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Archive for the ‘Ritratti’ Category

Così cadde nel ’94. Allontanandosi in auto dopo il tradimento di Bossi: «Non è una resa. Io sono come Van Basten»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 14 dicembre 2010)

C’era una volta un «traditore», che Lui allora chiamava «il mio Umbertone», che poche sere prima aveva pasteggiato a sardine e pan carré, e brindato all’imminente caduta del governo con birra in lattina e coca cola. C’era una volta un inossidabile fedelissimo, che Lui allora chiamava «il mio Gianfranco», che pur di non bere il velenoso calice del Giuda continuava a ripetere «Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». C’era una volta l’Aula di Montecitorio, in cui la maggioranza dei deputati aspettava di votare tre mozioni di sfiducia. E soprattutto c’era una macchina che marciava spedita verso il Quirinale. Con un uomo, seduto dietro, che sussurrava: «Non pensate che sia una resa. Io sono come Van Basten». C’era una volta il 22 dicembre 1994. Il giorno della «caduta», che il manifesto dell’indomani avrebbe celebrato con l’ultima beffa all’unto del Signore. E un titolo natalizio: «Tu cadi dalle stelle».

Che fosse arrivato al de profundis, il Berlusconi I figlio del nordista «Polo della Libertà» (Forza Italia più Lega) e del sudista «Polo del Buongoverno» (Forza Italia più An), era chiaro da un mese. Da quando il Cavaliere, alle 21 del 21 novembre, a poche ore dall’inizio della Conferenza Onu sulla criminalità in programma a Napoli, viene informato del celeberrimo avviso di garanzia di cui avrebbe dato notizia, il giorno successivo, il Corriere della Sera. Dieci giorni e sarebbe successo di tutto: la guerra dichiarata di Berlusconi a Oscar Luigi Scalfaro («Il Presidente mi deve sostenere senza tentennamenti e ambiguità»), l’ispezione del guardasigilli Alfredo Biondi nelle stanze del Pool di Mani Pulite, la manifestazione di diecimila forzisti a favore del governo, la vittoria del centrosinistra al ballottaggio di un mini-turno di amministrative, le dimissioni di Tonino Di Pietro dalla magistratura, con quella toga tirata giù al grido di sì, «me ne vado, con la morte nel cuore». Ma visto che nemmeno una guerra mondiale può scoppiare senza un incidente, ecco che spunta, all’esame della Camera, la proposta del presidente Irene Pivetti di istituire una «commissione speciale sul riordino del sistema radiotelevisivo». Quel 15 dicembre del 1994, mentre Fabio Fazio sta consultando gli indici d’ascolto del suo Quelli che il calcio… e Roberto Saviano non è che un quindicenne spensierato (Mauro Masi, un anno dopo, sarebbe diventato lo spin doctor ombra del governo Dini), in sella al cavallo di Mamma Rai nasce un’altra maggioranza. Pds, Ppi e la Lega di Umberto Bossi votano la proposta della Pivetti, che esautora la commissione Cultura di Vittorio Sgarbi e trasforma l’Aula di Montecitorio in un ring. Forza Italia e An sono in minoranza.

Gianfranco Fini invita i suoi a fare il guardiani della rivoluzione del Cavaliere. «Gol-pe, gol-pe, gol-pe», urlano dai banchi di An. «Non partecipo a una votazione che fa nascere una nuova maggioranza che calpesta le regole», sbraita IgnazioLa Russa. LaPivetti è un bersaglio umano. Il ccd Ciocchetti le indirizza per posta prioritaria, scandendolo, un comprensibilissimo «ma vedi d’anna’ affanculo» a cui forzisti e finiani tributano lunghi applausi. Fa ancora meglio Gian Piero Broglia, pasdaran berlusconiano. «Sta zitta, buffona». E ancora: «Qua dentro c’è il primo tangentista della Seconda repubblica. Si chiama Umberto Bossi». Poco più tardi Sgarbi invocherà perla Pivetti«una perizia psichiatrica», da effettuarsi – testualmente – su «quel cervello completamente vuoto». Beccandosi in cambio due libri, quelli che il comunista Nappi gli tira in testa nelle stanze della commissione Cultura.

Dietro la rissa reale, degna dei giganti del wrestling che le tv del Biscione trasmettono ogni domenica mattina prima delle «bombe» pallonare dell’indimenticato Maurizio Mosca, c’è una sola verità. Bossi ha tradito, Berlusconi non ha più la maggioranza. L’Umbertone, però, ha un problema interno. Una parte dei suoi, «colombe» come oggi lo sono nel giro dei finiani che fa capo alla ditta «Moffa, Viespoli&co.», vuole evitare la rottura con Berlusconi. Il loro leader è Bobo Maroni, titolare del Viminale. Che finisce sotto processo accusato dai falchi in camicia verde, capitanati da Francesco Speroni, che fanno quadrato attorno al Senatur: «Berlusconi sta cercando di comprare i nostri parlamentari. Ma noi stiamo con Umberto». Lo stesso Umberto che la sera stessa riceve a casa sua, nella periferia romana, Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione. L’accordo a tre per mandare a casa il Cavaliere di Arcore è sul tavolo. Insieme – nell’ordine – a due scatolette di sardine, pan carré, coca cola e birra in lattina, il menù che un Senatur con frigo vuoto sottopone al palato degli increduli commensali. Le mozioni di sfiducia sono pronte.

La crisi di governo è aperta. Al Quirinale Oscar Luigi Scalfaro ha già avviato un giro di pre-consultazioni istituzionali. Sono i giorni in cui finisce sui giornali la leggenda della chiamata che parte dal Colle e arriva negli uffici della Procura di Milano. «Se dovete fare qualcosa, fate presto». Dall’altro capo del telefono c’è Francesco Saverio Borrelli. Berlusconi è nell’angolo. Tenta una controspallata di piazza ma i suoi «Club della libertà», nel corteo di Milano, non vanno oltre una decina di migliaia di effettivi. E si arriva al dibattito alla Camera. La penultima stazione del calvario del Berlusconi I. È il 21 dicembre. Alle 14, quando inizia la diretta televisiva da Montecitorio, il Cavaliere prende posto tra Maroni e Pinuccio Tatarella. Davanti a sé ha qualche decina di cartelle che leggerà in ventisei minuti contati e un bouquet di citazioni che comprende Jacques Maritain e Abramo Lincoln, don Sturzo e Pietro Calamandrei, Umberto Terracini e UgoLa Malfa. Ilsenso è uno solo: «Bossi è un traditore», impegnato (ma questo passaggio del testo non verrà mai letto) «in un furto con scasso per mere ambizioni di potere». La mozione di sfiducia della Lega? «Uno schiaffo alle regole e una clamorosa offesa al buonsenso e alla fiducia dei cittadini», e ancora «una truffa ai danni degli elettori», e quindi «una clamorosa violazione della Costituzione», «un messaggio devastante per la democrazia», come dire – e qui il pathos del premier raggiunge vette da Mortirolo – «care elettrici, cari elettori, le elezioni non contano un bel niente».

È Berlsconi che parla. Ma sembra l’Ezechiele del passo biblico «25, 17» che Tarantino mette in bocca a Samuel Jackson in Pulp fiction («E la mia giustizia calerà sopra di loro con grandissima vendetta e furiosissimo sdegno»). «Grande rapina», dice Silvio. «Grande scippo», insiste Silvio. «Ricettazione», «autentica truffa», accusa Silvio. Fini lo sostiene come il più fedele degli scudieri. «Oggi – scandisce il leader di An nel suo intervento – non finiscela Prima Repubblica. Oggi finiscela Lega». Le colombe di Maroni, però, hanno capitolato. Il Carroccio, che tradisce in blocco, ha la faccia del Bossi che vira la mano sinistra sull’avambraccio destro e che, guardando Fini, urla: «Tié». Il vecchio leghista Luigi Rossi, 84 primavere alle spalle, scavalca a destra (o a sinistra?) il Senatur. È lui a opporre al leader di An l’intervento più breve della storia del Parlamento. Una parola: «Vaffanculo». Mario Landolfi, finiano, risponde con due, di parole: «Taci, cadavere». Francesco Storace sale a quattro: «Rientra nel tuo sarcofago». Tutto inutile. Le dimissioni di Berlusconi sono già decise. L’appuntamento col Capo dello Stato è fissato per ventiquatt’ore dopo.

