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Giovanni Galeone, il 4-3-3 e la sinistra perduta.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 23 gennaio 2011)

È tornato Zeman, è tornato Dan Peterson. Lui no, non tornerà. È l’ultimo dei 54 minuti di chiacchierata col Riformista, l’unico momento in cui la voce del Profeta tradisce una punta d’amarezza. «No, non mi siederò mai più su una panchina. Un po’ per la condizione fisica, che comunque è un problema che si risolverebbe chiamando un “secondo” giovane e in forma. Ma soprattutto perché non riesco ad avere più un rapporto con i calciatori. Me ne sono reso conto quattro anni fa, ad Udine. Non li sopporto più, i calciatori. Ormai hanno un potere contrattuale spaventoso, che porta molti di loro a non avere rispetto per la divisione dei ruoli. Scegli di non far giocare uno e quello mica te lo dice in faccia. No, si lamenta col suo procuratore, che poi chiama il direttore sportivo, che il giorno dopo chiama te».

Giovanni GaleonePeccato, non è più calcio per Giovanni Galeone. Il Profeta che tra dieci giorni compirà settant’anni. Dal «suo» 4-3-3 a «quella notte a Vienna con Silvio Berlusconi», dalle partitelle a pallone col «genio» Pasolini all’intuizione su Ibrahimovic, dal «maestro» Liedholm alla «puttanata» sui libri di Prévert portati in panchina. E il Pescara dei miracoli. E il calciatore più forte mai allenato, Blaž Sliškovic, «uno che nel calcio di oggi, con un procuratore dietro le spalle, si giocherebbe il pallone d’oro».

Galeone sfoglia un album dei ricordi lungo sette decenni. E ora che manca poco all’appuntamento con le settanta candeline, scaccia ancora una volta la parola «rimpianto» dal suo vocabolario: «La verità è che non sono mai stato invidioso. Giusto un po’ d’invidia nei confronti degli intelligenti e dei colti. Per il resto, me ne sono fregato dei soldi, della fama e dei successi altrui. Quando ho potuto, ho brindato con lo champagne. Altrimenti mi son sempre andati bene anche il prosecco o la spuma Cirutti».

Impossibile cavarsela dicendo che «in fondo è solo un allenatore di calcio». D’altronde, il suo bouquet di aforismi lo rende più simile al Barney dell’omonima Versione di Richler che a un Guidolin qualsiasi. Ha mandato pubblicamente «affanculo» Berlusconi negli anni 2000, disse che non avrebbe fatto marcare a uomo nemmeno Maradona («Perché mi creerebbe un buco a centrocampo») nel 1989, impose ai suoi atleti solo «allegria e libertà d’azione, come se giocassero sul pavimento di casa» nel 1986 e soprattutto ha sempre ricordato che la zona e il 4-3-3 li fatti prima lui, «e poi Zeman».

La sua storia di giovane emigrato napoletano si fa favola nel 1986. Quando gli scarpini da calciatore sono al chiodo da un pezzo. «La mia fortuna», racconta al Riformista, «era stata allenare le giovanili dell’Udinese. Altra epoca. Trovavi ragazzini che venivano agli allenamenti e ti dicevano: “Mister, ma sa che ieri ho visto il Bruges, giocavano con 5 difensori, 2 centrocampisti e 3 punte?”. Sperimentavamo, provavamo». A furia di provare e riprovare viene fuori il 4-3-3, con cui il Profeta fa girare la Spal dall’83 all’86. «Gustinetti, Bresciani e Trombetta avanti. Dietro di loro tre mezz’ali vere». Nel 1986 è l’ora di Pescara. «Giocavamo a zona solo noi e il Parma di Arrigo Sacchi. Solo che la mia era una squadra costruita per non retrocedere. Arrivammo primi». Il battesimo in serie A, l’anno dopo, è a San Siro contro l’Inter. «Vincemmo per 2 a 0. Ricordo ancora che la sera finii a discutere con Sivori alla Domenica sportiva. Il grande Omar sosteneva che chi giocava a zona era destinato a retrocedere. Io risposi che di 40 squadre che retrocedevano ogni anno, almeno 39 giocavano a uomo. Ti credo, a zona giocavamo solo noi…». Oggi tutto il calcio è la rivoluzione di Galeone. «L’unico da cui un po’ ho copiato è stato il grande maestro Nils Liedholm. No, Zeman no. Lui è arrivato dopo di me».

