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«Fassina ha la voce di Cristiano Malgioglio». Il libro Cuore del Pd arriva su Twitter

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 27 marzo 2012)

Il primo sussulto arriva quando Paola Concia rompe una narrazione armoniosa scrivendo che «Ichino fa Ichino» e «non dice nulla sull’articolo 18». Per il secondo tocca aspettare una somiglianza fonica scovata e postata su Facebook da Pina Picierno. «Oh, ma Fassina ha la stessa, identica voce di Cristiano Malgioglio!».

Nel giorno dell’unità ritrovata attorno alla linea «Monti cambi la riforma del lavoro», il quartier generale piddì del Nazareno si trasforma nella casa del Grande Fratello. E l’eco della direzione del partito, che va in scena dentro, arriva magicamente fuori. Siamo al «dentro ma fuori dal Palazzo», come recita lo storico slogan di Radio Radicale? E soprattutto, i Democratici sono diventati come il partito di Pannella? Più o meno. I secondi si fanno sentire dai vicini di casa anche (e soprattutto) quando litigano. Il primi alzano la voce in tempo di pace.

Sia come sia, quando Bersani apre la riunione del parlamentino, la deputata Concia inizia a torturare l’Ipad. Lasciando messaggi in bottiglia verso l’esterno. «Parla Bersani: abbiamo un profilo europeo ok», «Bersani: Monti non è venuto dopo i partiti ma dopo Berlusconi», «Bersani: basta con la stucchevole differenza tra tecnica e politica». E poi, quando tocca a «Walter», «Veltroni: dobbiamo lavorare insieme, dobbiamo confrontarci ma sentirci di stare insieme». Il deputato lucano Salvatore Margiotta, che le siede accanto, non vuole essere da meno. Twitta pure lui. Eccome se twitta. «Ottimo Franceschini sull’articolo 18: stabilizzare i precari, non precarizzare gli stabili». E ovviamente «anche da Veltroni emerge una sostanziale unità del partito sulle cose che contano. È un bene». Roberto Speranza, il giovane segretario regionale della Basilicata, se la ride di gusto. «Salvato’, tra te e la Concia mi pare di stare dentro la casa del Grande Fratello». Appunto.

In tarda mattinata arriva il turno di Massimo D’Alema. Uno che ancora gli tremano le gambe tutte le volte che racconta di quando nel 1975, al suo debutto nella direzione nazionale del Pci, venne “cecchinato” da Arturo Colombi, presidente della Commissione centrale di controllo del Pci e grande nome della Resistenza, perché aveva osato prendere appunti durante la riunione («Prese i miei foglietti e li stracciò davanti a tutti dicendo: “Ricordati, solo le spie prendono appunti”»). Al presidente del Copasir, ’o presepe della direzione via Twitter, non piace. Ma il suo contributo all’happy end non lo nega. Anzi. «Il presidente dell’Assemblea, Rosy Bindi, iscrivendomi a parlare dopo Veltroni, ha costruito una strana trama da libro Cuore. Ecco, lo dico: sono totalmente d’accordo con Walter», dice «Massimo» applaudendo l’intervento del nemico-amico che l’aveva preceduto. L’account twitter di Concia pare Radio Londra in tempi di guerra. «D’Alema: non stiamo scrivendo il libro Cuore. Non ho capito cosa volesse, dire ma forse sono scema».

A Roberto Giachetti, rimasto a presidiare il fortino di Montecitorio, i conti non tornano. Soprattutto visto che, sull’articolo 18, Bindi aveva minacciato di andare in piazza. «Rosy, quindi scenderemo in piazza unitariamente?», le scrive. Lei non risponde. «Tutti magicamente d’accordo», annota il deputato Fausto Recchia. Mentre Pina Picierno, prima di scovare quella strana somiglianza fonica tra Fassina e Malgioglio, aveva avvertito baracca e burattini: «Sono alla direzione del Pd. Volemose bene è il sottotitolo della giornata. Ma al prossimo che parla sui giornali, je meno io». Così. Senza eufemismi.