In omaggio all’adagio christiano (nel senso di Agatha) secondo cui «nella mia fine è il mio principio», «Silvio» prepara una videocassetta. Con una videocassetta, trasmessa dal Tg4 a gennaio, era sceso in campo. Con una videocassetta, inviata a tutte le televisioni a dicembre, saluta gli italiani chiedendo loro di scendere in piazza contro «il tradimento». Nel Transatlantico di Montecitorio si discute del «dopo». L’opzione Dini, che si materializzerà a inizio anno, non s’intravede neanche nei radar. Al netto della proposta del Pds («Serve un Ciampi bis», mette a verbale D’Alema), l’ipotesi è una sola, un «governo del Presidente». I nomi, invece, sono due: Carlo Scognamiglio, presidente del Senato. O Francesco Cossiga. Quest’ultimo si fa organizzare un incontro con Fini. L’appuntamento è a Palazzo Madama, nello studio del vicepresidente Romano Misserville, un post-missino che anni dopo avrebbe avuto il suo quarto d’ora di celebrità nel governo D’Alema bis. «Caro Gianfranco», scandisce l’ex capo dello Stato, «io non mi presto a formare alcun governo del ribaltone. Vorrei però sapere se da parte vostra c’è la disponibilità ad appoggiare un esecutivo da me presieduto che conduca alle elezioni». Fini, che pure ha un grande debito di riconoscenza nei confronti del Picconatore, scuote la testa: «Caro presidente, mi dispiace ma noi preferiamo Berlusconi. L’ho già detto a Mariotto Segni l’altro giorno: per Alleanza nazionale, Berlusconi innanzitutto, Berlusconi soprattutto». L’ex presidente della Repubblica non insiste più di tanto. Anche perché «Gianfranco» è irremovibile: «Per quanto mi riguarda, le uniche strade percorribili sono il Berlusconi bis o le urne. Ieri ho detto alla Camera chela Legaè finita. Mi sbagliavo. È Bossi che è finito. Con lui io e Silvio non prenderemo più neanche un caffè».

Mentre Fini e Cossiga sono ancora a colloquio, Papa Wojtyla sta scrivendo una lettera a François Mitterrand per chiedergli di «tornare alla fede», Boris Eltsin è alle prese con le polemiche per i raid aerei su Grozny, Alberto Tomba sta dominando lo slalom gigante dell’Alta Badia e il pentito della ‘ndrangheta Cesare Polifroni sta sostenendo di fronte ai magistrati che Riina voleva uccidere Claudio Martelli. Nel frattempo c’è quella macchina, che marcia spedita verso il Quirinale. A bordo ci sono Berlusconi e le sue dimissioni. In testa, il Cavaliere, ha molti pensieri. Uno su tutti : «Si è persa una grande occasione. È come se una squadra avesse comprato un campione da trenta goal l’anno e poi gli arbitri gli si fossero accaniti contro, guardandolo in cagnesco durante ogni partita e fischiandogli sempre il fallo contro. Allora anche la squadra l’ha abbandonato. A me è successo questo». Silvio bomber, come Van Basten. Silvio e la fedeltà di Fini. Silvio e il tradimento di Bossi, la fine di un amore perso che si sarebbe poi ritrovato, anni dopo. Come nei versi di Mariano Apicella a cui spesso lo chansonnier di Arcore ha prestato la sua voce. Ma se adesso ancora lo vuoi / per ritrovar l’amore basta poco lo sai / per ritornare a vivere come prima tu ed io / e per cancellare questo falso addio.

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Written by tommasolabate

24 ottobre 2011 at 17:24

Pingitore story. «Vi racconto il Bagaglino, da Gabriella Ferri a Berlusconi»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del primo ottobre 2011)

Non ha la voce triste. Forse un po’ stanca, quello sì. Ed è la stanchezza di chi sta facendo calare il sipario su una fragorosa risata durata mezzo secolo. E quando sottolinea che «in televisione i miei spettacoli facevano il 40, e a volte anche il 45» – omettendo come tutti quelli “del settore” di specificare «per cento» – in fondo vuole dire che di 100 italiani che stavano incollati davanti al tubo catodico, 40 («e a volte anche 45») erano tutti per il Bagaglino. «Oggi sei considerato un fenomeno se riesci ad arrivare al 16. La televisione vittima dei format è la morte dell’intelligenza. Tutti comprano la prima cosa che arriva dall’estero, nessuno inventa più nulla». Pier Francesco Pingitore, che gli amici hanno sempre chiamato «Ninni», nato a Catanzaro addì 27 settembre 1934, è la voce fuori campo di un film che comincia dalla parola «fine». E che, nel fotogramma successivo, mostra quattro giornalisti chiusi in uno scantinato nella Roma dell’autunno 1965.

«Non ho alcun rimpianto. Tutto quello che volevo fare l’ho fatto. E questa grande storia che è stata il Bagaglino s’è conclusa dopo quarantasei anni», scandisce. E subito dopo, quasi a rimarcare un record di longevità che farebbe impallidire anche Silvio Berlusconi, «me lo dica lei: chi riesce a stare sulla scena per quasi mezzo secolo?». La direzione del Salone Margherita, il teatro nel cuore di Roma che ha ospitato la compagnia di Pingitore fino alla stagione scorsa, ha deciso di chiudergli le porte. «E pensare che anche l’ultima produzione teatrale era finita con un attivo», spiega con una punta di rammarico. La fine di una grande storia. Grandi cosce, grandi tette, grandi culi, grandi risate, grande pubblico. «Da qui sono passati tutti. Una sera telefonarono dall’ambasciata americana perché Jackie Kennedy voleva venire. La segretaria rispose che non c’era posto», ha ricordato l’altro giorno in una battuta affidata al Messaggero. A corollario di un racconto di successo che inizia nel 1965.

LA CANTINA A VICOLO CAMPANELLA. Aldo Moro guida il governo di centrosinistra che evita il collasso dell’economia annunciato da più parti. Pochi mesi prima, a luglio, il presidente della Repubblica Giuseppe Saragat ha tagliato insieme a Charles De Gaulle il nastro inaugurale del Traforo del Monte Bianco. A settembre, quando dall’altra parte del Tevere è cominciata l’ultima fase del Concilio Vaticano secondo, quattro giornalisti affittano una cantina a vicolo Campanella. «Stavamo a due passi da via di Panico. Castel Sant’Angelo sta praticamente di fronte», racconta Pingitore, che all’epoca ha trentun’anni e vive a Roma da ventinove («La mia famiglia aveva lasciato Catanzaro per la Capitale quando avevo due anni»). «Ninni» era redattore capo al settimanale Lo Specchio, Mario Castellacci lavorava al Giornale radio della Rai, Luciano Cirri al Borghese e «poi c’era Piero Palumbo». «Ci mettemmo a scrivere testi un po’ per gioco. Convinti che, al massimo, sarebbero venuti a vederci giusto gli amici». E così, nell’autunno del 1965, nasce – in onore di Anton Giulio Bragaglia – la compagnia del Bragaglino, che poi corresse il nome a causa di un’ingiunzione degli eredi dell’artista che era scomparso cinque anni prima. «Eravamo anarchici di destra», spiega Pingitore. «Diciamo pure che era il nostro modo di marcare le distanze rispetto all’egemonia culturale della sinistra, che in parte dura ancora oggi». Nessuna critica di metodo al Pci. Anzi. «I comunisti, che secondo la definizione di Ruggero Zangrandi avevano portato con loro gli intellettuali del “lungo viaggio attraverso il fascismo”, fecero un’operazione intelligente. Noi, però, stavamo fuori. Non volevamo essere embedded. Per questo ci definivamo anarchici di destra». Tra i primi artisti che entrano nella compagnia ci sono Oreste Lionello, Pino Caruso, Tony Cucchiara, Nelly Fioramonti. E soprattutto lei, Gabriella Ferri. Il primo spettacolo, che viene messo in scena nel novembre 1965, si chiama I tabù. «Il primo tempo era fatto di sketch, il secondo di canzoni». Otto anni dopo, e siamo nel 1973, Dove sta Zazà diventa il primo spettacolo del Bagaglino che viene trasmesso in diretta dalla Rai. Regia di Antonello Falqui. L’anno prima, la compagnia s’era trasferita al Salone Margherita, a due passi da piazza di Spagna.