IL PAPA’ DELLA RIVOLUZIONE. Il Pescara di Galeone è leggenda ancora oggi. «Non c’erano grandi soldi, per cui fummo costretti a sacrificare i due “gioielli” che erano stati protagonisti in serie B. Rebonato e Bosco», racconta il Profeta. In società fa il suo ingresso l’imprenditore Pietro Scibilia, che con la sua «Gis» sponsorizzava le pedalate di Francesco Moser. «Cominciammo a girare nei migliori hotel. Le divise, elegantissime, le produceva una nota azienda abruzzese, da cui si serviva anche l’Avvocato Agnelli. Romeo Anconetani, presidente del Pisa, diventava matto quando le vedeva. Una volta mi disse: “Ma dove cazzo le prendete queste sciccherie qua?”». La squadra diventa uno squadrone. Undici uomini, di cui due star: il pluri-blasonato brasiliano Junior e soprattutto il bosniaco Sliškovic. «Leo Junior era già stato in Italia, al Torino. Ma con Gigi Radice s’era trovato malissimo. Lo convinse il suo grande amico Zico», ricorda il mister, «a venire a Pescara. “Vai da Galeone ché è tutta un’altra musica”. gli disse. Lo vedo ancora, Junior. Ragazzo generosissimo. È venuto dal Brasile per giocare una partita di vecchie glorie per i terremotati dell’Aquila».

I PIEDI DI SLISKOVIC. Quando gli si chiede chi è stato il giocatore più forte mai Blaz Sliskovicallenato, Galeone risponde senza esitazioni. «Sliškovic. Mai vista una mezz’ala con quel tocco di palla. A Marsiglia l’avevano scaricato per lanciare Abedì Pelè. Quando venne da noi, dopo un’amichevole estiva, Liedholm mi disse: “Giovanni, ma dove l’hai preso questo qua?” Giocasse nel calcio di oggi, con un Moggi qualsiasi alle spalle sarebbe da pallone d’oro». A Pescara segna 8 gol in 23 partite. Poi l’oblio. «“Baka” non raccolse quel che meritava. Anche per colpa della guerra. Lui era un bosniaco, la nazionale jugoslava venne cancellata e per lui cominciò il declino. Peccato, davvero un peccato. Soprattutto perché era ed è un ragazzo serio, una persona splendida. Se lo sento ancora? Certo, chiama sempre per farmi gli auguri durante le feste».

LA PUTTANATA DI PREVERT. Accanto al Galeone «maestro del calcio champagne», emerge il Galeone intellettuale. Il mister «di sinistra», l’acuto divoratore dei libri di Camus e Sartre. Il «Profeta», insomma, che porta Prévert in panchina. «Ma quella era una puttanata», sorride oggi a tanti anni di distanza. «In panchina portavo le Marlboro, mica Prévert. Successe tutto perché dissi a un giornalista che leggevo gli autori francesi. E quello tirò fuori questa storiella». E poi, «il mio calcio era soprattutto allegria. Al contrario di Prévert, che era uno scrittore triste». Gli ideali di sinistra no, quelli erano e sono autentici. Galeone nasce da una famiglia benestante e liberale. «Papà era un ingegnere, non mi è mai mancato nulla. Però da casa sono andato via subito, senza mai chiedere nulla. Nel Dopoguerra ho visto la fame, quella vera, negli occhi della gente. E una sinistra che, nonostante momenti drammatici come i fatti d’Ungheria, è sempre stata unita. Adesso non è più così. Oggi la sinistra, di fatto, è quasi inutile. Infatti Berlusconi è ancora là da quindici anni». Speranze? «I comunisti di una volta erano un’altra cosa. Avesse avuto un Berlinguer da sconfiggere, Berlusconi non avrebbe vinto manco uPier Paolo Pasolinin’elezione. Oggi però i comunisti non ci sono più. O meglio, esistono solo nelle fantasie del presidente del Consiglio». Quel che vede, a Galeone, non piace. Neanche in politica. «A sinistra litigano, fanno un’opposizione “contro”. Però non hanno una proposta politica seria da fare al Paese. Prendiamo Vendola, che pure sembra uno serio e intelligente… Ma che cosa ha da proporre? Spero che le cose cambino». In fondo, sono riflessioni di chi ha visto da vicino anche Pier Paolo Pasolini. «Fine anni ’60. A Grado lui stava girando Medea con la Callas. Noi – io, Capello, Reja, Sormani – passavamo le estati là, anche per fare le sabbiature. Giocavamo a pallone, e Pier Paolo era fortissimo. Ma la cosa che mi rimase più impressa successe nello spogliatoio. Quando Raf Vallone, che pure era una star internazionale, ascoltava le parole di questo grande intellettuale a bocca aperta».

