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La Russa risponde al Riformista. “Perché era meglio Zenga di Ranieri”

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lettera di Ignazio La Russa (dal Riformista del 23 settembre 2011)
Caro direttore, il Riformista, che mi ostino a comprare ogni giorno, negli ultimi tempi mi riserva sorprese mattutine che, se non fossero reiterate e quindi spia di una malcelata avversione preconcetta (ma perché?), mi lascerebbero di buon umore per il loro involontario umorismo.
Giorni fa, un articolo raccontava con dovizia di particolari e senza troppa cattiveria, che mio fratello maggiore Vincenzo (già parlamentare Dc e Udc e avvocato a Milano) sarebbe in pole position per candidarsi a sindaco nel mio paese natale, Paternò, in Sicilia, dove non risiede da 50 anni!
Nei giorni successivi un altro articolo, stavolta con maggiore cattiveria e calcolata ambiguità, candidava l’altro mio fratello, Romano, ad aspirante sindaco di Sesto San Giovanni (cosa che lui stesso ha inutilmente precisato essere priva di ogni attinenza al vero).
Manca all’appello mia sorella Emilia che, benché non impegnata in politica, potrebbe offendersi per essere trascurata dalle vostre attenzioni.
Oggi il Riformista ha cambiato scenario. Pur di riservarmi un titolo (grazie) scrive: “Difendiamo l’Inter dai La Russa”,dove però non ci si riferisce per fortuna alla mia famiglia ma a tutti coloro che, nel giudizio dell’articolista, sono “i cattivi consiglieri” di Moratti.
La mia unica colpa? L’avere ipotizzato che a Gasperini, ormai esonerato (certamente senza miei consigli) avrebbe potuto subentrare Walter Zenga, che, se non sbaglio, ha all’estero un percorso di vittorie di tutto rispetto e in Italia un passato da interista doc in campo e di buon allenatore del Catania in panchina.
Sul web in tanti hanno manifestato la mia stessa opinione. Solo l’articolista del Riformista è sicuro che questo semplice desiderio di molti sia stato un “cattivo consiglio” da cui addirittura “salvare” Moratti.
Scelto Ranieri, un buon interista dice “Viva Ranieri”, ma mancherà la controprova che fosse buona o cattiva l’idea Zenga.
La cattiva opinione del giornalista sulla proposta Zenga (chissà perché ritiene il suo nome una “provocazione”?) è invece, ovviamente, comprovata e inappellabile. Proprio come le fantomatiche candidature a sindaco dei miei fratelli.
Grazie direttore, con un sorriso e senza rancore.
Ignazio La Russa

risposta:
Mi creda, ministro La Russa, per chi come me dorme da anni sotto un poster di Walter Zenga è stata davvero dura bollare come <cattivo> un consiglio che segnalava il nostro <Uomo ragno> per il dopo Gasperini. Eppure, secondo me, quello non era un buon suggerimento per Moratti.
Basta seguire i parametri che lei stesso ha segnalato nella sua lettera: il percorso estero <di tutto rispetto> di Zenga (National Bucarest, Steaua Bucarest e Stella Rossa, solo per citare i club più noti in cui è stato) e quello di Ranieri (il Valencia rilanciato alla fine degli anni Novanta, il Chelsea riportato nel gotha del calcio inglese negli anni Duemila); i club allenati in Italia da Zenga (bene a Catania, male a Palermo) e quelli guidati da Ranieri (Cagliari, Napoli, Fiorentina, Parma, Juve e Roma). Che altro dire? In bocca al lupo a tutti noi, ques’anno ne abbiamo bisogno. (t.l.)

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23 settembre 2011 at 08:41

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I Responsabili azzannano Bossi. Secessione e ampolla? «Tutt’ strunzat’»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 20 settembre 2011)

Mimmo Scilipoti

L’acqua dell’ampolla retta dalle paterne mani che benedice la filiale Trota. La voce del Senatur che scalda il padano popolo al grido «secessione». L’effigie del glorioso Alberto da Giussano che ondeggia al vento di mille bandiere. E l’onorevole berlusconiano Pepe Mario da Bellosguardo (Salerno) che sibila suadente: «Tutt’ strunzat’».

