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Le tensioni nel governo, la sfida in Confindustria: Monti potrebbe sospendere le ostilità sull’articolo 18

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 31 gennaio 2012)

C’è uno scontro nel governo, che ruota attorno a Elsa Fornero. E un confronto dentro Confindustria, che riguarda la successione a Emma Marcegalia. E poi una vecchia telefonata di Monti a Bersani. Sono tre indizi che vanno verso un’unica direzione: l’articolo 18 rimarrà fuori dalla riforma del welfare.

Abrogarlo? Mantenerlo in toto? Oppure, come sosteneva ieri Repubblica, non applicarlo ai neo-assunti, lasciandolo invece in vigore per i lavoratori che ne sono già tutelati? La telenovela sull’articolo 18, che va avanti ormai da due mesi, potrebbe concludersi col finale meno scontato. Quello che però anche l’ala ipermontiana del Pd – di cui fanno parte Enrico Letta e Walter Veltroni – considera a oggi il più probabile. «Alla fine», dice un autorevole esponente dei Democratici, uno di quelli che più s’è speso per far nascere il governo Monti, «non succederà nulla. Quella norma dello Statuto dei lavoratori uscirà molto presto dalla trattativa tra l’esecutivo e i sindacati».

Corrado Passera

La possibile «moratoria» a cui il governo potrebbe ricorrere non dipende tanto dall’unità dei sindacati sul dossier. Non riguarda quindi la posizione di Susanna Camusso, che nel rispondere ieri all’editoriale di Eugenio Scalfari è tornata a sottolineare che «gli anni di Luciano Lama sono lontani» e che «oggi il problema è la precarietà». Né il sostegno che sia la Cisl («Le voci sull’articolo 18 inquinano il clima», ha messo a verbale Raffaele Bonanni) sia la Uil («Il tema più spinoso non è l’articolo 18 ma la disoccupazione», firmato Luigi Angeletti) hanno offerto al leader del sindacato di Corso d’Italia. No. La via della prudenza, che potrebbe diventare la «linea di Monti», ha ben altre radici.

Michel Martone ospite di Agorà

La prima rimanda allo scontro che all’interno dell’esecutivo si sta giocando attorno al ministro del Welfare. Fornero, che qualche giorno fa s’è guadagnata l’appellativo di «fontana che piange» dal sottosegretario Polillo, è impegnata in una serie di duelli dall’esito tutt’altro che scontato. Lo scontro con Corrado Passera, che «Elsina» (il copyright è del suo ex compagno di classe Cesare Damiano) ha reso esplicito con una dichiarazione irritata («Gli dirò di essere meno ottimista»), è il segnale che dentro il governo è in corso una piccola resa dei conti. Tra l’ala più progressista (Fornero) e quella più vicina al centrodestra (lo stesso Passera e Catricalà), tanto per essere chiari. Le avvisaglie ci sono già da settimane, da quando il tandem Passera-Catricalà era salito sulle barricate con l’obiettivo di ottenere (obiettivo poi raggiunto) le dimissioni del prodiano Carlo Malinconico, accusato per l’ormai celeberrima vacanza pagata dall’imprenditore Piscicelli. E non è stato solo questo l’unico terreno di scontro. Fonti della maggioranza sostengono che Fornero, qualche giorno fa, abbia cercato di ricambiare il favore all’ala più vicina al centrodestra provando a chiedere (senza ottenerle) le dimissioni di Michel Martone, reo di aver archiviato alla voce «sfigati» gli universitari che a ventott’anni sono ancora senza laurea.

Bersani-Letta-Franceschini

Le tensioni nell’esecutivo, che riguardano da vicino il ruolo della titolare del Welfare, bastano da sole a sconsigliare interventi hard sull’articolo 18 che, come ha detto il ministro Fornero a Otto e mezzo, «non deve essere preminente ma nemmeno un tabù»? Forse no. E quindi ecco che entra in scena anche la contesa confindustriale sulla successione a Emma Marcegaglia. Una contesa in cui il favorito Giorgio Squinzi – forte del sostegno (come recitava ieri un informato articolo dell’Unità) «di Assolombarda, dei romani di Aurelio Regina, dei genovesi di Edoardo Garrone, dei bolognesi di Gaetano Maccaferri, di buona parte dei varesini e dei meridionali capitanati da Montante, Lo Bello e Coppola», nonché della presidente uscente – si presenta alla sfida con Alberto Bombassei senza chiedere l’abolizione dell’articolo 18.