TRA BERLUSCONI E MORATTI. All’alba dei settant’anni, Galeone vive tra Udine e Pescara. Per lui, che ha innaffiato di calcio champagne le piazze di provincia (Pescara e Perugia su tutte) e ha lanciato per primo l’allarme doping («Fui il primo a parlare di Epo»), non c’è mai stata una “grande”. «Moratti mi chiamò due volte. La prima, nel 1995, disse però che mi stimava troppo per affidarmi una squadra che lui stesso non riteneva all’altezza». Con Berlusconi fu diverso. «A Vienna, nel 1990, la sera della finale vinta dai rossoneri contro il Benfica, mi ritrovo a passeggiare con Sacchi verso il loro albergo. In hotel, erano le 3 di notte, troviamo Berlusconi che parlava con altri giocatori, tra cui Massaro. Quando il Cavaliere mi vede chiede ad Arrigo: “Non ti dispiace se parlo un po’ col mister Galeone, no?”. Discutemmo di pallone fino alle 5 di mattina. Alla fine Berlusconi mi disse: “Galeone, mi telefoni. Ho dei grandi progetti per lei”. Non l’ho mai fatto».

Un decennio più tardi, quando si trattò di difendere il ct Zoff dal j’accuse berlusconiano dopo la finale dell’Europeo persa contro la Francia di Zidane, il Profeta disse pubblicamente: «Avesse detto quelle cose a me, l’avrei mandato affanculo». Oggi al Milan c’è un suo allievo, Allegri. «Volete sapere com’era Max da calciatore? Primo, intelligente. Secondo, credo che non abbia mai messo piede in una discoteca. Terzo, non l’ho mai visto con una donna che non fosse bellissima, intelligentissima e ricchissima. Adesso lo sento almeno una volta a settimana. Mi dice che al Milan è molto contento, che là si lavora benissimo». Però è un peccato che, nell’anno del signore 2011, questo non sia più un calcio per Galeone. «Questo pallone s’è ripreso lentamente dopo essere stato mortificato per 10 anni dal 4-4-2 dei falsi imitatori di Sacchi. Per un decennio il calcio è stato prendersi a calci a centrocampo, nulla di più. Il più forte oggi? Ibrahimovic, sui cui avevo puntato nel 2001. Una sera telefono al mio secondo a Pescara, Marco Giampaolo. E gli dico: “Accendi la tv e vedi che cosa sa fare il centravanti dell’Ajax, quello alto. Poi fammi sapere”. Oggi però il pallone è scaduto. In serie A arriva gente che vent’anni fa non l’avrebbe vista manco col binocolo. Allora in difesa c’era gente come Maldini e Baresi. Negli ultimi tempi, invece, Chiellini e Materazzi sono stati considerati tra i difensori più forti d’Italia. Non so se mi spiego…». Irriverente e spumeggiante come il Barney dell’omonima Versione di Richler. Un «Profeta» anche in patria. Galeone Giovanni da Napoli, tra dieci giorni settantenne. Rimarrà ancora l’idolo dei cultori del calcio gourmet. Ma non allenerà più. Potendo, berrà ancora champagne. Altrimenti s’accontenterà di prosecco o della spuma Cirutti. Senza rimpianti e senza invidia. Mai. Auguri.

