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«Pure Gianni Letta ci sta». La tela Pd-Casini sul governo Monti.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’8 novembre 2011)

Alle 21 di sera, quando ciascuno dei leader dell’opposizione ha finito di parlare con Gianni Letta, nel mazzo restano tre carte. E altrettanti possibili premier: Mario Monti, Giuliano Amato e Pier Ferdinando Casini.

Perché quel governissimo che sembrava aver lasciato tutto il terreno all’opzione «elezioni anticipate» – come spiegano ai propri uomini Pier Ferdinando Casini ed Enrico Letta, Massimo D’Alema e Walter Veltroni, Romano Prodi e Gianfranco Fini – adesso torna in auge. Ed è visibile su quasi tutti i radar da sabato pomeriggio. Da quando, stando a quel che risulta sull’asse Pd-Udc, si materializza un colpo di scena. E cioè che «anche Alfano e Gianni Letta», come riassume Casini nei colloqui riservati, «cominciano a lanciare segnali per la “defenestrazione” del Cavaliere e la sua sostituzione con un esecutivo d’emergenza». Ovviamente, a cominciare da Pier Luigi Bersani, sono in tanti a pensare a un bluff. In tanti a chiedersi come sia possibile che persino all’interno della prima cerchia di berluscones ci siano così tanti pezzi da novanta pronti a fare il «grande passo».

In pochi hanno voglia di fare un salto nel buio. Antonio Di Pietro lo dice chiaro e tondo a Dario Franceschini, quando il capogruppo del Pd gli si presenta davanti col foglietto per la raccolta delle firme in calce alla mozione di sfiducia. «Per adesso noi aspettiamo. Voglio vederci chiaro, Dario. E soprattutto teniamo gli occhi aperti. Non è il caso, dopo il 14 dicembre 2010 e il 14 ottobre 2011, di rischiare un flop che manderebbe tutto a monte». Per testare il grado di credibilità dei pidiellini serve una prova. E la prova, o almeno qualcosa di molto simile, arriva all’ora di cena di domenica. Quando le agenzie iniziano a battere la notizia della defezione di Gabriella Carlucci, che lascia il Pdl per passare all’Udc. In molti pensano che si tratti dell’ennesima operazione di Paolo Cirino Pomicino, che delle sorelle Carlucci è amico da una vita. E invece no. La lettura che viene offerta dai alcuni centristi agli scettici del Pd è un’altra: «Allora non avete capito nulla? La Carlucci risponde a Raffaele Fitto e basta…».

A quel punto, e siamo a ieri mattina, la macchina del governissimo è di nuovo in moto. Dal punto di vista del Pd, a cominciare da quello del segretario, manca solo un tassello. Casini deve escludere la possibilità di entrare da solo in un centrodestra allargato e compatto dietro la bandiera di Gianni Letta. Il leader dell’Udc aspetta l’ora di pranzo e poi dichiara: «L’Udc e il Terzo Polo hanno espresso la convinzione che è necessario uno sforzo straordinario delle forze politiche di maggioranza e di opposizione per salvare l’Italia». Maggioranza e opposizione, dunque anche il Pd. E visto che il Pd, come spiega il lettiano (nel senso di Enrico) Francesco Boccia, «non potrebbe mai dire sostenere un governo Gianni Letta», ecco che lo spettro del “doppio gioco” del leader centrista scompare dietro l’orizzonte. Lasciando in piedi le altre tre ipotesi: Monti, Amato e, da ultimo Casini stesso. Sulla carta tutti e tre – è la risultante dei tanti vertici che hanno scandito il tempo della giornata di ieri – hanno il potenziale sostegno di Pd, Terzo Polo e Pdl de-berlusconizzato (con le incognite di Idv e Lega tutte da verificare). In realtà, però, solo la prima – e cioè Monti – ha reali possibilità di decolare a stretto giro.

Rimangono due incognite. E non sono di poco conto. La prima riguarda la giornata di oggi, in cui il blocco dell’opposizione ha intenzione di sferrare l’attacco finale al premier. Il no (tattico) sul rendiconto rimane un’opzione. Da tirare fuori nel caso in cui il pallottoliere degli anti-Silvio (il rischio sorpasso di gioca su tre deputati: Milo, Buonfiglio e Pittelli) abbia bisogno di una «spintarella» per mandare in minoranza il Cavaliere.

