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Le tensioni nel governo, la sfida in Confindustria: Monti potrebbe sospendere le ostilità sull’articolo 18

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 31 gennaio 2012)

C’è uno scontro nel governo, che ruota attorno a Elsa Fornero. E un confronto dentro Confindustria, che riguarda la successione a Emma Marcegalia. E poi una vecchia telefonata di Monti a Bersani. Sono tre indizi che vanno verso un’unica direzione: l’articolo 18 rimarrà fuori dalla riforma del welfare.

Abrogarlo? Mantenerlo in toto? Oppure, come sosteneva ieri Repubblica, non applicarlo ai neo-assunti, lasciandolo invece in vigore per i lavoratori che ne sono già tutelati? La telenovela sull’articolo 18, che va avanti ormai da due mesi, potrebbe concludersi col finale meno scontato. Quello che però anche l’ala ipermontiana del Pd – di cui fanno parte Enrico Letta e Walter Veltroni – considera a oggi il più probabile. «Alla fine», dice un autorevole esponente dei Democratici, uno di quelli che più s’è speso per far nascere il governo Monti, «non succederà nulla. Quella norma dello Statuto dei lavoratori uscirà molto presto dalla trattativa tra l’esecutivo e i sindacati».

Corrado Passera

La possibile «moratoria» a cui il governo potrebbe ricorrere non dipende tanto dall’unità dei sindacati sul dossier. Non riguarda quindi la posizione di Susanna Camusso, che nel rispondere ieri all’editoriale di Eugenio Scalfari è tornata a sottolineare che «gli anni di Luciano Lama sono lontani» e che «oggi il problema è la precarietà». Né il sostegno che sia la Cisl («Le voci sull’articolo 18 inquinano il clima», ha messo a verbale Raffaele Bonanni) sia la Uil («Il tema più spinoso non è l’articolo 18 ma la disoccupazione», firmato Luigi Angeletti) hanno offerto al leader del sindacato di Corso d’Italia. No. La via della prudenza, che potrebbe diventare la «linea di Monti», ha ben altre radici.

Michel Martone ospite di Agorà

La prima rimanda allo scontro che all’interno dell’esecutivo si sta giocando attorno al ministro del Welfare. Fornero, che qualche giorno fa s’è guadagnata l’appellativo di «fontana che piange» dal sottosegretario Polillo, è impegnata in una serie di duelli dall’esito tutt’altro che scontato. Lo scontro con Corrado Passera, che «Elsina» (il copyright è del suo ex compagno di classe Cesare Damiano) ha reso esplicito con una dichiarazione irritata («Gli dirò di essere meno ottimista»), è il segnale che dentro il governo è in corso una piccola resa dei conti. Tra l’ala più progressista (Fornero) e quella più vicina al centrodestra (lo stesso Passera e Catricalà), tanto per essere chiari. Le avvisaglie ci sono già da settimane, da quando il tandem Passera-Catricalà era salito sulle barricate con l’obiettivo di ottenere (obiettivo poi raggiunto) le dimissioni del prodiano Carlo Malinconico, accusato per l’ormai celeberrima vacanza pagata dall’imprenditore Piscicelli. E non è stato solo questo l’unico terreno di scontro. Fonti della maggioranza sostengono che Fornero, qualche giorno fa, abbia cercato di ricambiare il favore all’ala più vicina al centrodestra provando a chiedere (senza ottenerle) le dimissioni di Michel Martone, reo di aver archiviato alla voce «sfigati» gli universitari che a ventott’anni sono ancora senza laurea.

Bersani-Letta-Franceschini

Le tensioni nell’esecutivo, che riguardano da vicino il ruolo della titolare del Welfare, bastano da sole a sconsigliare interventi hard sull’articolo 18 che, come ha detto il ministro Fornero a Otto e mezzo, «non deve essere preminente ma nemmeno un tabù»? Forse no. E quindi ecco che entra in scena anche la contesa confindustriale sulla successione a Emma Marcegaglia. Una contesa in cui il favorito Giorgio Squinzi – forte del sostegno (come recitava ieri un informato articolo dell’Unità) «di Assolombarda, dei romani di Aurelio Regina, dei genovesi di Edoardo Garrone, dei bolognesi di Gaetano Maccaferri, di buona parte dei varesini e dei meridionali capitanati da Montante, Lo Bello e Coppola», nonché della presidente uscente – si presenta alla sfida con Alberto Bombassei senza chiedere l’abolizione dell’articolo 18.

E così gli indizi, d’improvviso, diventano due. La guerra nel governo, che riguarda da vicino Fornero. E l’indicazione del probabile successore alla guida di Confindustria, che sembra contrario a intervenire sull’articolo 18. C’è una terza storiella, che risale alla mattina del 18 dicembre 2011. Alla domenica, insomma, in cui il ministro del Welfare rilascia a Enrico Marro del Corriere della Sera l’intervista in cui per la prima volta apre alle modifiche sullo Statuto dei lavoratori. Quel giorno, stando a più ricostruzioni, fu Monti in persona ad alzare il telefono per rassicurare Pier Luigi Bersani. E a dire al segretario del Pd che «quelle parole» non rispecchiavano «la linea dell’esecutivo».

Giorgio Squinzi, in pole position nella sfida al dopo-Marcegaglia in Confindustria

Da allora è passato poco più di un mese. E la telenovela continua. Anche se quel finale di cui nessuno parla potrebbe presto sorprendere l’enorme platea di chi trattiene il fiato in vista del nuovo round di colloqui tra governo e sindacati. Da cui potrebbe uscire quella linea che anche un sostenitore dell’abolizione dell’articolo 18 come Sergio Chiamparino, che tra l’altro è molto amico di Elsa Fornero, affidò prima di Natale a un’intervista al Riformista: «È ovvio che quando c’è un simbolo politico di mezzo è sempre difficile avviare una trattativa. A questo punto è meglio concordare di lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo e discutere degli altri provvedimenti su crescita e lavoro. Alla fine ci si renderà conto che l’articolo 18 è meno importante di quel che appare». Disse proprio così, l’ex sindaco di Torino. «Lasciare l’articolo 18 fuori dal tavolo».