DOVE STA ZAZA’. «La star era lei, Gabriella Ferri. Negli anni precedenti aveva raggiunto un grande successo, anche all’estero», racconta Pingitore. Dove sta Zazá? / Uh, Madonna mia / Come fa Zazá / senza Isaia? La censura? «C’era un grande controllo sul prodotto, ovviamente. Ma non abbiamo quasi mai avuto problemi. Portavamo in scena il cabaret evitando la politica spicciola e affrontando, semmai, temi generali». Era la Rai di Ettore Bernabei. «Un’azienda tollerante, aperta». E la destra? E la sinistra? Diccì-piccì? «Satira, satira, satira», spiega. «Ci siamo sempre ispirati alla definizione di Orazio: dire la verità sorridendo. Tutto qua». Tanto bastava per andare d’accordo, anche tra di loro. «Ho sempre lavorato indifferentemente con artisti che stavano a destra e sinistra. Pensate alla grande differenza di idee che avevano Oreste Lionello (destra, ndr) e Leo Gullotta (sinistra, ndr)». D’altronde, era più a sinistra anche la sua prima vera «star», la Ferri.

CELLULOIDE. Chiusa la stagione televisiva di Dove sta Zazà, il Bagaglino continua ad animare le stagioni del Salone Margherita. E al teatro si aggiunge anche il cinema. Pingitore firma la regia di Romolo e Remolo (1976) una trentina di anni prima che la battuta venga sdoganata dal celeberrimo lapsus di Berlusconi. Poi una serie di titoli che, molto banalmente, parlano da soli. Scherzi da prete (1978), Tutti a squola (1979), Gian Burrasca (1982), Attenti a quei P2 (1982). Nel 1984 «Ninni» collabora alla stesura dei dialoghi dell’Allenatore nel pallone, la pellicola di quell’Oronzo Canà interpretato da Lino Banfi che oggi viene considerata un oggetto di culto. L’anno successivo firma (insieme al regista Sergio Martino) la sceneggiatura di Mezzo destro, mezzo sinistro, strampalata storia di una squadra di calcio (la Marchigiana) allenata da un sergente di ferro (Leo Gullotta) e con un bomber d’eccezione (Andrea Roncato). Poi arriva la svolta. Sul piccolo schermo.

IL BOOM DI BIBERON. Alla fine degli anni Ottanta arriva Biberon. Martedì, prima serata, Rai uno. «Con Biberon siamo di fronte a una truffa vera e propria ai danni dell’intelligenza degli italiani», scrive Il Mondo. «La satira di Pingitore si limita a qualche innocuo moto di stizza pantofolaia, che termina in un ossequioso inchino al cospetto del potere», annota Il Sole 24 ore. «L’incontro settimanale fra i politici e il pubblico di Biberon finisce sempre a tarallucci e vino», aggiunge Beniamino Placido su Repubblica. Giustificate o meno che fossero le critiche, spiega Pingitore, «da lì conquistiamo un posto al sole». La coppia Oreste Lionello-Pippo Franco, con Leo Gullotta trequartista, sbanca l’audience. Poi, nel 1993, quando l’economista Claudio Demattè diventa il presidente della Rai «dei professori», il Bagaglino finisce in naftalina. «Volevano dare alla tv di Stato una svolta, se non moralistica, quantomeno moralizzatrice», ricorda Pingitore. «Fu un periodo poco bello, anche perché per alcuni mesi finimmo “tra color che son sospesi”». Come andò a finire? «Senza il Bagaglino in palinsesto, la Rai si trovò un buco nella raccolta pubblicitaria. I “professori” ci richiamarono e anche Demattè, col quale poi ho avuto un ottimo rapporto, si ricredette. La verità è che aveva giudicato il nostro prodotto senza mai averlo visto. Infatti, quando venne a vederci, lo spettacolo gli piacque». L’anno prima, nel 1992, durante una puntata di Crème caramel e di fronte a dieci milioni e mezzo di italiani, Giulio Andreotti era salito sul palco del Salone Margherita. Il «Divo», all’apice della sua carriera, era la stessa persona che una quindicina di anni dopo, nel 2006, avrebbe annunciato a pochi giorni dalle elezioni: «Voto per Pippo Franco», candidato al Senato con la piccola e nuova Dc di Rotondi.

L’INCONTRO COL CAV. Nel 1995, il Bagaglino si trasferisce a Mediaset. «Incontrai Silvio Berlusconi, ci chiese di andare da loro e io accettai», dice Pingitore. «Persona simpatica, si vedeva che era un grande imprenditore e che conosceva benissimo la televisione», aggiunge. Da lì la sfilza di prodotti by Bagaglino che attraversano la Seconda Repubblica. Da Champagne (1995) a Bellissima – Cabaret anticrisi (2009), passando per Bucce di banana, Marameo, Miconsenta e amenità varie. Escono dall’anonimato le forme di Pamela Prati e quelle di Valeria Marini, Lorenza Mario e Milena Miconi, e poi Ramona Badescu, Eva Grimaldi, Nathalie Caldonazzo, Matilde Brandi, Aida Yespica. Il tempo dei giudizi sull’efficacia della satira (i politici sono «più divertiti che feriti dalla graffiature», scriverà Aldo Grasso) è passato. «Non abbiamo mai avuto pressioni né da destra né da sinistra. E non sto certo qui a fare il martire, dopo tanti anni», spiega Pingitore. «Da noi sono venuti in tanti e di tutti i partiti: da Andreotti a Di Pietro, da La Russa a Pecoraro Scanio, da Gasparri a Vladmir Luxuria».

BAGAGLINO NOIR. Dalla cronaca alla storia. Dal film ai titoli di coda. E pensare che, in cinquant’anni di risate, nella grande storia del Bagaglino c’è anche un segretissimo capitolo noir. Con una parte all’apparenza molto seria e una ai limiti del paranormale. La parte seria riguarda un articolo firmato nel 1966, ripescato nel 1998 dal giornalista Paolo Cucchiarelli per il settimanale Diario, in cui Pingitore svelava i movimenti della scorta di Aldo Moro molto prima dell’agguato di via Fani. La parte comica, invece, rimanda alla leggenda metropolitana (alimentata dall’avvento di Internet) sul fantomatico omicidio di Pippo Franco, avvenuto all’inizio degli anni Ottanta per mano di un agricoltore che aveva sorpreso il comico sul suo terreno. Stando alla storiella, un po’ la versione capitolina dei coccodrilli che animano la fauna delle fogne newyorkesi, la Rai avrebbe indetto un concorso segreto per sostituire Pippo Franco con un sosia, lo stesso che si vede anche oggi (spesso a braccetto del suo amico onorevole Mimmo Scilipoti). Acqua passata. Titoli di coda. E una voce narrante, che chiude il cerchio. Quella di Pingitore. La tivvù di oggi? «Io facevo il 40 di share, a volte il 45. Oggi se fai il 16 sei considerato un fenomeno. I programmi li fanno acquistando format dall’estero. La morte dell’intelligenza. Le serie televisive sono tutte uguali: siamo al trecentesimo ospedale, al quattrocentesimo commissariato di polizia… Mi annoiano anche il talk show politici: salotti in cui si litiga senza che ci sia mai la possibilità di ascoltare un discorso serio. Non c’è rispetto per il pubblico e gli spettatori vengono trattati come cretini. Per questo faccio zapping. E vedo tutto, senza guardare nulla». L’ultima cosa bella che ha visto sul piccolo schermo? «L’altra sera hanno rimandato I soliti ignoti…». Regia di Mario Monicelli, bianco e nero, Italia, 1958. Sette anni prima che quattro giornalisti affittassero una cantina a vicolo Campanella, nel cuore di Roma.