Il seconda incognita è il Pd. La stragrande maggioranza dei giovani della segreteria Bersani, che temono un’operazione che guardi a Mario Monti come candidato premier del futuro centrosinistra allargato all’Udc, propende per il voto anticipato. Al punto che numerosi fan del governissimo, come Letta e i lettiani, hanno avvertito il segretario. Della serie, «se il Pdl sostiene un esecutivo Monti, non possiamo essere noi a tirarci indietro». Perché a quel punto, «il partito si spaccherebbe in due». E la coalizione pure.

E non è tutto. Che cosa succederebbe se Di Pietro e Vendola cominciassero ad attaccare il governo d’emergenza e rifiutassero di far parte (per Sel il problema sarebbe diverso, visto che non sta in Parlamento) di una maggioranza insieme a pezzi del Pdl? Succederebbe quello che un autorevole esponente del Pd spiega a microfoni spenti in tarda serata: «Se Berlusconi dicesse sì al governo d’emergenza, i primi a dividerci saremmo noi. Mica il Pdl…».

Written by tommasolabate

8 novembre 2011 at 12:45

Quel pomeriggio di un giorno da cani. A Montecitorio.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 aprile 2011)

«Che cos’è il genio?», si chiedeva il “Perozzi” (Philippe Noiret) in Amici miei prima di magnificare l’ennesimo scherzo elaborato dal “Necchi” (Duillio Del Prete). «È fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità di esecuzione!». Il “Necchi” che ieri ha mandato ko la maggioranza è il segretario d’Aula del Pd, Roberto Giachetti.
Aula di Montecitorio, interno giorno, ore 10,25. Quando chiede la parola a inizio seduta, nessuno immagina che Giachetti stia per mettere insieme «fantasia, intuizione, colpo d’occhio e velocità d’esecuzione», i quattro elementi di un menù parlamentare che trasformerà il 31 marzo del 2011 nell’ennesimo «giorno da cani» della maggioranza. Nel suo intervento il deputato del Pd chiede che dentro il «processo verbale» di cui è appena stata data lettura rientrino alcune performance in cui si era prodotto Ignazio La Russa il giorno prima. «Nel pieno del suo intervento il collega La Russa, rivolto ai colleghi del Pd, affermava che siamo dei conigli», dice. «Chiedo almeno che rimanga agli atti della Camera e soprattutto dentro il processo verbale (…) una frase del genere, che per quanto mi riguarda qualifica il Ministro», insiste.
Sembra una goccia nell’oceano degli atti parlamentari. E invece l’intervento di Giachetti è la biglia che, magicamente, manda in tilt il flipper pidiellino, leghista e responsabile. Meno di venti minuti dopo, infatti, la maggioranza è in un angolo. Per la prima volta nella storia della Repubblica, la Camera boccia il processo verbale del giorno prima. In teoria non significa nulla. In pratica, però, l’opposizione guadagna le ore (preziose) per ricacciare in alto mare il processo breve. Gli attimi prima della chiusura della votazione sono un inferno. Fini si sgola: «Prego i colleghi di prendere posto e di votare. Il Ministro Brunetta ha votato? Il Ministro Fitto ha votato? Ministro Alfano, prego. Dichiaro chiusa la votazione». L’ultimo secondo è fatale al guardasigilli, che sbaglia a inserire la tesserina per votare nell’apposita fessura e poi, con un gesto di stizza, la lancia contro Di Pietro. Ed è fatale anche alla Prestigiacomo, che si volta furibonda verso la terza carica dello Stato (i due, un tempo, si volevano bene assai). «No, no», grida Stefy a Gianfry, chiedendogli implicitamente di tenera aperta la votazione. «Gli ha gridato “stronzo”, Prestigiacomo ha gridato “stronzo” a Fini», giurano dai banchi dell’opposizione (attendesi il resocondo definitivo, oggi). Game. Set. Match. Il presidente della Camera decreta: «Onorevoli, la votazione è stata dichiarata aperta oltre ogni limite. La Camera respinge, a parità di voti».
