tommaso labate

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Referendum e voto a novembre. La strategia Pd per tentare il kappaò.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 19 maggio 2011)

Colpire Silvio Berlusconi al ballottaggio di Milano. Affondarlo al referendum sul legittimo impedimento del 12 giugno. La strategia di Pier Luigi Bersani di tendere al Cavaliere lo stesso tranello in cui Bettino Craxi cadde nel 1991 – anticipata ieri dal Riformista – ha incassato ieri il via libera del partito. Durante la riunione coi segretari regionali del Pd, il leader ha ribadito la necessità di alzare il livello dello scontro sui quesiti. Anche perché, è il senso del ragionamento di “Pier Luigi”, l’eventuale sconfitta di Berlusconi sarebbe senza appello.

Ovviamente la partita è complicatissima. Perché manca il traino del referendum sul nucleare (su cui però deve ancora esprimersi la Cassazione). E soprattutto perché il quorum è un obiettivo che manca ormai da un decennio. Eppure Bersani ci crede. «Dobbiamo provarci», ha spiegato ieri nella riunione coi segretari regionali. «È necessario incrociare la campagna dei ballottaggi con quella dei referendum», ha insistito prima che la sua linea venisse ratificata all’unanimità. C’è addirittura un piano di mobilitazione ad hoc, elaborato dalla war room del Nazareno proprio dopo la «svolta» impressa dal segretario sui quesiti: manifesti, gazebo, manifestazioni locali, concerti, spot radiofonici. Tutto per spingere oltre la soglia del 50 per cento più uno la percentuale dei votanti al referendum.

Sull’accelerazione nella strategia referendaria il centrosinistra si trova compatto. Anche perché, come ha spiegato ieri Antonio Di Pietro, «questa scelta rappresenta anche un’apertura alle istanze del Movimento di Beppe Grillo». D’altronde lo ha detto anche il candidato sindaco di Milano, Giuliano Pisapia: «È fondamentale – ha incalzato Pisapia – che i cittadini decidano su temi così importanti. L’esito del referendum di giugno è decisivo». L’eventuale vittoria del centrosinistra a Milano e Napoli potrebbe trainare il quorum. «Una vittoria di Pisapia nel capoluogo lombardo, in termini di affluenza, “vale” almeno quanto l’impossibile riammissione del quesito sul nucleare», ragionava ieri il deputato dalemiano Antonio Luongo conversando con alcuni colleghi su una panchina del cortile di Montecitorio. Sembra una mission impossible. Però è chiaro che, se riuscisse, sarebbe il colpo del ko definitivo per il Cavaliere. «Nell’ultimo anno il premier ha “retto” nascondendosi dietro la certezza che il paese reale, al contrario del Palazzo, sta con lui», ragionano ai piani alti del Pd. «Una sconfitta al referendum, persino un quorum mancato di pochissimo, gli toglierebbero la sua arma principale», aggiungono.

Ma dopo? Che cosa succederebbe se il «piano Bersani» riuscisse? Gli ambasciatori che stanno tenendo il filo dei colloqui tra Pd e Carroccio stanno già mettendo nero su bianco i termini del «dopo-Silvio». Calcolando che il premier, per tenere la Lega nella maggioranza, arriverebbe al passo indietro (in favore di Tremonti), a quel punto ai democrat non rimarrebbe che una strada. Le elezioni anticipate a novembre. Con uno schema che, a quel punto, il Senatùr non potrebbe rifiutare. Quale? Al Nord, il Pd si candiderebbe in alleanza solo con Vendola (e Di Pietro?), senza il Terzo Polo. Lasciando insomma che il Carroccio, che a quel punto si presenterebbe da solo, riesca a riportare a Montecitorio quantomeno la stessa pattuglia di parlamentari che ha oggi. Al Centro e al Sud, invece, Bersani potrebbe testare un’alleanza più larga, quel «centrosinistra allargato» di cui parla da tempo. È un po’ lo stesso schema del Berlusconi del ’94 (Polo della libertà al Nord, Polo del Buon governo al Sud). Solo che, stavolta, quelle geometrie variabili che portarono il Cavaliere al potere, potrebbero segnarne la fine.

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Written by tommasolabate

19 Mag 2011 at 12:32

“Sembra che facciano la gara contro di me”. Il premier incassa l’ultima doccia gelata della Lega

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

Letizia Moratti col premier

Ha passato una giornata intera a rilasciare interviste, il Cavaliere. Alla partenopea Radio Kiss Kiss ha annunciato l’intenzione di stoppare gli abbattimenti delle case abusive. Al Gr1 ha giurato che non punta al Colle. Al Tg5, invece, ha raccontato che l’asticella per considerare le elezioni «un successo» è «strappare una grande città» alla sinistra. Il tutto (anche) per nascondere l’ennesima doccia gelata che ieri è arrivata dal Carroccio.