E così gli indizi, d’improvviso, diventano due. La guerra nel governo, che riguarda da vicino Fornero. E l’indicazione del probabile successore alla guida di Confindustria, che sembra contrario a intervenire sull’articolo 18. C’è una terza storiella, che risale alla mattina del 18 dicembre 2011. Alla domenica, insomma, in cui il ministro del Welfare rilascia a Enrico Marro del Corriere della Sera l’intervista in cui per la prima volta apre alle modifiche sullo Statuto dei lavoratori. Quel giorno, stando a più ricostruzioni, fu Monti in persona ad alzare il telefono per rassicurare Pier Luigi Bersani. E a dire al segretario del Pd che «quelle parole» non rispecchiavano «la linea dell’esecutivo».

Giorgio Squinzi, in pole position nella sfida al dopo-Marcegaglia in Confindustria

Da allora è passato poco più di un mese. E la telenovela continua. Anche se quel finale di cui nessuno parla potrebbe presto sorprendere l’enorme platea di chi trattiene il fiato in vista del nuovo round di colloqui tra governo e sindacati. Da cui potrebbe uscire quella linea che anche un sostenitore dell’abolizione dell’articolo 18 come Sergio Chiamparino, che tra l’altro è molto amico di Elsa Fornero, affidò prima di Natale a un’intervista al Riformista: «È ovvio che quando c’è un simbolo politico di mezzo è sempre difficile avviare una trattativa. A questo punto è meglio concordare di lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l’articolo 18 è meno importante di quel che appare». Disse proprio così, l’ex sindaco di Torino. «Lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo».

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Nel Pd nasce la frangia “Monti candidato premier nel 2013”. L’ultima guerra dei democrat inizia a colpi di sondaggi.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 gennaio 2012)

Tra i componenti della segreteria di Bersani la voce maliziosa prende concretamente forma nel giorno in cui Mario Monti incassa la fiducia alla Camera sul milleproroghe, perdendo qualche pezzo (81 assenti e 5 astenuti, tutti del Pdl). «Qualcuno dei nostri dirigenti preme perché sia l’attuale presidente del Consiglio a guidare una coalizione col Terzo Polo alle elezioni del 2013». Ed evidentemente è un’analisi condivisa anche da Rosy Bindi, che aprendo l’ultima assemblea nazionale del partito ha messo le mani avanti prendendo le distanze da Super Mario e scandendo che «noi non siamo il governo Monti».

La foto di Vasto

I sospetti vanno essenzialmente nella direzione di Walter Veltroni ed Enrico Letta, che dentro il Pd hanno costituito una frangia iper-montiana. Il vicesegretario, con la sua associazione Trecentosessanta, ha organizzato un ciclo di seminari sul superamento dei concetti di destra e sinistra. All’appuntamento andato in scena ieri il sondaggista Nando Pagnoncelli ha illustrato, numeri alla mano, che il 42 per cento degli elettori del Pd considera «destra e sinistra» termini «ormai superati, che non spiegano più nulla o quasi». Una percentuale che, stando alle risposte degli elettori del Centro, arriva al 68 per cento. Non è tutto: a leggere la medesima rilevazione, il 48 per cento degli elettori del Pd è convinto che «oggi vale soprattutto la capacità dei leader» e che «il fatto che siano di destra o sinistra conta poco». Un numero che sale fino al 84 per cento quando a rispondere alle domande dell’Ipsos sono gli elettori centristi.

Mario Monti: una parte del Pd lavora per candidarlo premier alle elezioni 2013

Per i lettiani, insomma, è la prova che la foto di Vasto «deve essere destinata al dimenticatoio». E la pensano così anche i veltroniani visto che una delle teste d’uovo della corrente, il costituzionalista Stefano Ceccanti, intervenendo al seminario organizzato da Letta ha rotto il silenzio con una domanda significativa: «Pagnoncelli, secondo lei quanto varrebbe alle elezioni un’alleanza interamente identificata col governo Monti?».

I sospetti si nutrono anche di piccoli episodi, solo all’apparenza insignificanti. Come la storia del braccio destro di Veltroni Walter Verini, che da qualche giorno si porta appresso a mo’ di reliquia un’altra rilevazione di Pagnoncelli, che il sondaggista ha illustrato martedì scorso a Ballarò. Stando a quei numeri sono proprio gli elettori di Pd-Idv-Sel i più entusiasti dell’operato di Monti. Al punto che il 69 per cento degli intervistati preferirebbe un governo guidato da Super Mario piuttosto che uno presieduto dal «leader del mio partito» (24%). Una percentuale superiore ovviamente a quella degli elettori del blocco Pdl-Lega (il 32 preferisce il governo Monti, il 62 uno presieduto da Berlusconi o Bossi) ma anche a quella degli aficionados del Terzo Polo (60 pro Super Mario premier, 39 a sostegno dei leader di Fli-Udc-Api ed Mpa). «Voglio la copia di questo sondaggio per tenerla sempre con me», ha risposto entusiasta Verini quando gli hanno mostrato quei dati. «È la prova di quello che vado sostenendo da mesi…».