Dai banchi del Pdl, il tarantino Pietro Franzoso grida nei confronti di Fini frasi che le vecchie educande avrebbero definito «irripetibili». Il presidente della Camera viene colpito da una copia del Corriere della Sera, mentre una palletta di carta lo manca di poco. «Non sono stato io, erano da dietro», sbraita Franzoso. I boatos (giustizialisti) incolpano le berlus-blondies Castiello Giuseppina da Afragola e Mannucci Barbara da Roma. La prima per il lancio del giornale, la seconda per la palletta di carta.
Ma anche nel più tragicomico degli spettacoli può spuntare una scena tra il misero e il becero. Succede quando, dopo un intervento di Italo Bocchino, Osvaldo Napoli perde la testa e si dirige verso l’assistente della deputata Ileana Argentin. «Tu non puoi applaudire, capito?», dice il berlusconiano piemontese. «Che succede? Che c’è, onorevole Argentin? Non capisco, ha chiesto di parlare, onorevole Argentin?», dice Fini dallo scranno più alto. «Mi hanno rotto anche il microfono! Si è appena avvicinato un collega per dire al mio operatore che non deve permettersi di applaudire» (Argentin). «E ha ragione», sbraita il leghista Polledri. «Ma come si permette!» (Fini a Polledri). «Allora ricordo all’Aula che io non muovo le mani…» (Argentin). «Invito il collega che ha proferito la parola a scusarsi. Onorevole Polledri, si scusi o chiarisca» (ancora Fini). Alcuni deputati del Pd bloccano il collega Michele Meta, amico di una vita di «Ileana», che prova a raggiungere i banchi della maggioranza. Dai banchi del Carroccio parte un «handicappata del cazzo» riferito alla Argentin. Che conclude: «Non desidero le scuse di nessuno. Credo che lei mi conosca abbastanza per sapere che non strumentalizzo mai queste cose. Ma se desidero applaudire un mio avversario, lo faccio come credo e quando credo. Se non lo posso fare con le mie mani, lo faccio con le mani di chiunque». Applausi. Sia Polledri che Napoli, quest’ultimo anche in Transatlantico, si scusano.
La giornata nera del governo si fa nerissima nel pomeriggio, quando il processo breve scompare dai radar. «Questi del gruppo del Pdl so’ proprio incompetenti. Si sono fatti fregare ancora», è l’analisi del “responsabile” Francesco Pionati. Tutto per “colpa” del processo verbale e dell’intuizione di Giachetti. Tutta colpa delle pagine 72 e 73 del resoconto stenografico di mercoledì 30 marzo, il La Russa day. Che – testualmente – dà dei «conigli» ai deputati dell’opposizione e si becca in cambio un doppio «fascista, coglione!». Qualche riga più sotto c’era quella parolina che il ministro della Difesa aveva rivolto al suo ex amico Fini. Per gli atti di Montecitorio è un «va…» (all’indirizzo della presidenza). Ma fior di testimoni, come hanno riportato tutti i giornali di ieri, giurano che quel «va…» era corredato da due effe, una a, una enne, una ci, una u, una elle e una o.

Da Giulietto a Niccolò: i nemici invisibili di Alfano.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di 16 marzo 2011)

Il primo della lista è Giulio Tremonti. A seguire c’è Niccolò Ghedini. Senza dimenticare le «mine vaganti», Umberto Bossi e Roberto Calderoli. È a loro che Angelino Alfano pensa quando, nei colloqui con gli amici, evoca «i nemici invisibili» della sua riforma della giustizia.

Nella decisione del ministro dell’Economia di non lasciare la benché minima traccia nel mastodontico dibattito sulla riforma della giustizia non c’è alcuna stranezza. D’altronde si sa, l’ultimo successore di Quintino Sella non ama parlare di questioni che non siano di sua stretta pertinenza. Ma se stavolta i parlamentari più fedeli ad «Angelino» vedono in «Giulietto» un possibile pericolo, un motivo c’è.