Una cosa è certa. Se non fosse stato per il campano onorevole Pepe Mario da Bellosguardo, che prima del 14 dicembre dell’anno scorso radunò certosinamente quella pattuglia parlamentare che la Storia avrebbe archiviato alla voce «Responsabili», a quest’ora Bossi e compagnia non solo non avrebbero i ministeri giocattolo di Monza. Ma neanche quelli veri di Roma. Anche per questo, forse, all’esercito che consente al blocco Pdl-Lega di rimanere al governo – fatto di meridionali incalliti, cresciuti a pane e Prima Repubblica – la secessione invocata dal Senatur a Venezia non filerà via liscia come una serata con Terry De Nicolò o Barbara Guerra. No.

Se nel testo che l’Umberto ha messo in scena da venerdì a domenica ci fossero «cose serie» e non «strunzat’», allora – ragiona Mario Pepe – «Bossi avrebbe dovuto mollare il governo d’Italia e la poltrona da ministro già domenica sera». E visto che non l’ha fatto, aggiunge, «vuol dire che quelle parole sulla secessione sono solo chiacchiere. Chiacchiere che ha raccontato al suo popolo per farlo stare buono». Alla chiosa del suo ragionamento Pepe s’avvicina con passo felpato. Lentamente e con incedere elegante, come l’uomo del Vecchio frac dell’omonima canzone di Modugno. «Volete la verità?», chiede retoricamente il deputato campano. «Mi sa che questi della Lega stanno messi male. E sta messo male pure il loro popolo. E poi che r’è?», che cos’è, «’st’ampolla? Tutti riti triti e logori. Questi non fanno paura a nessuno».

Luciano Sardelli

E non fanno paura neanche a Luciano Sardelli, cinquantaseienne pediatra di San Vito dei Normanni (Brindisi), eletto a Montecitorio con l’Mpa di Raffaele Lombardo e approdato anch’egli all’ombra di Iniziativa Responsabile, di cui ha indossato anche i galloni di capogruppo. «Ma facciamogli dire quello che vuole, a Bossi. Tanto siamo alle solite. Dice sempre le stesse cose», scandisce Sardelli. Che però, in calce al «nulla di nuovo sotto il sole», aggiunge una sua adamantina verità. «A me un alleato di governo come Bossi va benissimo. Primo, perché nei fatti ci garantisce di governare come si deve. E secondo, perché ha finalmente dimostrato che noi del Sud abbiamo vinto la battaglia, mentre la Lega ha perso». Ma come? L’Umberto urla alla secessione e Sardelli canta vittoria per il Sud? «E certo», risponde il deputato pugliese, autore (per le Edizioni Koiné) del libro – a metà tra il saggio e il romanzo – Una storia poco onorevole. «Politicamente la Lega è fi-ni-ta. Oggi che hanno in tasca il federalismo, non gli è rimasto nulla da dire. E visto che non si possono inventare nulla di nuovo, tornano a questa vecchia storiella della secessione. Di fronte a tutto questo, lo sa che cosa faccio io, Luciano Sardelli, che pure qualche anno fa teorizzavo la nascita di un grande partito del Sud?». Che cosa fa? «Niente, non faccio un bel niente. L’epoca dei partiti territoriali non c’è più». Meglio, conclude il deputato-pediatra, tuffarsi (responsabilmente) a capofitto nell’impresa di «costruire un grande partito popolare, che lotti per una società più giusta». E prima che gli si faccia notare che – rispondendo al suo alleato Bossi – la sua voce sembra quasi quella di «uno di sinistra», Sardelli chiarisce: «Ovviamente mi riferivo a una forza politica che lavora per una società “solidale”, non “pauperistica” come la vorrebbe Vendola». Ispirata alla vita e al pensiero di? Risposta secca: «Don Sturzo!».