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Written by tommasolabate

10 aprile 2011 at 12:20

Corrado Orrico. Il Maestro di Volpara e la sua gabbia.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 luglio 2010)

«La struttura della Gabbia riproduce quella di un campo di calcio, di dimensioni ridotte e variabili, ma in cui la presenza di barriere (originariamente una gabbia, appunto) impedisce l’uscita del pallone dal campo di gioco. Queste barriere, oltre a poter variare per dimensioni e materiali, possono interessare solo i bordi del campo oppure creare anche una sorta di soffitto che copra lo stesso». (Dalla voce «Gabbia (calcio)» di Wikipedia).

«In the 1990s, Juventus (with Gigi Maifredi) and Inter (with Corrado Orrico) both tried to revoluzionize their teams with supposedly spectacular systems of play. Both experiments ended in a disaster». (John Foot, A history of Italian football, 2006, pagina 221).

È bastata una frase smozzicata. Un inciso. Una di quelle cose che, se riportate per iscritto, finiscono all’interno di un periodo lungo, inesorabilmente confinate tra due virgole. L’ha detta Rafa Benitez, il nuovo allenatore dell’Inter, quella Frase che, per quello che evoca, ha acquisito dignità da effe maiuscola. Smozzicandola, ovviamente. E facendola piombare nel caldo torrido di una normale conferenza stampa di metà luglio: «Recupereremo la gabbia e la palestra».

Ora chiunque non mastichi (o non smozzichi) di cose di pallone non può sapere, nel momento in cui s’imbatte davanti alla tivvù nel faccione tondo del mister spagnolo, che quest’ultimo ha appena menzionato la parola «gabbia» nell’unica accezione in cui la stessa non dà l’idea di «prigione», di «costrizione», di «servitù». Ma, al contrario, di «fantasia», di «bellezza». Di «libertà», insomma. Perché la gabbia di cui ha parlato Benitez in quell’inciso – «Recupereremo la gabbia e la palestra» – è legata agli schemi di un profeta del calcio di vent’anni fa. Un profeta fallito. Corrado Orrico.

UN PROFETA DI PERIFERIA. Quando arriva all’Inter, nell’estate del 1991, Corrado Orrico è un acclamato santone di periferia. Difese solide e calcio spettacolo. Messa così pare la via di mezzo tra un ossimoro e la perfezione. Il problema è che le sue idee, il cinquantenne Orrico, le ha sviluppate nelle serie minori. Quasi sempre in squadre che finiscono per “-ese”, come succede alle Cenerentole: Sarzanese, Carrarese, Massese, Udinese, Lucchese. Quando Gianni Brera lo battezza «Maestro di Volpara», dal nome del borgo carrarese da cui proviene, il profeta è già a Milano con la lista di richieste da sottoporre all’attenzione del presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, che cercava la risposta interista al sacchismo (nel senso di Arrigo) prodotto da Berlusconi. La richiesta, in realtà, è una sola. E non si tratta del ritocco allo stipendio bassissimo («Da operaio specializzato»), di calciatori da acquistare o di un collaboratore da far assumere a tutti i costi. Tutt’altro. «Per portare qui il mio calcio – dice Orrico – ho bisogno di una sola cosa. Dobbiamo costruire una gabbia». E gabbia fu.

