tommaso labate

Dietro il Malinconico addio c’è una guerra di due giorni. Il sottosegretario prova a resistere ma Monti (sostenuto da Catricalà&Passera) lo costringe alla dimissioni.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 12 gennaio 2012)

Quando a mezzogiorno entra nella stanza di Mario Monti, da cui uscirà dimissionario, Carlo Malinconico sa già che la sua esperienza al governo è finita. E lo sa da lunedì.

Carlo Malinconico

«Sono vittima di un attacco mediatico», spiega il sottosegretario al presidente del Consiglio, anticipando l’adagio che fornirà in serata ai cronisti. Niente da fare. L’ora e mezza di colloquio servono a Malinconico solo a sentire il ritornello che Monti gli aveva anticipato già da lunedì: «Questo governo sta per mettere mano a provvedimenti, su liberalizzazioni e concorrenza, che ci creeranno non pochi nemici. Non possiamo permetterci uno scandalo in casa. Di conseguenza…».

Mario Monti

Dietro i puntini di sospensione del premier c’è un braccio di ferro che va avanti da domenica. Da quando, cioè, sia Il Fatto quotidiano che Il Giornale tolgono dalla naftalina la storia del soggiorno di Malinconico a spese dell’imprenditore Piscicelli. Proprio lui, l’uomo legato ad Angelo Balducci, esponente di spicco della cricca che faceva affari all’ombra della P3. Il sottosegretario nega di conoscere chi si nascondesse dietro i pagamenti delle sue vacanze all’Argentario. L’imprenditore, al contrario, conferma. E il titolare del “Pellicano” di Porto Santo Stefano, interpellato all’Ansa, racconta: «Piscitelli mi chiedeva attenzioni particolari (nei confronti di Malinconico, ndr). Ricordo che mi inviò un fax con indicati i giorni del soggiorno perché voleva per lui proprio il meglio. Intuii», aggiunge l’albergatore Roberto Sciò, «che quello era un regalo speciale».

Corrado Passera

Ma nella partita a scacchi che si svolge dietro le quinte, la stessa che segnerà la sorte del sottosegretario, non c’entrano né ragioni né torti. O, quantomeno, c’entrano solo in parte. Anche perché Malinconico, che sbandiera la sua «buona fede», si batte per rimanere all’interno dell’esecutivo. Proprio mentre una parte del governo – a cominciare dal sottosegretario Antonio Catricalà e dal ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera – pensa che «lo scandalo» sia tale da costringerlo al passo indietro. È il primo round della sfida. Siamo a domenica sera.

La settimana inizia con Monti che prende tempo. È irritato, il presidente del Consiglio. Soprattutto per «la leggerezza» con cui Malinconico ha affrontato il dossier. Chi preme per il passo indietro del sottosegretario, al contrario, insiste perché si percorra la via più breve. Quella delle dimissioni. Lunedì il suo collega Antonio Catricalà, poco prima di annunciare urbi et orbi il decreto sulle liberalizzazioni, affida a pochi intimi una sensazione che si rivelerà esatta: «Secondo me Malinconico si dimette». E aggiunge: «Si deve dimettere». Dello stesso avviso è Passera.

Antonio Catricalà

Basta questo per considerare il «caso Malinconico» il frutto dello scontro tra l’ala del governo più vicina al centrodestra e un (ormai ex) sottosegretario da sempre considerato vicino al centrosinistra prodiano? Forse sì, forse no. Sta di fatto che, nel momento in cui tutti i politici riservano a Malinconico l’onore delle armi (persino Antonio Di Pietro, che ne apprezza «il gesto nel rispetto delle istituzioni»), dal governo interviene solo Pietro Gnudi. Il ministro per gli Affari regionali scrive un comunicato in cui mette a verbale: «Sono molto dispiaciuto per la vicenda del sottosegretario Malinconico, di cui ho avuto modo di apprezzare, in questo breve periodo, l’intelligenza e la leale collaborazione». Dagli altri membri dell’esecutivo, però, silenzio. Soltanto silenzio.

Nella nota diffusa da Palazzo Chigi dopo le dimissioni si legge che Monti ha espresso «apprezzamento per il senso di responsabilità dimostrato (da Malinconico, ndr) nell’anteporre l’interesse pubblico ad ogni altra considerazione». Malinconico, però, era di un altro avviso. E voleva rimanere. «È stata una decisione sofferta ma convinta, che ho assunto nell’esclusivo interesse del Paese, pur nella consapevolezza della mia correttezza e buona fede», dice in serata evocando il «crescente attacco mediatico». Un addio carico di rabbia che segna la carriera di un giurista che tre anni fa, pur essendo estraneo al mondo dell’editoria, aveva assunto la presidenza della Fieg dopo essere stato segretario generale di Palazzo Chigi con Romano Prodi.

La delega all’editoria lasciata libera da Malinconico potrebbe finire, dopo un breve interim del presidente del Consiglio, nelle mani di Paolo Peluffo, il sottosegretario che già ha in capo i dossier Informazione e Comunicazione di Palazzo Chigi. A Palazzo Chigi, a sera, non c’è spazio per i sospiri di sollievo. «I provvedimenti sulle liberalizzazioni ci creeranno non pochi nemici», ripete Monti. Provando a scongiurare lo spettro che un altro caso – la casa Inps legittimamente ottenuta dal ministro Patroni Griffi nel 2001 con uno sconto del 30% – non si trasformi in patata bollente.

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Written by tommasolabate

11 gennaio 2012 a 10:55

Una Risposta

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  1. Catricalà e Passera buono buono i più puliti che hanno la rogna. sono stati proprio loro due e chiedere le dimissioni sono proprio contento questi significa che Napolitano ha avuto ragione nel decapitare la piovra del berlsuconismo e non toccare i tentacoli tanto quelli si elimineranno da soli senza un punto di riferimento. Se ci sarebbero state le elezioni queste dimissioni, il cosentino (forse) giustamente in galera …. chi sa…non ci sarebbe stato e tutto continuava come prima un inutile can can televisivo? si sente da cortina che il vento sta cambiando. ecco bisogna disintegrare le lobby che siano P3 consorterie varie boiardi di stato annidati nel formaggio e c’è da dire in verità vale anche i pensionati e lavoratori . questo deve essere il compito(minimo) della politica .

    DONALFONSO

    11 gennaio 2012 at 21:02


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