Scilipoti Domenico detto Mimmo, messinese di Barcellona Pozzo di Gotto, deputato agopuntore

Mario Pepe

ormai sistematicamente preceduto dalla sua stessa fama, all’inizio prova a difendere il Senatur. Testualmente: «Non credo che Bossi volesse dire quello che ha detto», sottolinea nell’estremo tentativo di non aprire una falla tra i Responsabili e la Lega. Prova a mediare, Scilipoti. Imbocca una strada diplomatica a metà tra il Kissinger dei tempi del Vietnam e il conduttore Jocelyn quando faceva Giochi senza frontiere su Raiuno. Poi, però, cede: «La secessione dei leghisti? Da italiano impegnato in politica io combatto per tre cose: più Stato, più patria, più famiglia. Voglio ricordare che, nel processo di unificazione di questa Italia, il Meridione ha pagato il contributo più alto. Tre milioni di morti. Che stessero dalla parte giusta o da quella sbagliata, sta di fatto che sono morti», dice tutto d’un fiato Scilipoti. Che aggiunge: «Spero che Bossi chiarisca bene quello che voleva dire». Altrimenti? «Gli risponderemo il 21 ottobre, all’Auditorium dell’Eur, al congresso del mio movimento, “Responsabilità nazionale”».

Francesco Nucara e Silvio Berlusconi

L’onorevole Francesco Nucara, leader del Pri eletto col Pdl, la Prima repubblica l’ha vista per davvero. «Bersani e Casini aiutino Berlusconi a liberarsi di Bossi, che oggi è il vero male dell’Italia», prova a dire con una battuta il deputato calabrese. Poi si tuffa nella storia: «Il Senatur vuole staccarsi dal Sud? Ma lo sa che dei 300mila baby pensionati che ci sono nel Paese, 111mila vengono dal suo Nord?». Quindi ripara sulla cronaca: «Se ci fosse una mozione di sfiducia nei confronti del ministro Umberto Bossi, il sottoscritto voterebbe a favore». E, infine, azzanna: «Massi’, chiediamo al governo di trasformare Varese in provincia autonoma. Così la smettono, quelli come Bossi, di romperci i coglioni». E dice proprio così. «Coglioni».

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20 settembre 2011 at 12:53

Nell’attesa del “partito degli onesti”, il Pdl diventa “Animal house”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 luglio 2011)

In uno dei suoi racconti, Lev Tolstoj annotò che «un giorno uscimmo a caccia dell’orso e il mio compagno colpì di striscio un esemplare, che si diede alla fuga». L’orso scappa sanguinando. E la neve sotto di lui si fa rossa, come una toga della Procura di Milano. «Cominciammo a ragionare insieme se convenisse inseguirlo subito o aspettare. Quando lo chiedemmo ai contadini, un vecchio rispose: “Non va bene inseguirlo subito, lasciategli un po’ di respiro”. (…) Un altro, un giovane, dissentì: “No, no, l’orso possiamo ammazzarlo oggi stesso”».

Ora non è dato sapere se Michela Vittoria Brambilla abbia mai letto i Racconti per contadini attribuiti all’autore di Guerra e pace (I racconti di Tolstoj, a cura di Prem Cand, Mimesis, 2010). Ma una cosa è certa. Se quel volume è capitato sotto i suoi occhi ministeriali, a pagina 61, quella in cui si narra della lite generazionale tra contadini sulle sorti dell’orso, proprio là Michela ha trovato la luce.

Sacra, santa e pure sacrosanta, l’antica battaglia in difesa degli amici animali – orfana anche in Parlamento di un partito animalista tout court – sembra diventata il core business del Pdl targato Alfano. Certo, un po’ è colpa degli alleati della Lega, che proprio la settimana scorsa si sono messi brutalmente a pasteggiare a orso. Un po’ dipende dal nobile obiettivo del “partito degli onesti” enunciato dal neo-segretario, che però necessita di un percorso che potrebbe essere lungo e accidentato. Ma sta di fatto che, alla corte di Re Silvio, ormai ingannano il tempo che li separa da spiagge e ombrelloni ergendosi a scudo umano in difesa dei migliori amici dell’uomo.