Enrico Letta

Il piano di Letta e Veltroni, stando a quello che ripetono i bersaniani, starebbe dentro una strategia in due mosse: stringere i bulloni di un’alleanza col Terzo Polo e puntare su Monti candidato premier alle prossime elezioni. Per questo, all’interno della segreteria di «Pier Luigi», c’è chi è già partito con la controffensiva. Come Matteo Orfini, che l’altro giorno ha affidato al Foglio un attacco frontale contro i «neoliberisti del Pd», che «rappresentano delle idee morte che a loro insaputa camminano ancora con noi». Il tutto a corollario della tesi, sostiene il giovane responsabile Cultura del Pd, secondo cui sarebbe meglio «smetterla subito di inseguire Casini».

Walter Veltroni

Anche Bersani prova a reagire. In un’intervista rilasciata ieri all’Unità, il segretario ha chiesto a Di Pietro di accantonare «furbizie» e «accuse di inciucio». «E lui sia coerente», gli hanno risposto all’unisono Tonino e Nichi Vendola, invocando il ritorno del cantiere del centrosinistra a tre punte. Un’opzione che però è stata stoppata sul nascere da Beppe Fioroni. L’ex ministro della Pubblica istruzione, intervenendo al convegno su Aldo Moro organizzato dalla rivista Il domani, l’ha detto chiaro e tondo: «Chiediamoci se è possibile appoggiare un governo e al tempo stesso progettare il futuro con forze politiche che stanno senza se e senza ma all’opposizione». La sua risposta è la stessa di quelli che lavorano per candidare Monti premier nel 2013. E cioè «no».

Un tir sfonda la porta del Palazzo e manda in tilt il governo. Forconi e autotreni spaccano i partiti aprendo la rissa tra “falchi” e “colombe”.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 24 gennaio 2012)

Ascoltare le ragioni della protesta o fermarla subito? Tir e forconi spaccano Pdl e Pd, dividono il Terzo Polo e frantumano l’Idv. E, soprattutto, mandano in tilt un governo sempre più preoccupato.

A Palazzo Chigi, dopo che la rivolta dei forconi partita dalla Sicilia ha fatto proseliti in mezza Italia, cominciano a fare i conti con quello che al Viminale chiamano «effetto emulazione». Presidi in Calabria e blocchi in Piemonte, emergenza a Napoli, in Molise, in Lombardia. Una situazione resa ancor più grave dal contemporaneo sciopero dei taxi in molte città.
Il deputato del Pd Francesco Boccia, che nel 2007 gestì insieme a Enrico Letta la trattativa con quegli autotrasportatori che tennero in ansia per giorni il governo Prodi, riflette a voce alta: «Questa volta la situazione è diversa anche perché Ania e Cna, che sono le associazioni più importanti, sono rimaste fuori dalla protesta. Detto questo, credo che abbiamo tre giorni a disposizione. Dopodiché, l’emergenza si trasformerà in allarme rosso. E in qualche modo bisognerà intervenire per evitare che il Paese rimanga senza viveri o carburante…».

Boccia evita di pronunciare quelle stesse tre parole di cui si parla sempre di più, nelle ultime quarantott’ore, sul filo dei contatti tra le prefetture e il ministero dell’Interno. «Uso della forza». D’altronde, Anna Maria Cancellieri l’ha detto esplicitamente ieri, rompendo un silenzio durato forse troppi giorni: «Non saranno tollerati blocchi stradali». E ancora, sempre dalla viva voce del titolare del Viminale, «bisognerà stare molto attenti. Nel senso che fin dove si può tollerare, useremo tolleranza e dialogo». Però, «dobbiamo anche tenere presente i diritti dei cittadini».

A complicare la vita del governo sono le spaccature trasversali che stanno attraversando tutti i partiti. Non c’è forza politica che, nelle ultime ore, non si sia divisa sugli autotrasportatori. A cominciare dal Pdl. Dove Altero Matteoli si mette alla testa della corrente dei «falchi». «Le agitazioni in corso indette da una sola sigla sindacale sono, peraltro, irrazionali. Auspichiamo interventi risolutivi da parte delle autorità competenti», mette a verbale l’ex ministro dei Trasporti. Non la pensa così la deputata campana Nunzia De Girolamo, che affida a Twitter il suo invito al dialogo: «Aprire immediatamente un tavolo di confronto a palazzo Chigi con i rappresentanti di categoria degli autotrasportatori. In questi momenti è indispensabile il dialogo, altri ragionamenti non hanno alcun senso». Il cortocircuito è tale da seminare il seme dell’incertezza anche in alcuni veterani di Palazzo. Come Maurizio Gasparri. Che nella stessa intervista, rilasciata al sito Affariitaliani.it, invoca sia «l’intervento della polizia» che l’urgenza di un «confronto».