Roberto Maroni, l’outsider.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 15 giugno 2011)

Che stia lavorando per essere «l’uomo di domani» lo dimostra l’attenzione che sta dedicando – unico tra i politici – al più grande tema di cui si discute nei bar italiani: il calcioscommesse. E pensare che qualche mese fa, come aveva confidato a pochi amici, stava addirittura pensando di mollare la politica. Ladies and gentlemen, Roberto Maroni. L’outsider.
Sembra l’unico esponente del centrodestra ad essere uscito rivitalizzato dalle «mazzate» subite dal blocco Pdl-Lega alle amministrative e ai referendum. Un po’ perché, come spiegano nel suo giro a via Bellerio, «se gli avessero dato ascolto, quantomeno sui quesiti di domenica e lunedì, a quest’ora Bossi e compagnia avrebbero salvato il salvabile». Un po’ perché lui, comunque, per il solo fatto di essersi presentato alle urne – accompagnato dai big della sua corrente (Luca Zaia su tutti) – la faccia l’ha salvata. Eccome.
Bobo Maroni, insomma, è il leghista con le mani più vicine alla “spina” del governo. Nel senso che è vero, forse la sua parte in commedia è la più rischiosa. Ma è altrettanto vero che se c’è un uomo che può salvare l’Alberto da Giussano dall’abbraccio mortale del Cavaliere da Arcore, quell’uomo è lui. Non foss’altro perché – e le stime sulla partecipazione dell’elettorato del Carroccio ai referendum ne sono una prova – al momento è il big del partito più sintonizzato con la base leghista.
Eppure, poco prima che iniziasse la campagna elettorale delle amministrative, il titolare del Viminale aveva altri pensieri. Addirittura, aveva confidato agli amici più stretti parlando del «carrozzone» del governo «Berlusconi-Scilipoti», tra i suoi desiderata aveva fatto capolino l’idea di «mollare la politica». Forse per tornare «a fare l’avvocato», magari «per riprendere in mano l’organo Hammond» insieme al suo vecchio gruppo blues, il Distretto 51.
Oggi, invece, è tutto diverso. L’uno-due subìto dal centrodestra nell’ultimo mese ha dimostrato che i tiri di sciabola o fioretto che il titolare del Viminale aveva via via indirizzato al governo erano più che fondati. I guai giudiziari di Berlusconi? I cordoni della borsa tenuti sigillati da Tremonti? L’ascesa nella Lega del «cerchio magico» di bossiani ortodossi, per cui nutre – insieme anche a Roberto Calderoli – una sana (eufemismo) “antipatia”? «Se solo Bossi m’avesse dato retta… », ripete ai colleghi di partito. Inutile chiedergli di completare la frase, di portarlo allo scontro frontale col Capo. Perché lui, il ministro dell’Interno, puntualmente si ritrae: «Vabbe’, guardiamo al futuro. Lasciamo perdere».

Umberto Bossi

Sulla bussola di governo no, Maroni non lascia più perdere. E gli avvisi di sfratto recapitati negli ultimi giorni a Berlusconi e Tremonti la dicono tutta su quanto vorebbe staccarla, quella spina che ha tra le mani. «O si cambia o si muore», ha detto al Corriere della sera di lunedì. «Mia nonna diceva che uno sberlone fa male, ma a volte ti fa rinsavire. Ma, come diceva ieri Calderoli, non vogliamo che arrivi la sberla del non c’è due senza tre», ha ribadito ieri. E ancora: «C’è la crisi economica. E ci vuole coraggio, oltre alla prudenza. Spero davvero che si metta mano alla categoria del coraggio». Quando gli domandano se dopo i referendum ha parlato con Berlusconi, il ministro dell’Interno risponde: «No, col premier no. Ho parlato col mio amico Daniele Marantelli, però». Lo stesso Marantelli, deputato e deus ex machina del Pd di Varese, che scommette: «Maroni può fare tutto tranne una cosa. Non taglierà mai la faccia a Bossi. Piuttosto torna a fare il musicista…».
Morale della favola? Nel Carroccio che prepara con trepidazione l’appuntamento di domenica a Pontida, sperimentando addirittura la paura della contestazione del «popolo padano», Maroni incarna la «linea dura». Quella della «rottura». Della «svolta». Della liberazione, come dicono i suoi, da «questo berlusconismo».
Perché, in fondo, sono anche gli scherzi della storia. All’epoca del ribaltone del 1994, Maroni era il capofila dei leghisti che non volevano abbandonare il Cavaliere. «O rimaniamo con Berlusconi o si va a votare», sosteneva «Bobo» al quel tempo. Al contrario dell’«Umberto», che aveva siglato nella sua residenza romana, insieme a Massimo D’Alema e Rocco Buttiglione, quel «patto delle sardine» che avrebbe portato alla fine del primo governo di Silvio.
Era l’epoca della «fronda» maroniana dei leghisti pro-Berlusconi. Uno dei suoi fedelissimi di allora, il vicepresidente del Senato Marcello Staglieno, aveva addirittura avanzato l’idea del “regicidio”: «Convochiamo l’assemblea federale per togliere Bossi e fare segretario Maroni». Una provocazione a cui il Senatur aveva risposto con l’asprezza dei bei (si fa per dire) tempi: «Me ne frego di Staglieno, la fronda non esiste. Al momento del voto sulla mozione di sfiducia – aveva scandito l’Umberto simulando il mitra – op! pum!. Tutti voteranno come dico io, da Maroni in giù».
Oggi la storia viaggia sul binario contrario. Bossi pensa che «Berlusconi sia cotto» e Maroni è il capofila degli antiberlusconiani della Lega. Aspettando Pontida si può immaginare di tutto. Compreso che il titolare del Viminale diventi il premier dell’unico governo di mini-transizione su cui Bersani potrebbe schierare i suoi. Il tempo di fare la riforma elettorale, magari approvando un modello che consenta alla Lega di andare da sola al prossimo giro, e via. Può succedere a giugno. Oppure dopo l’estate. Chi conosce «Bobo» giura che lui guarda lontano. Oltre il berlusconismo. Senza dimenticare che la politica si fa coi voti, e che a votare ci fa la gente. Quella che si mette in fila per i referendum. E quella che trattiene il fiato sul calcioscommesse. Pensando la stessa cosa che Maroni, unico tra i politici, ripete in continuazione: «Il mondo del calcio? Si vede che non ha imparato la lezione». Un po’ come Berlusconi.

Written by tommasolabate

15 giugno 2011 at 11:27

Tra pitoni e Nobel mancati. Who’s who del rimpasto

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 6 maggio 2011)

Antonio Gentile, Pdl

Antonio Gentile, parlamentare calabrese del Pdl, è l’uomo che nel settembre 2002 propose Silvio Berlusconi per il Nobel per la pace. Per «il forte ruolo svolto a favore dell’ingresso della Russia nella Nato; per la cancellazione dei crediti che l’Italia vantava verso alcuni Paesi poveri; per aver interpretato la sua funzione istituzionale come un percorso limpido e coerente di mediazione dei conflitti internazionali; perché ha restituito all’Italia una vocazione diplomatica dispersa», disse all’epoca Gentile esaltando il Cavaliere.