Nella sua crociata contro il Carroccio orsivoro, la Brambilla ha scelto come compagno di squadra nientemeno che il titolare della Farnesina Franco Frattini. «A nome di tutti gli esponenti del Pdl che, come noi, provano profonda indignazione nell’apprendere che in una festa leghista del Trentino verrà servita carne di orso», hanno scritto i due in una nota, «chiediamo al segretario del partito, nostro alleato, di intervenire per fermare questa scandalosa iniziativa». E se poi capita che il cavallo “Messi” della contrada Chiocciola muoia nelle prove del Palio di Siena, ovviamente il tono della protesta sale. Dicendosi «profondamente rattristata per l’ennesimo tragico incidente costato la vita a un cavallo», la rossa MVB rivendica («Da tempo avevo lanciato l’allarme circa le condizioni di pericolosità per gli animali coinvolti in questa anacronistica manifestazione»), minaccia («Il Palio di Siena, visto quello che accade ripetutamente, non può più considerarsi intoccabile») e, nonostante i vari “vuolsi così colà” che gli vengono opposti dall’amministrazione senese, continua indomita a dimandare.

Sarebbe sbagliato, però, considerare il nuovo corso animalista dei berluscones come la classica iniziativa di un partito che, all’occorrenza, sa muoversi “a colpi di maggioranza”. No. La Brambilla ha già nel taschino fior di accordi bipartisan. Da titolare del dicastero del Turismo ruba un piccolo dossier alla collega Carfagna, che si occupa di Pari opportunità, e s’esalta. «È l’ora delle pari dignità, tutelare mucche e maiali come i cani e i gatti di casa», scandisce durante il terzo incontro dell’iniziativa La coscienza degli animali. Accanto a lei ci sono l’astrofisica rossa Margherita Hack, l’oncologo democratico Umberto Veronesi, la scrittrice Susana Tamaro, arrivata là ché evidentemente là l’ha portata il cuore. Davanti, invece, si ritrova le telecamere dei telegiornali dell’Impero di Silvio, che fecero lo scoop sull’unico esemplare di gatto lungo un metro ma evitano di occuparsi dell’inchiesta di Napoli in cui si parla anche delle nomine del cane a sei zampe (dell’Eni).

In attesa del «partito degli onesti», il Pdl pare Animal house. E il suo leader, dall’omonimo capolavoro di John Landis, potrebbe financo arrivare a copiare il grido di battaglia del compianto Belushi. “Toga! Toga! Toga!”. Aggiungendoci, magari, una parolina di cinque lettere. «Rossa».

Written by tommasolabate

5 luglio 2011 at 07:41

“Basta falchi”. Berlusconi propose la direzione del “Giornale” a Dino Boffo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 17 giugno 2011)

Vittorio Feltri e Dino Boffo

La vicenda risale a tre mesi fa. Quando, per espressa volontà del fratello Silvio, Paolo Berlusconi propone la guida dal Giornale di famiglia nientemeno che a Dino Boffo. Proprio lui, l’ex direttore di Avvenire.

Il piano è allo stesso tempo semplice, ambizioso e incredibile. Semplice come il ragionamento politico del Cavaliere, che punta a togliere il quotidiano di via Negri dal controllo della coppia di falchi Sallusti&Santanché e ricucire le fratture con Oltretevere. Ambizioso perché l’obiettivo è tentare di rifare del Giornale l’organo della borghesia conservatrice che era stato ai tempi di Indro Montanelli. Incredibile perché l’uomo che viene individuato per la direzione è proprio Dino Boffo, l’ex direttore di Avvenire che nel 2009 si vide la carriera troncata proprio a causa della macchina del fango orchestrata da Vittorio Feltri dalle colonne del quotidiano della famiglia Berlusconi.