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Dietro il Malinconico addio c’è una guerra di due giorni. Il sottosegretario prova a resistere ma Monti (sostenuto da Catricalà&Passera) lo costringe alla dimissioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 gennaio 2012)

Quando a mezzogiorno entra nella stanza di Mario Monti, da cui uscirà dimissionario, Carlo Malinconico sa già che la sua esperienza al governo è finita. E lo sa da lunedì.

Carlo Malinconico

«Sono vittima di un attacco mediatico», spiega il sottosegretario al presidente del Consiglio, anticipando l’adagio che fornirà in serata ai cronisti. Niente da fare. L’ora e mezza di colloquio servono a Malinconico solo a sentire il ritornello che Monti gli aveva anticipato già da lunedì: «Questo governo sta per mettere mano a provvedimenti, su liberalizzazioni e concorrenza, che ci creeranno non pochi nemici. Non possiamo permetterci uno scandalo in casa. Di conseguenza…».

Mario Monti

Dietro i puntini di sospensione del premier c’è un braccio di ferro che va avanti da domenica. Da quando, cioè, sia Il Fatto quotidiano che Il Giornale tolgono dalla naftalina la storia del soggiorno di Malinconico a spese dell’imprenditore Piscicelli. Proprio lui, l’uomo legato ad Angelo Balducci, esponente di spicco della cricca che faceva affari all’ombra della P3. Il sottosegretario nega di conoscere chi si nascondesse dietro i pagamenti delle sue vacanze all’Argentario. L’imprenditore, al contrario, conferma. E il titolare del “Pellicano” di Porto Santo Stefano, interpellato all’Ansa, racconta: «Piscitelli mi chiedeva attenzioni particolari (nei confronti di Malinconico, ndr). Ricordo che mi inviò un fax con indicati i giorni del soggiorno perché voleva per lui proprio il meglio. Intuii», aggiunge l’albergatore Roberto Sciò, «che quello era un regalo speciale».

Corrado Passera

Ma nella partita a scacchi che si svolge dietro le quinte, la stessa che segnerà la sorte del sottosegretario, non c’entrano né ragioni né torti. O, quantomeno, c’entrano solo in parte. Anche perché Malinconico, che sbandiera la sua «buona fede», si batte per rimanere all’interno dell’esecutivo. Proprio mentre una parte del governo – a cominciare dal sottosegretario Antonio Catricalà e dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera – pensa che «lo scandalo» sia tale da costringerlo al passo indietro. È il primo round della sfida. Siamo a domenica sera.

La settimana inizia con Monti che prende tempo. È irritato, il presidente del Consiglio. Soprattutto per «la leggerezza» con cui Malinconico ha affrontato il dossier. Chi preme per il passo indietro del sottosegretario, al contrario, insiste perché si percorra la via più breve. Quella delle dimissioni. Lunedì il suo collega Antonio Catricalà, poco prima di annunciare urbi et orbi il decreto sulle liberalizzazioni, affida a pochi intimi una sensazione che si rivelerà esatta: «Secondo me Malinconico si dimette». E aggiunge: «Si deve dimettere». Dello stesso avviso è Passera.

Antonio Catricalà

Basta questo per considerare il «caso Malinconico» il frutto dello scontro tra l’ala del governo più vicina al centrodestra e un (ormai ex) sottosegretario da sempre considerato vicino al centrosinistra prodiano? Forse sì, forse no. Sta di fatto che, nel momento in cui tutti i politici riservano a Malinconico l’onore delle armi (persino Antonio Di Pietro, che ne apprezza «il gesto nel rispetto delle istituzioni»), dal governo interviene solo Pietro Gnudi. Il ministro per gli Affari regionali scrive un comunicato in cui mette a verbale: «Sono molto dispiaciuto per la vicenda del sottosegretario Malinconico, di cui ho avuto modo di apprezzare, in questo breve periodo, l’intelligenza e la leale collaborazione». Dagli altri membri dell’esecutivo, però, silenzio. Soltanto silenzio.

Nella nota diffusa da Palazzo Chigi dopo le dimissioni si legge che Monti ha espresso «apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato (da Malinconico, ndr) nell’anteporre l’interesse pubblico ad ogni altra considerazione». Malinconico, però, era di un altro avviso. E voleva rimanere. «È stata una decisione sofferta ma convinta, che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede», dice in serata evocando il «crescente attacco mediatico». Un addio carico di rabbia che segna la carriera di un giurista che tre anni fa, pur essendo estraneo al mondo dell’editoria, aveva assunto la presidenza della Fieg dopo essere stato segretario generale di Palazzo Chigi con Romano Prodi.

La delega all’editoria lasciata libera da Malinconico potrebbe finire, dopo un breve interim del presidente del Consiglio, nelle mani di Paolo Peluffo, il sottosegretario che già ha in capo i dossier Informazione e Comunicazione di Palazzo Chigi. A Palazzo Chigi, a sera, non c’è spazio per i sospiri di sollievo. «I provvedimenti sulle liberalizzazioni ci creeranno non pochi nemici», ripete Monti. Provando a scongiurare lo spettro che un altro caso – la casa Inps legittimamente ottenuta dal ministro Patroni Griffi nel 2001 con uno sconto del 30% – non si trasformi in patata bollente.

Written by tommasolabate

11 gennaio 2012 at 10:55

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