Bruno Cesario, ex rutelliano campano passato coi Responsabili, ha fatto di più. Nel 2008, camminando per una via di San Giorgio a Cremano (provincia di Napoli), s’accorse che un pitone di tre metri e mezzo aveva appena assaltato un’automobile, provocando la fuga del conducente. E intervenne, coraggiosamente, frapponendosi tra il mastodontico rettile e l’autovettura e agevolando quindi l’intervento delle forze dell’ordine.

E visto che Gentile e Cesario sono andati entrambi a fare i sottosegretari al ministero dell’Economia,

Bruno Cesario

si può ragionevolmente sostenere che i “pezzi pregiati” del rimpasto se li è accaparrati Giulio Tremonti.

Nove nomine, arrivate ieri a chiudere quel cerchio che s’era aperto il 14 dicembre con quel voto di fiducia che aveva consentito al Cavaliere di passare indenne attraverso le forche caudine di Montecitorio. Ma «ne faremo altre dieci», aggiunge il presidente del Consiglio per placare l’ira funesta di chi è rimasto lontano dall’agognato posto al sole.

Alla lotteria del rimpasto vengono premiati – oltre a Gentile e Cesario – gli ex finiani Roberto Rosso (Agricoltura), Luca Bellotti (sosia dell’allenatore Luciano Spalletti e centravanti della nazionale Parlamentari, al Welfare) e Catia Polidori (Sviluppo economico). Aurelio Misiti, eletto nelle liste dell’Italia dei valori, va alle Infrastrutture, l’ex pd Riccardo Villari ai Beni culturali, mentre la liberaldemocratica Daniela Melchiorre s’accasa – come la Polidori – al ministero guidato da Paolo Romani. Completa il quadro l’ex centrista (transitato da Fli) Giampiero Catone, da ieri sottosegretario all’Ambiente. Il più lesto a rivendicare che «ho parlato direttamente con Berlusconi delle mie competenze, spiegandogli che avrebbe potuto usarle nei tempi e nei modi per lui più opportuni». Un modo come un altro per precisare che «in questa storia ho fatto riferimento al premier, e solo a lui».

Luca Bellotti

Caso chiuso? Tutt’altro. Nella war room dei Responsabili d’ogni credo i malumori si sprecano. Pino Galati, esponente di punta dei Cristiano popolari guidati da Mario Baccini, nonché marito della leghista Carolina Lussana (i testimoni di nozze furono Bossi&Casini), ha dato voce alla sua rabbia. «Prendiamo atto che gli impegni assunti dal presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, non sono stati mantenuti», ha messo nero su bianco in una nota vergata a quattro mani (le altre due sono quelle di Baccini). Ma il vero ispiratore del comunicato al vetriolo – e qui arrivano i primi guai per il premier – sarebbe Claudio Scajola. L’ex ministro dello Sviluppo economico, che ha Galati sotto la sua ala protettiva, ieri è uscito dall’inchiesta relativa agli appalti sui Grandi eventi. «Mi sono sempre proclamato totalmente estraneo a questa vicenda: la chiusura dell’inchiesta lo conferma in modo ufficiale e definitivo», ha scandito. Che cosa c’entra col rimpasto? Semplice. Con un peso (giudiziario) in meno sul groppone, l’ex ministro ligure tornerà alla carica sul partito. «E il segnale che ha ricevuto da Berlusconi con la “bocciatura” di Galati non è certo un bell’inizio», commentano nella sua cerchia ristretta.

Difficile circoscrivere l’area del disagio “responsabile”. Nel gruppetto di Noi Sud, dove la guerra fratricida per una poltrona tra Elio Belcastro e Antonio Milo s’è conclusa 0-0 (bocciati entrambi), c’è il sospetto che “il padre nobile” Enzo Scotti adesso punti al ministero delle Politiche comunitarie. E furibondo è anche Francesco Pionati, che al Riformista dice: «Tanto questi durano poco». Massimo Calearo, invece, andrà a fare il consigliere del premier per il commercio estero. Al contrario dell’ex finiana Maria Grazia Siliquini, che dopo il giro sulle montagne russe, si ritrova a fare la regina delle occasioni sprecate. Niente posto alle Poste (ha rifiutato), niente posto al governo. Con grande gioia dei suoi ex colleghi finiani, che nel giorno dell’ultimo botta e risposta tra «Silvio» e «Gianfranco» («Il premier è ossessionato da me, merita compassione», dice il presidente della Camera) trovano finalmente qualcosa di cui sparlare.

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6 Mag 2011 at 10:59

Alle radici (calabresi) Leon Panetta, nuovo numero uno del Pentagono.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 gennaio 2009)

Siderno, provincia di Reggio Calabria. «Dirò solo che Siderno è posta in un sito molto ameno, che i suoi territori sono ubertosi. Il paese è fornito di belli e decenti edifizi. Il commercio vi è florido. Gli abitanti ascendono al numero di circa quattromila cinquecento, nella maggior parte addetti alla coltura ed alla pastorizia. Fin dai tempi del P. Fiore, Siderno aveva fama di paese incivilito, poiché l’illustratore della Calabria la chiama terra civilissima. Debbo dunque supporre che al presente la civiltà siavi in progresso». (Niccola Falcone, in Biblioteca storica topografica delle Calabrie, 1846).

Gerace, provincia di Reggio Calabria. «Piena di palazzi bellamente situati, posta su uno stretto margine di roccia. (…) Meravigliati da tanti panorami che si presentano da ogni lato; ogni roccia, santuario o palazzo a Gerace sembravano essere sistemati e colorati apposta per gli artisti…». (Edward Lear, in Diario di un viaggio a piedi, 1847).

Panetta Carmelo e il fratello Domenico, da Gerace, furono costretti ad abbandonarli, i panorami, le rocce, i santuari e i palazzi che avevano lasciato di sasso persino lo scrittore londinese Edward Lear. Forse lì non era cosa, sicuro di quelli non si campava. Panetta Carmelo aveva preso in moglie Prochilo Carmela, che come tutte le Carmele era detta «Carmelina» e quindi «Melina», da Siderno. Anche Domenico era maritato.

Partirono lo stesso, però. Prima per il mare sidernese. Poi per l’America, che però non era l’America degli altri, dei tanti, dei più. Non era l’America di New York, anche se la quarantena con vista sul fiume Hudson, a Ellis Island, rimaneva una tappa forzata.Per i Panetta bros. fu come una piccola conquista del West, visto che quella fu la direzione che decisero di prendere.

La fame. Il lavoro. La nostalgia. Come da copione. Domenico non ce la fece, gli mancava troppo la moglie, dissero. Carmelo no. Carmelo la portò con sé, la moglie. Tra l’altro Monterey, duecento chilometri a sud di San Francisco, non era troppo più grande dell’incivilita Siderno e lì c’era pure il mare. Lavorava nelle piantagioni di arachidi, la famiglia Panetta trapiantata in California. Anche se per quelli rimasti in Calabria, molto più semplicemente, «facevano noccioline americane». Il piccolo Leon vide la luce addì 28 giugno 1938. Avrebbe fatto strada, tanta. Senza rinunciare al dialetto dei padri. E sognando sempre le vacanze di Calabria. Panetta Leon, negli anni Cinquanta, era fanciullo sveglio ma dispettoso. Così lo ricordano i cugini, che se lo ritrovavano d’estate nella sempre più incivilita Siderno. Nel frattempo lo zio Carmelo, che faceva noccioline americane, era salito di grado, diventando per i nipotini «lo zio ricco d’America», non foss’altro perché era solito regalare biglietti da un dollaro. Oggi che è passato mezzo secolo, oggi che Leon è stato nominato da Barack Obama alla guida della Cia, la Riviera – settimanale locale che ha la redazione a Siderno – gli ha dedicato una paginata. Col più scontato degli occhielli, «Grandi calabresi», e il più ovvio dei titoli: «Mio cugino Leon».