Nella ristrettissima cerchia delCavaliere hanno il problema di «evitare una rissa interna» a poche ore dall’apertura dei seggi. D’altronde, è quella stessa «rissa» che il premier ha cercato di scongiurare in mille modi, arrivando persino a negare il sostegno telefonico al candidato sindaco delPdl di Gallarate (che, tra l’altro, fa Bossi di cognome) «solo per evitare di urtare la suscettibilità di Umberto, che passa là giornate intere per lanciare la volata alla sua Giovanna Bianchi Clerici».
Ma la misura, per chi conosce bene gli sbalzi d’umore del presidente del Consiglio, è praticamente colma. Soprattutto da quando, ieri, Roberto Calderoli s’è preso la briga di annunciare il rinvio di una settimana del raduno leghista di Pontida, spostato al 19 giugno per consentire a Umberto Bossi di fare «un annuncio epocale».
La «svolta» che ha in mente il Senatur, per il quale sarà necessario un passaggio in Cassazione, riguarda una proposta di legge di iniziativa popolare per il decentramento di alcuni ministeri. «Pensate a quanto il responsabile Saverio Romano sarebbe contento di fare le valigie e spostarsi con tutto il suo dicastero qui a Milano», scherza un autorevole esponente del Carroccio.
La voglia di scherzare, dalle parti del premier, non c’è più. E non tanto perché il decentramento dei ministeri sarebbe una prospettiva talmente lontana da rendere inimmaginabile un parallelo con l’attuale compagine di governo. Quanto perché «Silvio» ha ormai capito che l’alleanza con la Lega – e con essa la maggioranza parlamentare che sostiene il governo – è ormai appesa a un filo. Senza la vittoria di Milano, l’esecutivo è a rischio. E, come nella war room berlusconiana hanno ormai capito, un eventuale successo di Lettieri a Napoli – paradossalmente – finirebbe solo per complicare le cose. «Ve l’immaginate il premier vincente grazie ai voti di Cosentino e sconfitto a casa sua? Pensate a questa scena e provate a capire come potrebbe prenderla l’elettorato della Lega», riflette l’autorevole fonte del Carroccio di cui sopra.
A quarantott’ore dall’apertura dei seggi, i margini di manovra sono ridotti al minimo. Berlusconiha alzato l’asticella

Matteo Salvini

 dello scontro milanese dando man forte alle accuse della Moratti a Pisapia? Il leghista Matteo Salvini, esponente di spicco del Carroccio meneghino (tra l’altro “papabile” per la poltrona di vicesindaco) s’è presentato ai microfoni di Un giorno da pecora per “infilzarla”: «Su Pisapia la Moratti è stata bugiarda». Berlusconi annuncia lo stop alla demolizione delle case abusive a Napoli? «Il premier dovrà parlarne con la Lega. Personalmente, indipendentemente da dove siano collocati gli immobili, sono contrario a fermare abbattimenti già disposti di costruzioni abusive», ha replicato a stretto giro Roberto Calderoli.
Sono due segnali di quanto nel retropalco ci sia rimasto ben poco. Ormai è tutto sotto gli occhi della platea: Berlusconi e la Lega marciano su due binari separati. «A volte sembra quasi che la campagna elettorale la stiano facendo contro di me», ha confidato mercoledì il Cavaliere riferendosi ai continui “smarcamenti” del Carroccio rispetto alla “linea”del centrodestra. La giornata di ieri gli ha dato ragione. Al punto che, nel giro dei berluscones milanesi, si sta addirittura arrivando a sospettare un boicottaggio elettorale ai danni della Moratti. «E se i militanti della Lega non andassero alle urne?», riflette a voce alta un big del Pdl lombardo.

Umberto Bossi

È il segno che, da lunedì, si va in mare aperto. Pubblicamente il presidente del Consiglio continua a ripetere, come ha fatto ieri intervenendo telefonicamente a un’iniziativadel candidato torinese Michele Coppola, che «abbiamo alla Camera una nuova maggioranza coesa, che ci permetterà di fare quello che non abbiamo potuto fare finora per lo statalismo di Fini e Casini». Ma lontano da microfoni e taccuini, il premier ha un’altra verità: «Se non vinciamo Milano, questi faranno cadere il governo a Pontida». D’altronde, l’intervento con cui Bossi ha concluso la giornata politica di ieri dà forza ai più oscuri presagi dei berluscones. «Bisogna parlare di programmi e non di quello che ruba la macchine», ha scandito il Senatur a Gallarate, stroncandola Moratti. E aggiungendo, come se non fosse stato sufficientemente chiaro in precedenza,  che«se non servono a guadagnare voti, meglio non farle certe mossi. Se si comincia a tirar fuori cose personali non si finisce più».

Written by tommasolabate

13 Mag 2011 at 11:25

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