Cominciamo dalla fine. Interpellato dal Riformista Dino Boffo, che oggi dirige la televisione della Cei

Alessandro Sallusti con Daniela Santanché

Tv2000, si limita a una dichiarazione di meno di dieci parole: «Non c’è mai stato alcun contatto ufficiale». Tutto qua. Niente di più. Ma la scelta di corredare la frase con l’aggettivo «ufficiale» lascia intravedere, e neanche tanto sullo sfondo, la storia di una trattativa che non è mai decollata. Anche perché, come si mormora tra i pochissimi berlusconiani che erano a conoscenza del dossier, «la missione esplorativa di Paolo Berlusconi si risolse in un nulla di fatto». Boffo, insomma, rifiutò anche di prendere in considerazione l’ipotesi.

Alla luce dell’offerta che il Cavaliere fece recapitare all’ex direttore di Avvenire, la storia della svolta politico-editoriale che il premier ha impresso a un asset del suo «impero» va riscritta daccapo. Soprattutto perché il finale di un racconto che va avanti a colpi di flashback pare degno del film Sliding doors. E suona più o meno così: su quella seggiola che oggi si dividono Feltri e Sallusti, il Cavaliere avrebbe voluto Dino Boffo. E se Dino Boffo avesse accettato l’offerta di guidare il Giornale, adesso probabilmente Vittorio Feltri starebbe ancora a Libero.

I fratelli Berlusconi, Paolo e Silvio

Messa così sembra il più classico gioco delle sedie, reso più incredibile dal fatto che l’omonima “vittima” del medoto Boffo sarebbe stata “risarcita” con il posto che oggi è tornato ad essere del “carnefice”. Ma le virgolette, in questo caso, sono più che obbligate. Per due motivi. Primo, il corso degli eventi e i passi indietro di Feltri sull’affaire che portò il direttore di Avvenire alle dimissioni sono stati consegnati alla storia, che ha distribuito ragioni (a Boffo) e torti (a Feltri). Secondo, durante un pranzo che risale al febbraio del 2010, «Vittorio» e «Dino» ebbero modo di «chiudere il caso». Pochi giorni prima di quell’incontro, Feltri – intervistato dal Foglio – aveva indicato in «una personalità della Chiesa di cui ci si deve fidare istituzionalmente» la manina che gli aveva «fatto avere la fotocopia del casello giudiziale dove veniva riportata la condanna di Boffo e una nota informativa che aggiungeva particolari sulla notizia».

Tutto questo, adesso, è passato remoto. La notizia è che il premier, che all’epoca del Noemi-gate aveva ricevuto l’invito del quotidiano della Cei ad avere «uno stile di vita più sobrio», voleva che il portavoce di quel monito – Dino Boffo – assumesse la guida del Giornale. Di un quotidiano che, stando ai desiderata della catena di comando berlusconiana, avrebbe dovuto essere sottratto alla direzione di Sallusti e all’«influenza» di Daniela Santanché.

L’indisponibilità di Boffo ha cambiato il piano ma non la sua natura. Perché è vero, al Giornale s’è persino ricomposta la premiata ditta Feltri-Sallusti. Ma, almeno per il momento, è tutto tranne che un quotidiano di «falchi». Anche Daniela Santanché, al centro delle intercettazioni con Flavio Briatore pubblicate giorni fa da Repubblica, s’è quasi eclissata. Basti pensare che le frasi più hard pronunciate dalla pasionaria del berlusconismo barricadero negli ultimi giorni sono state su fisco («Dobbiamo fare qualcosa») e referendum sul nucleare («Gli italiani sono abbastanza in linea con gli obiettivi del governo»). Tutto qua. Il premier-editore, che è atteso a cinque gironi infernali che vanno da Pontida alla sentenza di luglio sul Lodo Mondadori, l’ascia di guerra ce l’ha ancora. Ma ha deciso di riporla sotto il cuscino. Per ora.