Panetta Leon, nei campi di noccioline americane, avrebbe costruito la sua tempra da «duro». Scuole cattoliche, a Monterey. E la Panetta Clintonpassione per la politica, coltivata sin dal liceo. Poco italiano, come molti di cui ha condiviso la sorte di figlio di immigrati. American english fuori e dialetto calabrese a casa. Per l’università si sposta a Santa Clara, scienze politiche prima, giusprudenza poi. Le userà entrambe, le lauree. Nel 1964 entra nell’esercito come sottotenente; due anni dopo è già decorato, ha i galloni di tenente e si congeda. Per tornare a seguire la sua stella polare.

La politica. Panetta Leon si affianca ai repubblicani. Nel 1966 comincia come consulente legislativo del senatore californiano Thomas Kuchel. Nel ’69 viene scelto da un cavallo di razza, Robert H. Finh, «ministro del welfare» dell’amministrazione Nixon. La promozione, guadagnata sul  campo, arriva con la nomina a direttore dell’ufficio Diritti civili della Casa Bianca. Ma con essa si materializzano i primi nemici. Per il suo impegno a favore di politiche che qui diremmo «di sinistra», Panetta entra nel mirino dei falchi nixoniani. Il pressing per silurarlo è asfissiante. Leon prima resiste, poi lascia. Torna a Monterey per fare l’avvocato. La spensieratezza delle vacanze sidernesi è ormai lontana. Panetta Leon entra nel Partito democratico che è il 1971, o giù di lì. La marcia di avvicinamento alla Casa Bianca durerà più di vent’anni. Fino al 17 luglio del 1994, giorno in cui il William Jefferson Clinton detto «Bill», quarantaduesimo presidente della Stati Uniti d’America, lo nomina capo di gabinetto della Casa Bianca. Come era stato per i diritti civili, anche Clinton diventa per Panetta una causa da servire. E quando scoppia il caso Lewinsky, il numero uno dello staff clintoniano torna in trincea. Il «nemico», in questo caso, è il procuratore speciale Kenneth Starr che carica sul presidente ben undici capi di accusa: cinque per reati di spergiuro, cinque per ostruzione della giustizia e uno per infrazione dei suoi doveri costituzionali.

Panetta Leon, tempra da calabrese, si presenta alla Cnn. E di fronte alle domande di Larry King, sotto gli occhi del paese intero, scandisce: «La diffusione del rapporto Starr, con tutti quei dettagli osceni, non mi era sembrata necessaria». Di più, «diffondere quella roba non è corretto né dal punto di vista legale né da quello morale». Ancora di più, «io credo che il Congresso dovrebbe sempre e comunque mettere in primo piano gli interessi della nazione. Questa volta non l’ha fatto». Nel rapporto Starr, anche Panetta è citato più volte. «La Lewinsky nel tuo ufficio, la Lewinsky davanti alla porta del tuo ufficio… Come hai reagito?», lo incalza Larry King. E Panetta: «La mia prima reazione è stata di salirmene in camera a mettere la testa sotto il cuscino. Quando si leggono queste cose, Larry, è terribile, vergognoso, indifendibile. È stato un colpo scoprire che il presidente andava facendo queste cose, prendendo questi rischi, mentre eravamo tutti impegnatissimi in questioni fondamentali. Stavamo trattando l’accordo coi repubblicani sul bilancio, preparando la campagna elettorale. E intanto succedeva tutto questo…». Leon sente che la sua fiducia è stata tradita. Ma la causa, «Clinton», viene prima di tutto il resto. «Bill è rimasto solo ma non si arrenderà», avrebbe scommesso un anno dopo Panetta. Scommessa vinta. Siderno è lontana. Il suo ricordo no.

Panetta Leon non dimentica il dialetto, né la gente delle sue origini (tra l’altro, narra la leggenda, a una delegazione di cittadini sidernesi capitò di essere ricevuta in pompa magna alla Casa Bianca). Lascia Washington, fonda con la moglie il Leon&Sylvia Panetta Institute for public policy e continua a tessere la sua trama. Da Bill a Hillary, clintoniano tra i clintoniani. Nel 2006 entra nella commissione Baker, il gruppo di studio nato per togliere gli Usa dal pantano iracheno. Quindi due anni e mezzo di oblio. Nell’ombra. Fino alla nomina a capo della Cia. «Grandi calabresi». «Mio cugino Leon».

Post scriptum.  Nella hall of fame dell’incivilita Siderno c’è un altro Panetta. Francesco, atleta. Negli anni Ottanta veniva considerato uno dei massimi interpreti mondiali dei tremila siepi. In una calda notte del settembre ’88, la cittadinanza di Siderno puntò la sveglia alle 4 del mattino per assistere alla gara del suo Panetta alle Olimpiadi di Seul. Francesco, che viveva da tempo a Milano, fece la lepre. Duemila metri praticamente in testa. Poi il crollo. Nono. Lontano dal podio. Francesco, che era stato oro ai mondiali del 1987, corre davanti e arriva in fondo. Al contrario dell’omonimo Leon, che sta nell’ombra e finisce avanti. Ma l’importanza di chiamarsi «Panetta» e di esser riusciti a dar lustro alla terra d’origine è solo un caso. «Francesco» e «Leon» non sono parenti. Neanche alla lontana.

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27 aprile 2011 at 12:50

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Dan Peterson, carezza di ferro in giacca di cammello.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 9 gennaio 2011)

Dan Peterson«Sergent Slaughter è sulla schiena di Hulk Hogan!». Pausa. «Oooohhh! Le (incomprensibile, ndr) di Hulk Hogan sono già danneggiati». Urla. «Hulk Hogan è ko, e Hulk Hogan aspetta, s’è fatto un riposo, poteva controbattere in qualsiasi istante. Oooohhh!». I flash delle macchine fotografiche impazziscono. «Hulk Hogan si vede che sta sanguinando, Hulk Hogan… Non vi fate impressionare dal sangue eh? Ecco la fine, eccoci qua. Hulk Hogan non credo che possa sopravvivere a questo. Hulk Hogan scuote la testa e alza, impazzito il pubblico, alza Sergent Slaughter in aria. Grande mossa di Hulk Hogan ma vale poco».

È una domenica mattina qualsiasi di un giorno qualsiasi del 1991. La televisione qualsiasi è sintonizzata su Italia 1, il bimbo qualsiasi si dimena sul divano qualsiasi, il papà qualsiasi sta facendo la barba, la mamma qualsiasi intima al bimbo qualsiasi di cambiare immediatamente canale ché quello non è un programma «per bambini». Ci pensa la voce che arriva dalla tv a rasserenare la domenica mattina qualsiasi della famiglia qualsiasi. «Bambini, non ripetete queste cose a casa, eh?». Ma non è una voce qualsiasi. È «un marchio di fabbrica», un italiano sapientemente mescolato con lo slang americano. Sullo schermo spunta una bandiera dell’Iraq, lo «sfregio» che i produttori degli Eroi del wrestling – nel bel mezzo della guerra del Golfo tra Usa e Saddam – hanno immaginato tra le mani del fanatico Sergent Slaughter. Tutto il resto sarebbe noia, come l’ultimo round tra l’italoyankee Rocky Balboa e il sovietico Ivan Drago di Rocky IV. Se non fosse per Dan Peterson. Che usa il microfono come von Karajan usava la bacchetta. E quasi “dirige” la riscossa di Hulk Hogan: «Hulk Hogan reagisce. Strappa bandiera dell’Iraq. No, no, no, amico mio. La grande reazione, la carica. Hulk Hogan dice: “Mi hai fatto tagli sulla testa ma io non ti credo”. Calcio in faccia. Uno, due , treeeee! Hulk Hogan vince. Ed è nuovamente coperto di sangue ma campione assoluto. Mai stato uno come Hulk Hogan. Non ci sono parole: immortale, mitico, fenomenale supercampione».