Neanche dentro il perimetro del Pd si vivono ore serene. Sin dall’inizio della protesta dei forconi in Sicilia Pier Luigi Bersani aveva chiesto «l’intervento dei prefetti». Ed Enrico Letta s’era addirittura spinto fino al definirsi «scioccato dall’appoggio del governatore siciliano» ai manifestanti. Tutti d’accordo sulla linea dura? Macché. «In mezzo a chi protesta ci saranno senz’altro mele marce o qualche mafioso che s’è infiltrato. Ma non possiamo fare finta che siano tutti dei criminali. E abbiamo il dovere di andare a vedere quello che sta succedendo», diceva il bersaniano Matteo Orfini a margine dei lavori dell’Assemblea nazionale. Idea evidentemente respinta dal deputato Emanuele Fiano, uno dei massimi esperti di sicurezza del partito («Non è accettabile che la protesta seppur legittima di una categoria di lavoratori paralizzi il Paese. Serve l’intervento della Cancellieri») e dal responsabile dei Trasporti Matteo Mauri («In nessun caso sono ammissibili forme di violenza, di abuso, di illegalità»).

La vera novità sono le divisioni nel Terzo Polo. Tir di traverso e forconi in aria? «La protesta siciliana non sia sottovalutata perché fa emergere con concretezza la drammaticità della crisi al Sud» (Casini). Anzi no, «l’ha già fatto Sarkozy, ritiriamo la patente ai conducenti che bloccano le strade» (Linda Lanzillotta). «La questione si sta facendo seria. Credo che il numero dei blindati in giro per Roma sia il segnale dell’attenzione del governo», ammette il deputato spin-doctor Roberto Rao.

Gli autotreni investono anche l’Italia dei valori. Di Pietro si schiera con la Cancellieri. Mentre il capogruppo in commissione Finanze Francesco Barbato si dice «pronto a marciare su Roma con gli autotrasportatori». In fondo, è la stessa posizione di Mimmo Scilipoti: «È più che legittima la protesta». Dio li fa e poi li accoppia, Tonino gli offre un seggio, e loro poi prendono strade separate che – miracolo – s’incontrano sempre. Intanto, di fronte alla frammentazione nei partiti, l’atmosfera a Palazzo Chigi si fa sempre più cupa. E tornano quelle parole pronunciate da Boccia, come amplificate da un’eco: «Abbiamo tre giorni a disposizione». Forse anche meno.

«Tavolone» in Parlamento, modifiche e fiducia sul maximendamento. Il Pd trova l’accordo con Pdl e Terzo Polo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 dicembre 2011)

La svolta arriva dopo un colloquio riservato tra Dario Franceschini e Fabrizio Cicchitto. Quando il capogruppo pd dice: «Dobbiamo accettare il coordinamento con Pdl e Udc».

Montecitorio, interno giorno. Dentro il Pd si moltiplicano i mugugni per il testo definitivo della manovra presentata domenica sera da Mario Monti e da alcuni dei suoi ministri. Il deputato torinese Stefano Esposito, esponente della sinistra interna e fedelissimo del segretario, annuncia sulla sua pagina Facebook che «a caldo, così com’è la manovra non la voto». Il franceschiniano Antonello Giacomelli, uomo-macchina della corrente di Area democratica, è un po’ più cauto. Ma ugualmente perplesso: «Era difficile chiedere a Monti di fare in pochi giorni qualcosa di più approfondito. Però è netta la sensazione di una timidezza su alcune misure che si trasforma in forte determinazione su altre». Traduzione: il governo è stato timido con chi “ha di più” e determinato sulle pensioni.

Idea che Bersani sottoscrive in pieno. Nel tragitto che lo separa da un corridoio laterale all’aula di Montecitorio, quando mancano pochi minuti all’intervento del presidente del Consiglio, il leader del Pd fa a tempo a dire tre cose. Senza girarci troppo intorno. «Questo decreto si poteva fare molto meglio». E uno. «Sono necessarie delle modifiche». E due. «In linea di principio, noi siamo contrari al ricorso alla fiducia. Però vediamo che succede…». E tre.