I due non si sono mai amati. E la sfida all’Ok corral sui fondi per l’informatizzazione dei tribunali andata in scena qualche mese va (e vinta ai punti dal titolare della Giustizia) ha raffreddato i rapporti che già tendevano al gelo. Al punto che Alfano, uno più berlusconiano dello stesso Berlusconi, continua a ripetere al Cavaliere che «l’unica tua colpa, presidente, è stata quella di non aver saputo tenere a bada Tremonti». Quel Tremonti di cui il titolare del ministero di via Arenula dice quello che tanti si limitano soltanto a pensare. «Ogni volta che uno dei suoi provvedimenti arriva sul tavolo dei ministri, si presenta soltanto con la copertina», ha raccontato qualche settimana fa «Angelino» a un collega dell’opposizione, evocando la tendenza tremontiana a tenere coperte tutte le sue carte migliori. «Ed è una cosa», ha aggiunto il guardasigilli sorridendo, «che voi del centrosinistra non gli avreste mai permesso».

Ma l’antipatia reciproca può trasformarsi nell’ennesima guerra? È insomma possibile che «Giulietto», come temono ai vertici del Pdl, «usi i suoi poteri magici per ostacolare la riforma della giustizia»? Per adesso si tratta soltanto di voci velenose. Ma se all’insofferenza tremontiana sulla «riforma epocale» si aggiungono le tante perplessità del Carroccio, ecco che l’affaire si complica non poco.

Sulla giustizia i leghisti legati a triplo filo col ministro dell’Economia, a cominciare da Roberto Calderoli, sembrano muti come pesci. Il ministro della Semplificazione, circondato dieci giorni fa dai cronisti alla festa per i venticinque anni del Carroccio, s’era limitato a dodici parole: «Il problema della giustizia italiana è garantire i processi in tempi certi». Nella stessa serata Umberto Bossi, rispondendo a una domanda sul sostegno delle camicie verdi alla riforma epocale, se l’era cavata con una sola: «Sì». Anche Roberto Maroni, che pure con Alfano può vantare buoni rapporti personali, preferisce stare alla larga dalle polemiche. È strano che il ministro dell’Interno si chiami fuori dal dibattito sulla giustizia italiana, no? Com’è strano che uno dei colleghi di partito a lui più vicini, il sindaco di Verona Flavio Tosi, abbia tenuto a precisare: «La riforma della giustizia è necessaria. Ma è pur vero che, fatta in questo momento, può essere male interpretata. Infatti i cittadini – è la teoria che Tosi ha esposto cinque giorni fa a Salerno, durante un convegno – potrebbero pensare che Berlusconi lo fa perché ha dei problemi. Ma la Lega, comunque, darà il suo voto Tremonti e Alfano».

Con l’avvicinarsi della campagna elettorale delle amministrative, e della conseguente competition interna, i distinguo leghisti sulla riforma di Alfano potrebbero moltiplicarsi. Ma la partita è appena all’inizio. Il segretario del Pri Francesco Nucara, veterano del Parlamento e amico del Cavaliere, mette in fila tutti gli indizi: «Secondo me, questa riforma non andrà da nessuna parte. E non solo per l’ostilità di Tremonti e di altri pezzi della maggioranza». Perché nella posta in palio, oltre alle modifiche della Costituzione, c’è anche il dopo-Berlusconi. Nucara è sicuro che alla fine avrà la meglio Tremonti. «Quando l’ho chiamato per il congresso del Pri, non solo è venuto di corsa. Ma, intervistato da Stefano Folli, ha addirittura detto che “il Mezzogiorno deve essere salvato anche con l’aiuto del governo”. Altro che personaggio di primo piano legato alla Lega. Giulio sta studiando da leader nazionale del prossimo centrodestra». Per quella stessa seggiola che, se la riforma andasse avanti e superasse quel referendum che il Cavaliere considera «l’ultima parola del popolo italiano su di me», finirebbe di diritto ad Angelino.

Il fatto che il guardasigilli sia coinvolto in prima persona nella grande partita per la successione a Berlusconi è forse l’ostacolo più duro. Ancor più della sfida fratricida che lo oppone a Niccolò Ghedini. Un altro personaggio tutt’altro che felice dei primi passi della «riforma epocale» voluta dal suo illustre assistito.

Written by tommasolabate

16 marzo 2011 at 12:14

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