DUE LAUREE, UN SOLDO. Prima di diventare una leggenda per italiani qualsiasi che s’appassionavano agli sport americani avuti in dono dal Biscione berlusoniano, Dan Lowell Peterson era stato un allenatore di pallacanestro. Il cognome lo deve a un antenato norvegese che all’anagrafe faceva «Pedersen», arrivato chissà come nel Wisconsin per fare il taglialegna. Un secolo e mezzo prima che, nel 1936, il pronipote Dan nascesse, in un piccolo paesino dell’Illinois. Mamma fa la designer di moda e la maestra elementare, papà è un poliziotto, il nonno aveva tirato di boxe. Gioca bene a baseball ma sceglie la via del basket. Anche se lo sport preferito, strano ma vero, sono i libri. Quelli che gli consentono di mettere in bacheca due lauree: una in letteratura e arte, l’altra in psicologia. Per campare nell’America dei primi anni Sessanta, il venticinquenne Dan suona la chitarra al Club Jubilee di Chicago. Lo pagano 25 dollari a sera. Nel frattempo, arrotonda sulle panchine delle squadre di college. Fino a quando, approdato a Delaware, diventa un’istituzione del basket a stelle e strisce che rappresenta l’anticamera (lunga) dell’Nba. Salvo poi decidere, nel 1971, di fare un biglietto di sola andata. Per Santiago del Cile.

I SOSPETTI SULLA CIA. Quando nel 1973 sbarca in Italia, alla Virtus Bologna, sono tutti convinti di trovarsi di fronte a una spia della Cia. Il coach statunitense che allena la nazionale di basket di Allende salvo poi emigrare un secondo prima che Pinochet prenda il potere. A più d’uno i conti non tornano. Dan non si cura di loro ma guarda e passa. A Bologna vince la Coppa Italia (1974) e uno scudetto (1976). Poi va all’Olimpia Milano, che l’ha richiamato pochi giorni fa. Quattro scudetti (1982, 1985, 1986, 1987) , due coppe Italia (1986, 1987), una Korac (1985) e infine la Coppa dei Campioni (1987). C’è un frame che fotografa l’ingresso di Peterson nella leggenda. 1982, finale scudetto contro Pesaro, Milano è sotto di cinque punti. Il coach chiama a sé il Mike D’Antoni e gli fa: «Vuoi che proviamo la difesa a 1-3-1?». «Quanto tempo abbiamo?», chiede Mike. «Tre minuti», Dan. «No, ce la facciamo con la difesa a uomo», sentenzia la “colonna” delle scarpette rosse. Il coach, carezza di ferro in giacca di cammello, lo ascolta. Mike lo ripaga con il canestro decisivo. E il tricolore prende la via della bacheca dell’Olimpia.

«VIENI AL MILAN?». Fosse rimasto un “semplice” (virgolette d’obbligo) allenatore di Petersonpallacanestro, probabilmente oggi Dan Peterson sarebbe a scaldare qualche panchina ai giardinetti. O, nella migliore delle ipotesi, bazzicherebbe i tavolini di qualche bar, deliziando i compari di tressette con qualche «sapete quella volta che D’Antoni…», oppure con un più semplice «vi racconto di quando Bob McAdoo…». Nel 1987, quando gli scade il contratto con l’Olimpia, il telefono di Dan squilla. Dall’altra parte del filo c’è Silvio Berlusconi. L’offerta è chiara. Che più chiara non si può. «Perché non vieni al Milan?». Peterson, ovviamente, trasecola. «Io faccio pallacanestro». Ma il Cavaliere, che ha il problema di gestire una squadra appena comprata ed ha esonerato Nils Liedholm, insiste. Niente da fare, Peterson declina dando involotariamente il «la» all’inizio dell’era Sacchi. Ancora oggi, a distanza di vent’anni e passa, ogni volta che incrocia Galliani, l’«amico Adriano» ritorna su quella scelta: «Dan, quella squadra avrebbe vinto anche con te in panchina».

ALLA CORTE DI RE SILVIO. Peterson decide comunque di entrare in una squadra berlusconiana. Ma non è il Milan. La Fininvest, per cui già commenta le partite del basket americano, gli offre il bastone del comando del palinsesto sportivo. Dan accetta. E così, il 3 settembre del 1987, eccolo nella mastodontica conferenza stampa in cui il Biscione lancia il guanto della sfida allo strapotere televisivo della Rai. Al suo fianco ci sono numerosi testimonial d’eccezione: dal pugile Damiani al cestista McAdoo, passando per gli eroi del wrestling Iron Sheik e “Hacksaw” Jim Dugan. Berlusconi annuncia: «Con le nostre 650 ore di sport, combatteremo le dirette di viale Mazzini». È la svolta a «stelle e strisce» che tanta fortuna porterà al Cavaliere. Grazie ai due americani di Cologno Monzese: Mike Bongiorno ai quiz, Dan Peterson allo sport. E «mamma butta la pasta».

LA PASTA E IL GANCIO. Dalla seconda metà degli anni Ottanta fino all’inizio degli anni Novanta, Peterson è un pezzo dell’Italia da bere. È un amaro Ramazzotti dietro le mille luci di Milano, è una birra Tuborg che si rovescia al passare di due cosce lunghe, è una Coca cola bevuta in coro attorno a mille candele natalizie, una Ypsilon 10 che piace alla gente che piace, una Scavolini amata dagli italiani e un vespista che mangia le mele, un fornetto DeLonghi che «si pulisce da solo» e un dado Knorr che a furia di usarlo ci si «innamora in cucina». E’ tutto questo e anche di più, Peterson. Uno dei «numeri uno» del circo dei sogni, il pezzo inconsapevole di una «baracca» che si fonda sull’incremento del debito pubblico, il «fe-no-me-nale» testimonial del Lipton ice-tea. Il suo slang tiene l’«Italia qualsiasi» attaccata a una (finta) scazzottata di wrestling o a una (verissima) replica della sfida tra i Lakers di Los Angeles e i Celtics di Boston. Sincero fino al midollo, Peterson. «Anche nel mio gergo», dirà in un’intervista alla Gazzetta dello Sport nel giorno del suo settantesimo compleanno, «mi sono ispirato ai grandi commentatori americani. Il mio “mamma butta la basta”, che scandivo quando una partita era già decisa, l’ho preso da “mamma metti il caffè sulla stufa” di un mitico telecronista dei White Sox. Il “gancio cielo”, invece, l’ha inventato un mio amico del liceo che faceva le telecronache dei Milwaukee Bucks ai tempi di Jabbar». Dove c’è Peterson non c’è spazio per la «normalità». Non è un caso, infatti, che il suo ritorno sulla scena come coach dell’Olimpia sia stato salutato da tutti con un’ovazione. Allacciate le cinture. Si sogna ancora un po’. «Bambini, non ripetete queste cose a casa, eh?»

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20 aprile 2011 at 10:18

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Peter Falk, tenente Colombo. «C’è un’ultima cosa…»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2009)

Il tenente Colombo è all’ennesimo faccia a faccia con l’assassino del signor Stuffle, proprietario di una palestra. Ma stavolta è l’ultimo faccia a faccia. L’ultimo dialogo. L’ora della verità. L’assassino, uno dei soci del centro ginnico, resiste: «Fantasia! Immaginazione! Cenere e fumo di sigaro! Lei non ha la prova. Non c’è niente da fare. Non ce l’ha, la prova». E Colombo: «Non mi è stato facile ottenerla ma ho anche quella. Ho anche la prova. Eccola qui, la sua dichiarazione giurata a proposito della conversazione telefonica che lei ha dichiarato di aver fatto col signor Stuffle…».
(Peter Falk e Robert Conrad nella scena finale di Dalle sei alle nove, Il Tenente Colombo, serie IV, episodio I, 1974).