Ma per comprendere il senso della svolta che potrebbe maturare a stretto giro, bisogna andare oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano. E, di conseguenza, alla riunione di Montecitorio tra i vertici del partito e i componenti degli uffici di presidenza dei gruppi di Camera e Senato. Franceschini, che ha parlato col capogruppo dei Pdl, Cicchitto, apre alla proposta di Casini di dar vita a un coordinamento parlamentare a tre (Pd-Pdl-Terzo Polo). La sua proposta, sponsorizzata anche dalla pattuglia di Walter Veltroni e da quella di Enrico Letta, è semplice: «Questo decreto va prima modificato e poi messo in sicurezza. Non possiamo arrivare in Aula senza una regia politica, col rischio che gli emendamenti di Lega e Italia dei valori comportino qualche stravolgimento. Dobbiamo trovare un accordo con Pdl e Terzo Polo, fare un maxi-emendamento e poi approvarlo con la fiducia».

Ovviamente si tratta di un percorso a ostacoli. Primo, perché Bersani, che teme di rimanere scoperto a sinistra a causa delle mosse della Cgil, vuol far di tutto per evitare «la foto di gruppo» con Berlusconi e Casini. Secondo, perché anche Berlusconi avrebbe difficoltà ad accettare un «coordinamento politico». La soluzione, individuata nel corso dei colloqui con Casini, su cui gli ambasciatori di Pd (Franceschini) e Pdl (Cicchitto) si sono trovati d’accordo, è dar vita a un «tavolone tecnico». Una specie di raccordo parlamentare tra le tre forze principali che sostengono il governo Monti.

Sembra un paradosso. Ma l’aspetto più semplice di tutta la partita riguarda le modifiche al decreto varato domenica dal consiglio dei ministri. Visto che i tempi sono strettissimi, ciascuna delle parti ha proposto all’altra le sue modifiche. Stando a quanto risulta al Riformista, una bozza d’intesa c’è già. Il Pd vuole un intervento sulla previdenza e chiederà il blocco dell’indicizzazione a partire dalle pensioni superiori ai 1400 euro (e non solo fino a quelle di 960 euro, come previsto dal decreto Salva-Italia). Il Pdl, invece, chiede che venga stravolta la parte relativa al ripristino dell’Ici. Alfano l’aveva già detto durante il colloquio di sabato con Monti: «Per l’Ici sulla prima casa, duecento euro di detrazione sono pochissimi. Dobbiamo e possiamo fare di più». Rimane l’Udc, che pretende «più misure a favore delle famiglie». Come finanziare questi interventi? Il primo accordo che potrebbe venir fuori dal «tavolone a tre» sarà chiamato a rispondere proprio a questa domanda. E la soluzione più condivisa, al momento, è quella che va nella direzione di un ulteriore aumento della tassazione sui capitali scudati. Magari elevando al 5 per cento l’una tantum sui soldi rientrati con lo scudo fiscale (adesso è all’1,5 per cento). Ci sono altre strade, ovviamente. Come quella suggerita dal deputato-economista del Pd Francesco Boccia «di tassare i prelievi in contanti oltre i mille euro». D’altronde, «chi non ha nulla da nascondere può evitare di pagare cash, giusto?».

La partita, ovviamente, è solo al fischio d’inizio. «Se la Cgil sale sulle barricate, per noi diventerà difficile “reggere”», dice uno dei componenti della segreteria del partito. Che, ovviamente, non condivide l’entusiasmo della minoranza interna. Né la gioia di chi, come l’esponente di Modem Paolo Gentiloni, stenderebbe un tappeto rosso sotto la camminata di Mario Monti. «Il premier è un fuoriclasse della politica. Domenica ha fatto una telefonata a Berlusconi, una a Bersani et voilà. Il decreto è arrivato, migliore di come ce lo aspettavamo».

Il Pd teme schizzi di fango dall’inchiesta Enav. Berlinguer riunisce la commissione di garanzia: «Attenti a quello che può arrivare dal caso Finmeccanica»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 novembre 2011)

Luigi Berlinguer

Difficile dire se si tratta semplicemente di eccesso di zelo. Oppure se, al contrario, «quelle strane voci», come le chiamano alcuni dirigenti del partito, hanno un qualche fondamento. Sta di fatto che da qualche giorno, dentro il perimetro del Pd, più d’uno ha iniziato a temere «possibili schizzi di fango» dal caso Enav-Finmeccanica.

Voci incontrollate? Ricostruzioni campate in aria? Tutt’altro. Infatti, la discussione sull’eventualità che qualche dirigente del Pd sia chiamato (a ragione o a torto) in causa sul dossier è stata oggetto di una riunione ufficiale della commissione nazionale di garanzia del partito.