IL MAESTRO DI VOLPARA. È il Primo comandamento del Maestro di Volpara: «La gabbia serve a tante cose: ad affinare la tecnica, a sviluppare i riflessi, a velocizzare il gioco, a migliorare la condizione fisica perché si gioca senza un attimo di sosta e, a livello organico, è un impegno mica da ridere». Al centro tecnico dell’Inter di Appiano Gentile, siamo nel luglio 1991, Orrico perde una settimana insieme a un ingegnere per progettare una gabbia ultramoderna. Il costo finale per la realizzazione dell’opera si aggira attorno ai trecento milioni di lire. «Occorreva», avrebbe raccontato anni dopo il Maestro, un materiale insonorizzato per attutire i rumori e un altro per aumentare la velocità del pallone». Il tutto funzionale all’elaborazione di un calcio pratico come la prosa e musicale come la poesia. Ossimoro e perfezione. Libertà. Ma la squadra mugugna. Perché in gabbia si sta chiusi, perché il pallone schizza come la pallina di un flipper, perché non c’è un attimo di pausa. Walter Zenga, il portiere, fa il capofila degli scontenti. Di quelli che, quando arriva l’ora della gabbia, vengono presi dai conati di vomito. Jürgen Klinsmann, il centravanti campione del mondo con la Germania, resiste anche perché, nelle pause dalla gabbia, almeno lui trova ristoro per l’anima conversando col Maestro di libri d’arte.

LA VISIONE, A LIVORNO. Com’era nata, la gabbia? Orrico ha sempre ammesso di non aver inventato nulla. «Il merito è di quei ragazzini che giocavano sulle spiagge livornesi. Semmai sono stato il primo a scoprire la gabbia e a utilizzarla in modo scientifico negli allenamenti». La Visione risale a un’estate della metà degli anni Sessanta. La Livorno operaia, quella dei portuali e dei figli dei portuali, degli operai e dei figli degli operai, si riversa in brache di tela verso il mare sotto casa. Ci sono le urla di gioia e i ghiaccioli colanti a causa del solleone, le mamme con la borsa di paglia e i papà coi baffoni come quelli di Giuseppe Stalin, i bambini e il pallone. Il Maestro di Volpara, che ancora maestro non era, se li trova davanti, i gabbioni. «Campetti di calcio quasi in riva al mare, in cemento, avvolti da una rete tirata su per evitare che il pallone finisse ogni due minuti in acqua». Eccola, la Visione. In uno di quei campi, ma questo Orrico non lo può sapere, il livornese Armando Picchi, anche prima di diventare il capitano della Grande Inter, trascorreva le sue estati. Leo Picchi, suo fratello, avrebbe poi tramandato la storia di quelle giornate torride ai Bagni Fiume: «Ogni giorno si finiva nella gabbia. Partite interminabili, a piedi nudi. I primi calci erano terribili, perché ti venivano le vesciche. Poi il piede faceva il callo. Potevi chiamarti Mazzola o Suarez, ma dentro la gabbia ognuno perdeva le sue stellette. Se c’era da picchiare, si picchiava. Se c’era da stringere qualcuno sulla rete, lo si stringeva. E pazienza se il dito ci rimaneva dentro».

LA SCOMMESSA. Orrico elabora la Visione avuta nelle spiagge livornesi. E il suo gioco a zona, fatto di una libertà che s’alza in volo da una gabbia, inizia a fare il giro dei campi della Toscana. Carrarese e poi Massese, Camaiore e poi di nuovo Carrara, dove porta la squadra di casa dai dilettanti alla C1. Il miracolo si arresta all’Udinese, dove fallisce nella sua prima esperienza nella massima serie (esonerato dopo ventidue giornate). Ma il Maestro risorge dalle ceneri e torna in auge. Ancora alla Carrarese, poi a Prato, quindi a Lucca, dove lo champagne che sgocciola dal suo calcio consente alla Lucchese di sfiorare la promozione in serie A. È la primavera del 1991. L’Inter di Pellegrini ha già deciso di affidare al Profeta della gabbia le chiavi del dopo Trapattoni e soprattutto il guanto di una grande sfida: superare con un asso di briscola tutte le carte del Milan di Sacchi.