Written by tommasolabate

17 giugno 2011 at 06:00

Roberto Maroni, l’outsider.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 giugno 2011)

Che stia lavorando per essere «l’uomo di domani» lo dimostra l’attenzione che sta dedicando – unico tra i politici – al più grande tema di cui si discute nei bar italiani: il calcioscommesse. E pensare che qualche mese fa, come aveva confidato a pochi amici, stava addirittura pensando di mollare la politica. Ladies and gentlemen, Roberto Maroni. L’outsider.
Sembra l’unico esponente del centrodestra ad essere uscito rivitalizzato dalle «mazzate» subite dal blocco Pdl-Lega alle amministrative e ai referendum. Un po’ perché, come spiegano nel suo giro a via Bellerio, «se gli avessero dato ascolto, quantomeno sui quesiti di domenica e lunedì, a quest’ora Bossi e compagnia avrebbero salvato il salvabile». Un po’ perché lui, comunque, per il solo fatto di essersi presentato alle urne – accompagnato dai big della sua corrente (Luca Zaia su tutti) – la faccia l’ha salvata. Eccome.
Bobo Maroni, insomma, è il leghista con le mani più vicine alla “spina” del governo. Nel senso che è vero, forse la sua parte in commedia è la più rischiosa. Ma è altrettanto vero che se c’è un uomo che può salvare l’Alberto da Giussano dall’abbraccio mortale del Cavaliere da Arcore, quell’uomo è lui. Non foss’altro perché – e le stime sulla partecipazione dell’elettorato del Carroccio ai referendum ne sono una prova – al momento è il big del partito più sintonizzato con la base leghista.
Eppure, poco prima che iniziasse la campagna elettorale delle amministrative, il titolare del Viminale aveva altri pensieri. Addirittura, aveva confidato agli amici più stretti parlando del «carrozzone» del governo «Berlusconi-Scilipoti», tra i suoi desiderata aveva fatto capolino l’idea di «mollare la politica». Forse per tornare «a fare l’avvocato», magari «per riprendere in mano l’organo Hammond» insieme al suo vecchio gruppo blues, il Distretto 51.
Oggi, invece, è tutto diverso. L’uno-due subìto dal centrodestra nell’ultimo mese ha dimostrato che i tiri di sciabola o fioretto che il titolare del Viminale aveva via via indirizzato al governo erano più che fondati. I guai giudiziari di Berlusconi? I cordoni della borsa tenuti sigillati da Tremonti? L’ascesa nella Lega del «cerchio magico» di bossiani ortodossi, per cui nutre – insieme anche a Roberto Calderoli – una sana (eufemismo) “antipatia”? «Se solo Bossi m’avesse dato retta… », ripete ai colleghi di partito. Inutile chiedergli di completare la frase, di portarlo allo scontro frontale col Capo. Perché lui, il ministro dell’Interno, puntualmente si ritrae: «Vabbe’, guardiamo al futuro. Lasciamo perdere».

