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Tremonti in codice prima del diluvio: «Leggete Simenon».

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 16 luglio 2011)

Sa di essere l’uomo su cui si addensano veline e veleni. «Non parlo», dice ai cronisti che lo sorprendono alla buvette. Poi però parla, Tremonti. E cita Simenon.
Quando se lo ritrovano davanti in una pausa dei lavori della manovra, mentre sorseggia un cappuccino al bar di Montecitorio insieme a Giorgia Meloni, i giornalisti le provano tutte. Solo alla domanda finale – «preoccupato per i mercati?» – Giulietto cede. E sfodera una citazione che apre uno squarcio tra l’ironico e l’inquietante sulla possibile tempesta che sta per abbattersi sul Palazzo. «Leggete Tre camere a Manhattan e Il presidente, di Georges Simenon». Soprattutto il secondo, tiene a precisare il superministro dell’Economia, «è bellissimo».
Il Presidente (di cui esiste anche la riduzione cinematografica, del 1961, con Jean Gabin) è il romanzo in cui Simenon tratteggia la vicenda di un politico che, arrivato alla fine dei suoi giorni, è convinto di essere sorvegliato. Soprattutto da quando ha annunciato pubblicamente un libro di memorie “non ufficiali”. I suoi sospetti portavano nella direzione del suo vecchio segretario particolare, che aveva fatto carriera al punto di essere a un passo dal diventare primo ministro.
Difficile non vedere legami con l’attualità. Anche Tremonti, che di fronte ai magistrati di Napoli ha citato il «metodo Boffo», ha recentemente litigato con Berlusconi accusandolo di «avermi fatto pedinare». Anche Tremonti, oggi, ha il problema del vecchio segretario particolare, quel Marco Milanese su cui pende una richiesta d’arresto da parte della procura partenopea. È il segno che anche Tremonti potrebbe uscire allo scoperto, dribblando veline&veleni, con le sue memorie “non ufficiali”?
Congetture, nulla di più. Di certo c’è che, nel giorno in cui la Camera approva in via definitiva la manovra economica, il Palazzo rimane col fiato sospeso in vista del possibile tsunami che potrebbe travolgere governo e maggioranza. Lunedì c’è la riapertura dei mercati finanziari. Mercoledì, invece, il voto di Montecitorio sull’arresto di Alfonso Papa, il deputato del Pdl indagato nell’inchiesta sulla P4.
Di fronte alla guerra nucleare che potrebbe travolgere il centrodestra, l’opposizione cambia strategia. «Abbiamo rinunciato all’ostruzionismo per salvare la Patria. Ma con questa manovra iniqua non c’entriamo nulla», spiega Pier Luigi Bersani camminando per i corridoi di Montecitorio. Il segretario del Pd – che secondo il quotidiano isrealiano Haaretz è «il personaggio che potrebbe restituire il potere alla Sinistra» – chiarisce che il suo partito ha già dato e nulla più darà. Nuovi accordi bipartisan? Coesione nazionale? Stop. «La nostra responsabilità si ferma qui», scandisce nella dichiarazione di voto finale sulla manovra. Scelta condivisa praticamente da tutto il partito. «Adesso basta. Che nessuno venga più a chiederci qualcosa», sottolinea Rosy Bindi. Dario Franceschini scuote la testa: «C’è una gigantesca opera di mistificazione in corso. Vedrete, Berlusconi farà di tutto per sostenere che le lacrime e il sangue li abbiamo voluti noi. Per questo, da oggi, noi ci chiamiamo fuori da tutto».
Beppe Fioroni passeggia nervosamente per il Transatlantico: «A Berlusconi dobbiamo farlo cadere, punto e basta. Lo sapete che questa manovra è insufficiente, no?», chiede retoricamente l’ex ministro. «Lo sapete», insiste, «che a settembre verranno a romperci di nuovo le scatole con altri provvedimenti?».

Georges Simenon

Perché settembre non è soltanto il mese in cui il Parlamento potrebbe essere chiamato a mettere l’ennesima pezza sui conti pubblici. Ma è anche il mese, sussurra Fioroni, «in cui potrebbe partire la campagna infamante con cui la stessa maggioranza pensa a far fuori Tremonti». D’altronde, agli occhi dell’opposizione, il Pdl è in preda a una pericolosa sindrome «da veti incrociati». «Roba che avrebbe fatto faticare anche Freud», sottolinea Enrico Letta.
Si comincia da mercoledì, quando la Camera dovrà pronunciarsi sull’arresto di Alfonso Papa. Un voto (segreto) in cui il Carroccio sarà determinante. Come fu, ricordano tra i leghisti, quello del 1993 in cui Montecitorio salvò Bettino Craxi dall’autorizzazione a procedere richiesta dalla Procura di Milano. Leggenda narra che, all’epoca, i leghisti usarono il segreto dell’urna per salvare il leader socialista e prendere a cannonate il Palazzo dopo. Sarà così anche stavolta? Oppure Papa sarà arrestato? Il finiano Carmelo Briguglio ha dichiarato: «Se Berlusconi non lascia, rischia le monetine». È il fischio d’inizio della partita finale.

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Written by tommasolabate

18 luglio 2011 a 13:09

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