A volere giudicare la faccenda con le categorie di «giusto» e «sbagliato», è tutto profondamente sbagliato. Addirittura atroce. In fondo, è come dare al libro Cuore lo stesso finale di Notte prima degli esami, lasciando che sia Nicolas Vaporidis a interpretare il ruolo di Enrico Bottini. O come guardare il Tg1 economia e scoprire che Zio Paperone è finito ineluttabilmente sul lastrico per bancarotta fraudolenta.
Peter Falk, il Tenente Colombo, non ce la fa più da solo. Non ad intendere, né a volere e manco a vivere. Cinque giorni fa, un giudice della Corte superiore di Los Angeles ha deciso di metterlo sotto tutela della figlia. Oggi ha 81 anni e il morbo d’Alzheimer che lo sta divorando insieme alla demenza senile. Tempo fa, dopo anni di oblio, l’attore è riapparso agli occhi del mondo immortalato mentre, spaesato, vagava senza meta per le vie della città degli Angeli. Prima di ammalarsi, Falk aveva lasciato scritto che fosse la sua ultima moglie, Shera Danese, a occuparsi di lui. Il tribunale californiano, invece, ha accolto l’ingiunzione della figlia adottiva dell’attore, Catherine, contro la consorte del padre: «Mi impedisce di vederlo». Falk incapace di intendere e di volere. La “signora Colombo” sconfitta, addirittura in tribunale. Falk sotto tutela. È la vendetta contro il personaggio che si è consumata sul corpo del suo interprete. Come capitò a “Superman” Reeves.

I bulimici consumatori dei sessantanove episodi del Tenente Colombo – undici serie e otto film speciali, puntata pilota inclusa, primo ciak nel 1968, l’ultimo nel 2003 – se lo sentono dire spesso, soprattutto quando si trovano a parlare di Falk col cinefilo/a di turno, che magari ha pure “fresca” l’ultima ripassata del Morandini. Se lo sentono ripetere spesso che «ah, per me Falk è soprattutto Il cielo sopra Berlino», il film di Wim Wenders in cui l’attore newyorkese interpreta sé stesso, poi scopre di essere stato un angelo che poi finisce per dimettersi dal ruolo di «angelo», rinunciando all’immortalità per rimanere – molto semplicemente (si fa per dire) – a questo mondo. Eppure Falk aveva e avrebbe fatto altro: il boss in Angeli con la pistola, la comparsa in alcune delle pillole per la tivvù del vecchio Hitchcock, per non parlare della commedia giallo-nera Invito a cena con delitto, piattaforma cinematografica del gioco da tavola Cluedo. Ma Falk – che pure è stato uno dei pochissimi attori americani a girare un film in Unione sovietica, «non perché fossi comunista, semplicemente perché ero curioso» – è Colombo. Soprattutto Colombo. Solo Colombo.
Di mamma russa e papà mezzo ungherese mezzo polacco, negli anni Sessanta fa avanti e indietro tra Hollywood e New York, la sua città, dove frequenta Ben Gazzara (che avrebbe interpretato Raffaele Cutolo nel Camorrista di Tornatore) e Sal Mineo. I panni di Colombo gli si materializzano addosso nel 1968, anche perché – così vuole la leggenda – il predestinato Big Crosby aveva rifiutato la parte. La prima serie “ufficiale” inizia che Falk ha già in tasca il contratto per girare Mariti di Cassavetes. Per l’episodio dell’esordio – Un giallo da manuale – dietro la macchina da presa s’accomoda Steven Spielberg. L’impermeabile sarà sempre lo stesso per quasi quarant’anni, come la camicia, i pantaloni, le scarpe e l’automobile, una Peugeot 403 del 59 targata 044 APD. Quindi arriva il sigaro. «Non ricordo – ha raccontato Falk – di chi fu l’idea di portare il tabacco nella serie. Probabilmente fu una mia idea. Io adoro fumare e i sigari, per un detective, fanno più macho rispetto alle sigarette». E poi – ma il protagonista era in disaccordo con la produzione – pure un cane. Macho, Colombo, non lo è nemmeno nell’unghia del mignolo destro. Ha una moglie, che cita in continuazione, a cui chiede consigli, che però non appare mai. Anzi, per essere più precisi, nell’episodio Che fine ha fatto la signora Colombo? (serie IX, episodio IV), il Tenente inscena addirittura la morte dell’adorata consorte, simula il funerale, con tanto di cappellano finto: il tutto per incastrare l’omicida.
La serie è firmata dal mitologico duo Richard Levinson&William Link, gli Age&Scarpelli delle serie tv americane tinte di giallo. Con una macroscopica differenza, che contraddistingue Colombo: l’assassino, infatti, arriva all’inizio. Ancor prima del protagonista, di cui tra l’altro non si sente mai pronunciare il nome di battesimo (nell’episodio intitolato La pistola di madreperla, serie I, c’è un’inquadradura sul documento di
identità del tenente da cui si evince che si chiamava «Frank»). Lo sfizio – e che sfizio – sta nell’assistere al modo in cui Falk-Colombo combina i tasselli di un puzzle di cui tutti i telespettatori conoscono sia il protagonista (l’assassino) sia l’immagine riprodotta (l’assassinio) anche se la stessa non appare nitida come lo è quando il Tenente la rielabora, alla fine, prima che i titoli di coda dell’episodio facciano calare il sipario sulle manette (che, tra l’altro, non appaiono mai).
È il «modo», che sorprende. Sempre. Scrive Giancarlo Grossini nel Dizionario del cinema giallo, che «il tipico del tenente Colombo sta non solo nell’abilità di sciogliere i più ingarbugliati enigmi (…) quanto nella sua particolare maniera di presentarsi». E ancora: «Colombo pare rivolgersi allo spettatore più che agli attori che gli stanno sempre intorno. Osserva e attende pazientemente – come lento è il suo modo di muoversi e di gesticolare – che gli elementi del giallo si uniscano a dare tutti insieme, finalmente, l’esatta soluzione».
Colombo uguale Falk. Il detective che cala dalle nuvole, quello che l’omicida considera il topo con cui giocare, ma che è genio. Un genio arruffato. «Non ho mai perso troppo tempo al make-up», disse l’attore. «Se devi interpretare Colombo basta guardarsi allo specchio un secondo, da un lato e dall’altro. Io sono sempre pronto in un minuto. Il trucco del cane, mezz’ora, durava molto di più». Colombo, dunque. Che saluta l’omicida ma poi ritorna sui suoi passi, sorprendendo l’antagonista quando ha già abbassato la guardia. Sempre con lo stesso grido di battaglia: «Oh, c’è un ultima cosa…». Sempre con l’indice della mano destra alzato.
Il Tenente Colombo è sotto tutela. La “signora Colombo” è stata sconfitta dalla figlia adottiva dell’attore. Shera Danese Falk – come disse l’attore in un’intervista di dieci anni fa – «è una donna vivace e piena di vita, che ama vestirsi bene e andare a ballare. Al contrario di me, che odio le feste». Delinquente scaltro, l’Alzheimer. Colpì anche Ronald Reagan, che prima di spegnersi passava il tempo spazzando le foglie dal bordo piscina del suo ranch e minacciando di tanto in tanto di premere il finto «pulsante rosso». Chissà, magari anche Falk, che oggi non riconosce più nessuno, potrà avere momenti in cui gira per casa col dito alzato esclamando, come faceva il Tenente, «lo dirò a mia moglie». Un pensiero consolatorio per i suoi fan affranti. Soprattutto per quelli più giovani, che lo hanno visto non su Rai due, ma su Retequattro, domenica pomeriggio tardi. Gli stessi che hanno preso in antipatia Emilio Fede proprio perché interrompeva a metà l’episodio, infilandosi nell’etere con quaranta minuti del suo tiggì.

Written by tommasolabate

16 aprile 2011 at 15:42

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