Umberto Bossi

Sulla bussola di governo no, Maroni non lascia più perdere. E gli avvisi di sfratto recapitati negli ultimi giorni a Berlusconi e Tremonti la dicono tutta su quanto vorebbe staccarla, quella spina che ha tra le mani. «O si cambia o si muore», ha detto al Corriere della sera di lunedì. «Mia nonna diceva che uno sberlone fa male, ma a volte ti fa rinsavire. Ma, come diceva ieri Calderoli, non vogliamo che arrivi la sberla del non c’è due senza tre», ha ribadito ieri. E ancora: «C’è la crisi economica. E ci vuole coraggio, oltre alla prudenza. Spero davvero che si metta mano alla categoria del coraggio». Quando gli domandano se dopo i referendum ha parlato con Berlusconi, il ministro dell’Interno risponde: «No, col premier no. Ho parlato col mio amico Daniele Marantelli, però». Lo stesso Marantelli, deputato e deus ex machina del Pd di Varese, che scommette: «Maroni può fare tutto tranne una cosa. Non taglierà mai la faccia a Bossi. Piuttosto torna a fare il musicista…».
Morale della favola? Nel Carroccio che prepara con trepidazione l’appuntamento di domenica a Pontida, sperimentando addirittura la paura della contestazione del «popolo padano», Maroni incarna la «linea dura». Quella della «rottura». Della «svolta». Della liberazione, come dicono i suoi, da «questo berlusconismo».
Perché, in fondo, sono anche gli scherzi della storia. All’epoca del ribaltone del 1994, Maroni era il capofila dei leghisti che non volevano abbandonare il Cavaliere. «O rimaniamo con Berlusconi o si va a votare», sosteneva «Bobo» al quel tempo. Al contrario dell’«Umberto», che aveva siglato nella sua residenza romana, insieme a Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, quel «patto delle sardine» che avrebbe portato alla fine del primo governo di Silvio.
Era l’epoca della «fronda» maroniana dei leghisti pro-Berlusconi. Uno dei suoi fedelissimi di allora, il vicepresidente del Senato Marcello Staglieno, aveva addirittura avanzato l’idea del “regicidio”: «Convochiamo l’assemblea federale per togliere Bossi e fare segretario Maroni». Una provocazione a cui il Senatur aveva risposto con l’asprezza dei bei (si fa per dire) tempi: «Me ne frego di Staglieno, la fronda non esiste. Al momento del voto sulla mozione di sfiducia – aveva scandito l’Umberto simulando il mitra – op! pum!. Tutti voteranno come dico io, da Maroni in giù».
Oggi la storia viaggia sul binario contrario. Bossi pensa che «Berlusconi sia cotto» e Maroni è il capofila degli antiberlusconiani della Lega. Aspettando Pontida si può immaginare di tutto. Compreso che il titolare del Viminale diventi il premier dell’unico governo di mini-transizione su cui Bersani potrebbe schierare i suoi. Il tempo di fare la riforma elettorale, magari approvando un modello che consenta alla Lega di andare da sola al prossimo giro, e via. Può succedere a giugno. Oppure dopo l’estate. Chi conosce «Bobo» giura che lui guarda lontano. Oltre il berlusconismo. Senza dimenticare che la politica si fa coi voti, e che a votare ci fa la gente. Quella che si mette in fila per i referendum. E quella che trattiene il fiato sul calcioscommesse. Pensando la stessa cosa che Maroni, unico tra i politici, ripete in continuazione: «Il mondo del calcio? Si vede che non ha imparato la lezione». Un po’ come Berlusconi.

Written by tommasolabate

15 giugno 2011 at 11:27

Il sipario sui Rottamatori e la fanfara che poi intonò le prime note.

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“Chiedemmo” e “dicemmo”, “invitammo” e ancora “chiedemmo”,”andammo” ed “emerse”, “organizzammo” e “scegliemmo”, “si parlò” e “parlammo”, e poi “scrivemmo”.

La miglior conferma del sipario calato sui Rottamatori la trovate nella sagra del passato remoto andata in scena sul palco di questo interessante blog.

Written by tommasolabate

4 giugno 2011 at 12:01

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Due cosette su de Magistris, il Pd campano e le “patacche” del Riformista.

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(dal Riformista del 17 maggio 2011)

Correggendo leggermente il noto aforisma di Brecht, noi del Riformista ci sedemmo dalla parte della ragione. E non solo perché gli altri posti erano occupati. Quanto perché il 26 aprile scorso aprimmo il giornale rilevando – sotto il titolo “Profondo Napoli”che il Pd sarebbe rimasto fuori dal ballottaggio partenopeo.

Avevamo sostenuto, citando un sondaggio attribuito alla Lorien Consulting, che Luigi de Magistris era in netto vantaggio su Mario Morcone. Strano ma vero, per motivi rimasti misteriosi, dopo ben due giorni di silenzio la società in questione aveva smentito seccamente la paternità di una rilevazione che, stando ai dati che arrivano da Napoli, si rivela praticamente esatta.

Al quartier generale del Pd campano l’avevano presa male, accusando il Riformista di distribuire (testualmente) “patacche”.

Oggi ci permettiamo di fargli notare che mentre noi non distribuiamo “patacche”, loro assomigliano a quell’imprenditore d’insuccesso citato da Michael Douglas in Wall street: “Sono talmente vincenti che se si mettessero a produrre bare la gente smetterebbe di morire”. (t.lab)

Written by tommasolabate

17 maggio 2011 at 00:27

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