È successo lunedì pomeriggio, due giorni fa. Quando, nel bel mezzo di un incontro apparentemente di routine, il presidente dell’organismo Luigi Berlinguer ha gelato i presenti col ragionamento che segue: «Visto che tira un’aria da campagna elettorale, stiamo attenti a quello che potrebbe succedere da qui a breve. E soprattutto, evitiamo di farci scavalcare dagli eventi com’è capitato mesi fa con il caso Penati».

Pier Francesco Guarguaglini

Di fronte allo stupore degli altri membri della commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione ha chiarito di riferirsi all’inchiesta che riguarda Enav e Finmeccanica. Quella condotta dalla procura di Roma, i cui verbali hanno riempito nelle ultime settimane le pagine dei quotidiani, arrivando a colpire (mediaticamente, per adesso) soprattutto Pdl e Udc.

Difficile fare congetture sull’uscita di Berlinguer, che nella sua carriera è stato anche componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Ma due altre stranezze, sulla riunione della commissione di garanzia che ha avuto luogo al Pd quarantott’ore fa, vanno registrate. La prima è tutta nella confidenza che fa al Riformista uno dei componenti del gruppo: «A differenza di quanto accade prima delle nostre riunioni, a quella di lunedì ci avevano pregato di venire tutti. Un po’ strano, soprattutto se si pensa che all’ordine del giorno c’erano il Pd di Tivoli e i mal di pancia contro Debora Serracchiani in Friuli». La seconda è che, effettivamente, alla riunione presieduta da Berlinguer si presentano tutti. «Anche chi», aggiunge la fonte, «di solito marca visita».

Pensava alle «strane voci» sul caso Enav-Finmeccanica chi, dentro il partito, si è premurato di avere la commissione di garanzia riunita al gran completo? E soprattutto, si domanda un alto dirigente del Pd, «davvero rischiamo che la macchina del fango abbia gli strumenti per chiamare in causa qualcuno di noi sull’inchiesta di Roma?». Domande che, per adesso, non hanno alcuna risposta.

Nel frattempo, all’interno del Pd, la tensione rimane alta. A Pier Luigi Bersani, ad esempio, non sono piaciute affatto alcune «fughe in avanti» nel dibattito che s’è aperto all’indomani della nascita del governo Monti. Da alcune dichiarazioni di Stefano Fassina alla richiesta di dimissioni dello stesso responsabile economico del partito, messa nero su bianco la settimana scorsa dall’area dei liberal di cui fa parte anche Pietro Ichino. Per questo il segretario ha chiesto una specie di moratoria. E l’ha fatto nella relazione alla riunione della segreteria del partito, andata in scena ieri al Nazareno. «Siamo in un momento molto delicato», è stata la premessa del leader. «Di conseguenza, pregherei ciascuno di voi, compresi gli alti dirigenti, di lasciare che sia solo io nelle prossime settimane a fissare pubblicamente la linea del partito». Un modo come un altro per dire, a suocere e nuore, che «il timone lo tengo io». Almeno fino a che non sarà passata la buriana.

L’aria di tempesta, infatti, si respira ancora. Il responsabile cultura Matteo Orfini, bersaniano doc, l’ha ribadito ieri, arrivando anche a ventilare l’ipotesi di un congresso anticipato: «Sono state settimane in cui la conflittualità interna, anche su temi decisivi, è stata molto alta. Se dobbiamo andare avanti così – è stata la subordinata di Orfini – meglio fare chiarezza una volta per tutte. Se serve, anche convocando un congresso». Ipotesi che, al momento, viene scartata dalle minoranze. «Le scelte quotidiane nel sostegno alle misure del governo Monti», ha scritto Beppe Fioroni in una nota, «segneranno la differenza tra chi si impegna per l’interesse del Paese e chi invece si interessa ai fatti suoi».

Quella partita a scacchi tra Bersani e Monti. «No a Letta. Amato? Non lo indica certo il Pd»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 novembre 2011)

«Professore, il Pd sosterrà il suo governo ma non indica alcun ministro. Se vuole mettere dentro Amato bene, ma non lo indichiamo noi. Quando a Letta…». Il rebus del governo è tutto nelle parole che Bersani dice a Monti.

Gianni Letta sì, Gianni Letta no. Giuliano Amato dentro, Giuliano Amato fuori. Governo tecnico, semi-tecnico o con qualche innesto politico di peso. Il gigantesco rebus che ha portato Mario Monti a rinviare a stamattina il taglio del nastro dell’esecutivo è tutto nella consultazione del presidente del Consiglio incaricato col Partito democratico.

