esposizione di Chagall e Mirò avrebbe dato la visibilità giusta alla galleria». Il fiuto per i quadri diventa per Laurito un passpartout per i paradisi romani. «Pertini l’ho conosciuto così, consigliandogli le opere d’arte da comprare…». Sempre nel ’48 Pasqualino fa il suo ingresso nel mondo della celluloide, con i galloni di «generico». Appare in Anni difficili di Luigi Zampa. Quindi veste i panni dell’usciere in Un giorno in pretura di Steno. «Andavo a mangiare da Otello, in via della Croce, un posto frequentato da molti cinematografari dell’epoca». Tra questi Mauro Bolognini, che nel 1960 porta Laurito sul set del Bell’Antonio. «Facevo la parte dell’avvocato mandato dal Vaticano in Sicilia per indagare sull’impotenza di Mastroianni e sul suo matrimonio con la Cardinale, visto che il padre di lei si era rivolto alla Sacra Rota per l’annullamento delle nozze». Di quell’esperienza, a Pasqualino, rimangono tre cose. L’antipatia nei confronti di Claudia Cardinale, «pedante e piena di sé», com’ebbe a dire ricordare tempo fa in un’intervista al Corriere della sera. Il compenso a sei cifre, «non avevo mai guadagnato tanto». E le parole di suo padre: «Mi disse: “Finora hai giocato. Adesso però lascia stare il cinema”». All’epoca, Pasqualino lavorava a Paese sera. La sua giornata tipo? «Entravo al giornale prima dell’alba e uscivo verso le tre. Nel pomeriggio, andavo sul set oppure mi dedicavo alle opere d’arte fino alla sera». Poi, arrivava l’ora della dolce vita. «Il Club 84 di via Emilia – racconta Laurito pescando a caso nell’album dei ricordi – era un posto piccolo e affollato. Quando quelli dell’orchestra si accorgevano che ero arrivato, subito partivano le note di L’amore è una cosa meravigliosa». Dormire, a quei tempi, non era affar suo.

LA VELINA ROSSA. Un pomeriggio del giugno del 1978, Laurito, che nel frattempo è passato all’Ansa, si trova a Botteghe Oscure. Da lì a poco avrebbe avuto inizio una riunione della segreteria del Pci. Il racconto di Pasqualino parte da una telefonata: «Chiamai la redazione dell’Ansa e mi feci passare il direttore, Sergio Lepri. Gli dissi, semplicemente: “Guarda che il Partito comunista sta per chiedere ufficialmente le dimissioni del presidente della Repubblica”». Dopo la morte di Moro, le polemiche sul presunto coinvolgimento di Giovanni Leone nello scandalo Lockheed erano riprese, e più forti di prima. «Ma Lepri – prosegue il racconto di Laurito – non credette a quello che gli stavo dicendo. E iniziò a urlare al telefono frasi del tipo: “Ma che ti inventi? Ma cosa dici? La riunione non è nemmeno iniziata e tu dici che i comunisti chiederanno le dimissioni di Leone? E perché non fanno un comunicato stampa?”». Di fronte al possibile scoop, Pasqualino insiste. «Non mi arresi. Non foss’altro perché al mio fianco c’era Tatò (segretario di Berlinguer, ndr) che sentiva la telefonata. E feci un ultimo tentativo: “Senti, Lepri, diamo la notizia con una formula tipo a quanto si apprende da fonti qualificate, il Pci… e guadagniamo cinque ore rispetto agli altri”. Ma lui niente, non ne volle a che sapere: “L’Ansa non fa giornalismo in questo modo”, mi rispose prima di attaccare il telefono». La notizia finisce in una velina che salta di mano in mano, prima di essere lanciata dalle altre agenzie. E l’Ansa passa dallo scoop al buco. In quel giorno di giugno, circolò la prima versione «clandestina» di quella che sarebbe poi diventata la nota politica di Pasquale Laurito: la Velina rossa. In quel tempo, racconta Pasqualino, «l’unica Velina che circolava era quella di Vittorio Orefice, che però sulla sinistra non aveva neanche l’ombra di una notizia. Tra gli abbonati lui aveva anche le istituzioni e qualche azienda. Io ho invece scelto di mandare la mia nota politica solo alle redazioni, per essere più libero. E per rispetto l’ho sempre sospesa durante i congressi del Pci». Ufficialmente la Velina rossa nasce all’inizio degli anni Ottanta. «Venni a sapere – racconta Laurito – che Craxi aveva convocato una riunione notturna dei maggiorenti socialisti per chiedere la testa del suo capogruppo alla Camera, Silvano Labriola, il cui nome era emerso nella lista degli iscritti alla P2. Scrissi tutto sulla Velina. Finì con Bettino che s’incazzò come una belva e smentì la notizia. E con Labriola che, non avendo capito la trama alle sue spalle, si mise a urlare contro di me in Transatlantico. “Brutto stronzo – mi disse Silvano – siamo amici e tu cerchi di farmi fuori?”. Dovettero passare degli anni prima che Labriola, dopo aver appreso che la riunione segreta c’era stata davvero, venisse da me a scusarsi e ad ammettere che la Velina rossa gli aveva salvato il posto».