«GABBIA DI MATTI ». Dopo un’estate nella gabbia, la squadra di Orrico si presenta il primo settembre al taglio del nastro del campionato 1991-92. A San Siro è di scena il Foggia di don Pasquale Casillo e Zdenek Zeman, che quel giorno esordisce in serie A. Tutti si aspettano che l’Inter del crepuscolo di Matthaus annienti le neo-promossa. Invece no. Gli uomini del boemo vanno in vantaggio con Ciccio Baiano e i nerazzurri pareggeranno con la riserva Massimo Ciocci. Ma l’uno-a-uno finale del tabellino, da solo, non racconta lo spettacolo di una partita che un tempo si sarebbe detta «ricca di capovolgimenti di fronte». Tiri e parate, tanti fraseggi zero dribbling, tutto collettivo e niente singolo. Il «WM a zona» creato in una gabbia dal Maestro di Volpara contro il calcisticamente eterodosso 4-3-3 del Maestro di Praga. In quarantamila si godono uno spettacolo che pare uscito da una canzone di Sergio Caputo. Una partita swing and soda, con sprazzi di jazz, atmosfere da night club e tanto alcol. Anche se sono le quattro di pomeriggio. Per Orrico, però, l’inizio coincide col declino. La squadra, abituata a giocare a uomo, non digerisce la nouvelle vague zonista. Vince a Roma con la Roma e in casa col Verona. Ma poi comincia a barcamenarsi tra sconfitte e pareggi fino a che, dopo il crollo con l’Atalanta a Bergamo, il Maestro di Volpara saluta tutti e se ne va. A fine partita Amedeo Goria gli porge il microfono della Rai: «In fondo sono i calciatori che vanno in campo. Non pensa che le colpe siano di tutti?». E lui, con quella dignità che può trasformare anche il più piccolo degli uomini in un eroe: «Ringrazio tutti, i giocatori e il presidente. Purtroppo ho fallito. Se me ne vado vuol dire che la colpa è solo mia». È il 19 gennaio 1992. L’Inter di Orrico è pronta per il dimenticatoio. Con l’etichetta fissata da un titolo del “Guerin sportivo”: «Gabbia di matti».

IL MAUSOLEO. I resti della gabbia fatta costruire da Orrico sono sopravvissuti ad Appiano Gentile per anni. Un mausoleo fatiscente alla memoria di una grande illusione. Quando nel 2002 arrivò ad allenare l’Inter, Roberto Mancini chiese che quella cattedrale venisse trasformata in un campetto coperto. E pensare che, pochi mesi prima, la Nike aveva recuperato l’idea orrichiana per la fortunata campagna pubblicitaria in cui i grandi calciatori dell’epoca (Totti, Figo, Ronaldo, also starring Cantona) si sfidavano all’interno di una gabbia, appunto. Oggi, a tanti anni di distanza, Rafa Benitez recupera l’Idea. Infilando un sogno dentro una frase smozzicata. E il Maestro di Volpara, che ora ha quasi settant’anni?

LE CARTE IN REGOLA. È un uomo triste, oggi, Orrico. Come tutti i padri che sopravvivono ai figli. Il suo, di figlio, s’è suicidato l’anno scorso. E neanche la casa di Volpara c’è più. «L’ho messa in vendita», disse in un’intervista al “Tirreno”. «Io non ho debiti, ma vivo con la pensione da operaio e non basta per gestire quella proprietà». E poi, aggiunse, «sto bene perché vivere con il salario di un operaio specializzato mi fa essere più in sintonia con il partito che ho sempre votato». Il ricordo dell’Inter è lontano anni luce. Nessun rimpianto tranne uno, nel cuore del Maestro: «Con il denaro si possono acquistare molti libri. Per il resto ho poche esigenze. Quello che mangio, ad esempio, me lo coltivo da solo». E a uno viene quasi da immaginarselo, Corrado Orrico, negli anni Sessanta. Mentre guarda quei ragazzi giocare a pallone chiusi nei gabbioni. E visto che la scena è ambientata a Livorno, sembra di sentire la voce di Piero Ciampi che canta in sottofondo: «Ha tutte le carte in regola/ per essere un artista/ Ha un carattere melanconico/ beve come un irlandese./ Se incontra un disperato/ non chiede spiegazioni… ».

Written by tommasolabate

11 marzo 2011 at 12:00

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