Va avanti da giorni, il gioco di rimbalzi tra il quartier generale del Pd al Nazareno e il Professore. Da quando quest’ultimo, prima delle dimissioni di Berlusconi, aveva lasciato intendere la sua volontà di avere «qualche politico nella squadra». Uno per polo. Uno del Pdl, che viene immediatamente individuato in Gianni Letta. Uno del Pd, che sembra essere – stando alle preferenze dell’ex commissario europeo – Enrico Letta. E uno del Terzo Polo, da individuare in una personalità di altissimo profilo. Pier Ferdinando Casini o Gianfranco Fini, insomma.

È Bersani a frenare. Già da sabato scorso. Il segretario, che riesce a portare sulla sua linea il gotha del Pd, chiude alla possibilità di indicare un democratico doc per il governo. E soprattutto prova a sbarrare la strada a Gianni Letta. Sia chiaro, l’argomentazione bersaniana non è campata in aria. «Presidente», dice a Monti prima che la Camera licenzi la legge di stabilità, «saremo i primi sostenitori di questo governo. Ma per noi è difficile dare il via libera al dottor Letta, che rappresenta uno dei personaggi chiave di quel Pdl che abbiamo combattuto e continueremo a combattere».

La partita, come dimostrano i totoministri che straripano di tecnici, sembra chiusa. Invece le voci sono solo specchietti per le allodole. Perché il problema che emerge nelle triangolazioni incrociate Palazzo Giustiani-Quirinale-Pdl-Pd-Terzo Polo è molto semplice: «In ministeri come gli Interni e gli Esteri non ci possono andare uomini con un pedigree esclusivamente accademico. E questo vale anche per chi, a Palazzo Chigi, prenderà la delega sui servizi segreti».

E si arriva a ieri. All’incontro tra Mario Monti e la delegazione del Pd. Quella in cui Bersani ribadisce al premier incaricato la sua difficoltà a dare il via libera a Gianni Letta. La stessa in cui il leader dei Democratici torna ad affrontare la questione Amato. «Se per lei va bene, per noi Amato va benissimo. L’unica cosa è che non lo indichiamo noi», è il senso del ragionamento bersaniano. Lo stesso con cui «Pier Luigi» ribadisce che il governo deve aver un profilo «puramente tecnico».

Nelle ore successive, come in una partita di calcio che s’infiamma nel finale dopo esser apparentemente filata via liscia verso un pareggio, saltano gli schemi. Bersani sale al Quirinale. E i dipietristi, gli stessi che sono stati convinti proprio dal segretario del Pd a sostenere il governo Monti, lo affiancano nella sua battaglia. Basta citare per tutti Leoluca Orlando: «Se nel governo tecnico ci fosse un Letta, sia che si chiami Gianni oppure che si chiami Enrico, noi diremmo no». La musica è diversa nel Terzo Polo. Sia Casini che Fini danno il via libera all’ingresso nel governo di Letta e Amato. Di più, “Pier” e “Gianfranco” iniziano a riflettere sul nome del terzopolista di peso da far inserire nella lista del Monti I. «È uno di loro due», spiega un autorevole esponente dell’Udc. «Uno tra Casini e Fini».

Morale della favola? Alle 19, i nomi di Letta, Amato e del Mister X terzopolista (favorito Casini) sono in campo. Alle 20 scompaiono dalla lista. Per poi ricomparire alle 21 e riscomparire alle 21.30, quando il Riformista va in stampa. L’ex presidente del Senato Franco Marini, che di nascite di governi ne ha viste un bel po’, azzarda: «Qualche politico di peso ci vuole. Secondo me, questo governo nascerà nella notte».

Mario Monti, intanto, s’era già presentato alla conferenza stampa fissata a Palazzo Giustiani. «Le parti sociali hanno dato la propria disponibilità a contributi concreti che possano causare sacrifici parziali per il bene comune», è stata la sintesi degli incontri con le parti sociali. E poi, rivolto ai cronisti: «Grazie per l’attenzione e la pazienza con cui avete seguito questa gestazione». Nulla di più. S’è voltato e s’è incamminato verso la notte decisiva. Quella in cui l’ultimo rebus sull’esecutivo sarà risolto. Quello in cui gli interrogativi su Letta, Amato, Casini e la natura tecnica o semi-tecnica del Monti I troveranno risposta certa.

Written by tommasolabate

16 novembre 2011 at 10:28

«Pochi mesi» o «fino al 2013»? Nel Pd c’è tensione sulla durata del governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 novembre 2011)

Gli ultimi ad arrendersi sono stati Veltroni e Letta, i più convinti sostenitori della teoria secondo cui «i politici sarebbero dovuti entrare nel governo d’emergenza». Nel braccio di ferro sotterraneo andato in scena dentro il Pd, per ora passa la linea di Bersani: «I ministri saranno solo tecnici». Ma c’è tensione sul voto anticipato.