MASSIMO&WALTER. La nota politica di Pasquale Laurito resiste all’incedere, spesso tutt’altro che elegante, del tempo. Anche se col passare degli anni, è cambiata la ragione sociale che le attribuisce chiunque la riprenda: da nota «vicina a Botteghe oscure» ad agenzia «notoriamente vicina a Massimo D’Alema». Una cosa è certa: se c’è un socio anziano del club dalemista, quello è Pasqualino. «Massimo ha una cultura, un’intelligenza politica…», ripete Laurito, la cui passione per l’ex premier lo porta spesso e volentieri, quando parla di lui, a non arrivare mai al verbo. Quando il lider maximo fu candidato al Quirinale, più d’uno sentì Pasqualino lasciarsi andare a un felicissimo «ora posso pure morire contento». Salvo poi ricredersi quando la nomination dalemiana per il Colle più alto si arenò. Sull’affaire, Laurito offre un distillato di Velina. Rosso, s’intende. «Ciampi – giura Pasqualino – non aveva alcuna voglia di fare il bis. Dovendo far arrivare il messaggio a palazzo Chigi, su al Colle scelsero come ambasciatore Mastella. Convocarono Clemente al Quirinale e gli dissero chiaramente: “Il presidente vede bene una candidatura giovane…”. Era un’apertura a D’Alema. Ma Romano Prodi, che invece puntava su Amato, rispedì quelle parole al mittente. Il povero Clemente venne da me per dirmi della furibonda reazione prodiana al messaggio del Colle. E toccò a me dire a D’Alema che Mastella doveva parlargli urgentemente…». Va da sé che al dalemista Laurito non piaccia Veltroni. «La Velina rossa – ricorda con orgoglio – indovinò al millesimo, e con tre giorni di anticipo, l’esito del consiglio nazionale che decise la sfida tra D’Alema e Veltroni per la segreteria del Pds. Era l’estate del ’94. Quando arrivò il voto finale, che dimostrò l’esattezza della mia previsione, ero su una barca a vela, in mezzo al mare». Il Pd targato Veltroni, a Pasqualino, non piace per nulla. «Ma che partito è – s’inalbera – un partito in cui non è possibile neanche discutere? Il vecchio Pci era un’altra cosa. Magari le decisioni le prendevano solo i vertici ma quantomeno si parlava, ci si confrontava, si litigava». Qualche tempo fa, incrociandolo, Veltroni si è lasciato scappare un «chissà se, un giorno, anche Laurito diventerà più buono». Ma Pasqualino niente. «Laurito – dice lui stesso – non diventerà buono neanche da morto, capito?». Gli stessi toni furenti che ha opposto «a un personaggio molto autorevole, che mi ha suggerito di cambiare l’aggettivo della mia Velina da rossa a democratica». Niente da fare. Laurito è uno di quelli che non molla, neanche di un millimetro.

QUEL «NO» A PERTINI. A ottant’anni e passa, per tre stagioni su quattro, continua presentarsi a Montecitorio la mattina presto. Alle 9 è già in Transatlantico da un pezzo, con la mazzetta dei giornali sotto il braccio. Non di rado capita che persino Gianfranco Fini, che della Camera oggi è il presidente, lo cerchi per parlare con lui al riparo da sguardi indiscreti. La sua Velina è pronta nel pomeriggio. Due cartelle al massimo, rigorosamente vergate a mano (Laurito delle tastiere è nemico assai), che qualche collega (un tempo era Rina Gagliardi, oggi l’onere e l’onore sono di Alessio Falconio di Radio radicale) si prende la briga di digitare. «Che vuol fare? Non riesco a vivere senza fare il giornalista», spiega Pasqualino. Che ricorda: «Quand’era presidente della Camera – siamo nel ’78 – Sandro Pertini pretendeva di pranzare con me quasi ogni giorno. Era ossessionato dall’idea di diventare capo dello Stato e aveva paura che il Pci, alla fine, gli avrebbe preferito un democristiano. Temeva soprattutto Alessandro Natta, evocando fantomatiche gelosie tra liguri. “Laurito, dammi una mano, diglielo tu…”, diceva sempre». Quando Pertini viene eletto presidente della Repubblica, «come gli avevo pronosticato, mi chiese di seguirlo al Colle. “Adesso non puoi lasciarmi da solo”, ripeteva ad ogni mio rifiuto. Mandò persino la moglie, Carla Voltolina, a parlare con me. Non ne volli a che sapere anche perché, se mi fossi rinchiuso al Quirinale, sarei morto da un pezzo». Il Transatlantico di Montecitorio, Pasqualino, ce l’ha nell’anima. E ora che se ne sta a Porto Ercole, sembra quasi che non veda l’ora che Montecitorio riapra i battenti. L’altro giorno l’hanno chiamato dalla sua Lungro. «Vogliono darmi la cittadinanza onoraria. Ma dico io, come si fa a ricevere la cittadinanza onoraria dal luogo in cui si è nati? Bah…». Farà comunque un salto presto, Pasqualino, nella sua Lungro. «E, come ogni volta che ci vado, passerò un sacco di tempo al cimitero. L’unico posto in cui posso rivedere gli operai della salina, quelli che affollavano le prime sezioni del Pci, laggiù». Storie di sessant’anni fa, che la memoria di Pasqualino settesistenze conserva come se fossero successe ieri l’altro.


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