E dire che il tira e molla all’interno dei Democratici va avanti da venerdì scorso. Da prima, cioè, che anche Mario Monti manifestasse la sua preferenza ad avere nella squadra qualche politico di peso. «Walter» ed «Enrico», che negli ultimi giorni sembrano gli esponenti del Pd meglio sintonizzati con le antenne del Colle e con quelle del premier incaricato, l’avevano spiegato al segretario: «Pier Luigi, guarda che Monti preferisce averli, i ministri politici».

Bersani ha ascoltato le ragioni dell’ex leader e quelle del suo vice. Poi, citando i veti che arrivavano da Berlusconi, ha impresso lo stop: «Non possiamo mica muoverci da soli». Una spiegazione che, nel pomeriggio di sabato, «Pier Luigi» aveva opposto anche al premier in pectore: «Noi ci sentiamo garantiti da lei, presidente. Non abbiamo bisogno di altro».

Per il Pd, insomma, la partita dei ministri politici si può considerare chiusa. Lo dice Massimo D’Alema, rispondendo alle domande di Lucia Annunziata a In mezz’ora: «Per noi deve essere un governo tecnico, senza uomini dei partiti. Ma questo non è un disimpegno. Daremo il sostegno a Monti con tutte le nostre energie». Lo conferma anche uno dei principali esponenti della minoranza interna, Beppe Fioroni: «Al 99,9 per cento siamo tutti d’accordo sul governo esclusivamente tecnico. E questo, secondo me, può anche essere un segnale di forza. Il dibattito sui ministri politici rischiava solo di incasinarci la vita». Come ha capito perfettamente anche Mario Monti. Che in serata, al termine del primo giro di consultazioni, ha ribadito la volontà di avere dei politici in squadra precisando però che «capirei i loro no».

Eppure, nonostante il tormentone sulla natura del governo sia destinato a eclissarsi, dentro il Pd la tensione rimane alta. Colpa dei sospetti incrociati che circolano tra i Democratici sulle reali intenzioni di sostenere il governo fino alla fine della legislatura. Sul punto Monti ha rotto tutti gli indugi e tolto ogni residuo di ambiguità: «L’orizzonte temporale in cui il futuro governo si colloca è da oggi alla fine della legislatura». Certo, ha precisato, «è ovvio che il Parlamento può decidere in qualunque momento che l’esecutivo non è più degno della sua fiducia». Ma attenzione. «Se però venisse prefissata una data al di qua del 2013», ha scandito l’ex commissario europeo, «questo toglierebbe credibilità all’orizzonte del governo. E non lo accetterei».

Basta confrontare le parole del prossimo presidente del Consiglio con quelle messe a verbale dal responsabile economico del Pd Stefano Fassina per intercettare la buriana che tornerà a soffiare al Nazareno. Ventiquattr’ore prima della conferenza stampa di Monti, Fassina ha rilasciato un’intervista uscita ieri sul Quotidiano nazionale. Per dire, senza troppi giri di parole, che «questo governo dovrà risolvere le emergenze, calmare le pressioni internazionali e poi portare il Paese al voto». La tempistica? «Qualche mese dovrebbe essere sufficiente».

La posizione di Fassina, ovviamente, non piace né a Veltroni né a Letta, né a Franceschini e nemmeno alla Bindi, tutti ormai sintonizzati sul voto nel 2013. «Dobbiamo smetterla con il gioco dei veti incrociati», spiega il veltroniano Giorgio Tonini. «E soprattutto, visto che in ballo ci sono le sorti del Paese, dobbiamo affidarci a quello che vogliono Monti e il presidente della Repubblica Napolitano. Siamo nelle loro mani». Nessuno, e men che meno Tonini, si spinge fino a una chiamata in correità di Bersani, di cui Fassina è uno dei fedelissimi. D’altronde, dentro il partito, in tanti hanno riconosciuto la «generosità» dimostrata dal segretario nel favorire l’esecutivo Monti scartando il ricorso alle urne. Però i punti interrogativi rimangono. Al pari dei sospetti su chi, puntando sui sondaggi che danno il Pd a un passo dal 30 per cento (come quello di Termometro politico, pubblicato ieri dalla Stampa), potrebbe spingere per chiudere la legislatura nel giro di pochi mesi.

E il totoministri? In attesa dell’incontro tra Monti e la delegazione del Pd, le voci sui “papabili” si sono arrestate. Non quelle su Giuliano Amato, che pare sempre più in pole position per un posto nella squadra.

Written by tommasolabate

15 novembre 2011 at 12:30

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