Più d’uno storce il naso quando il tesoriere del partito Antonio Misiani mette ai voti il preventivo di bilancio. Sulla base dell’accordo pre-elettorale, 200mila euro vanno ai Radicali (che dal 2008 hanno preso dal Pd 630mila euro, hanno 9 eletti nelle liste democrat) e 70mila all’area degli Ecodem. Cifre a parte, i tesoriere è applaudito da tutti: «Ricordo quando nella Margherita approvavamo i bilanci di Lusi. Il Pd, per fortuna, ha Misiani…», cinguetta Margiotta.

Restano le divisioni sulla legge elettorale. Perché lo schema Violante fa discutere. E litigare. «Una riforma che punti sui partiti è essenziale per noi», sostiene D’Alema. «Non mi convincono né la bozza Violante né l’impostazione di D’Alema», replica Bindi.
Ma la relazione del segretario, quella sì, è approvata all’unanimità. «Monti non rischia. Però la riforma del lavoro va modificata». E quando il presidente del Consiglio parla dall’Asia citando il Divo Giulio («La riforma va approvata in tempi brevi. Non sono come Andreotti…») e minaccia di fare le valigie («Se il Paese non è pronto il governo potrebbe non restare»), il segretario del Pd replica: «Non sopravvaluto le parole dette oggi da Monti. Gliele ho sentito dire una ventina di volte». La ventunesima è servita.

Il peroncino 2.0 di Bersani.

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La foto simbolo dell’odierna direzione del Partito democratico è la birra che, come di consueto, Pier Luigi Bersani stappa quando la riunione si avvia verso la fine.

Ormai il peroncino sta a Bersani come Albachiara sta ai concerti di Vasco e Can’t help falling in love a quelli di Elvis.

L’ultimo pezzo, insomma.

Ps: l’autrice della foto è Antonella Madeo, giornalista di Youdem. Nello scatto si vede anche il senatore Nicola Latorre.

(www.tommasolabate.com)

Scritto da tommasolabate

26 marzo 2012 alle 18:01

«Monti ha fregato Bersani», «Non è vero». Le urla nell’anticamera della scissione del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 marzo 2012)

«Il Pd? È un partito finito. Monti ha fregato Bersani. E noi siamo stati dei fessi», dice il deputato Stefano Esposito attraversando nervosamente il Transatlantico.

Lo sfogo del parlamentare torinese, che è un bersaniano doc, offre la rappresentazione plastica di un partito diviso di due tronconi. Che, dopo la svolta del governo sull’articolo 18, hanno le pratiche di divorzio in mano. E che, alla fine dell’iter parlamentare della riforma del welfare, potrebbero davvero prendere due strade diverse. «I patti non erano quelli», prosegue la riflessione di Esposito. «E anche noi, ripeto, siamo stati dei fessi. Ci siamo concentrati sull’attacco a Corrado Passera. Ma non avevamo capito che il vero pericolo sarebbe stata la Fornero».

Tra martedì e ieri, i fedelissimi di Bersani l’hanno ripetuta all’infinito, la storia dei «patti» non rispettati da Monti. E prima di andare a Porta a Porta (troppo tardi per darne conto sul Riformista), il segretario dei Democratici l’ha spiegato privatamente fino allo sfinimento: «Ci era stato garantito che nella riforma dell’articolo 18 sarebbe stata prevista la possibilità del reintegro anche nei casi di licenziamento per motivi economici. Come previsto dal modello tedesco. E io l’avevo assicurato alla Cgil, che avrebbe firmato. Invece…».

Invece, martedì al tramonto, questo comma esce dai radar di Palazzo Chigi. E Monti si precipita in conferenza stampa a dichiarare «chiusa» la questione dell’articolo 18. Aprendo quella resa dei conti che Bersani pensava di poter rinviare a dopo le amministrative.

È furibondo, il leader del Pd. Col governo, certo. Ma anche con chi, come il vicesegretario Enrico Letta e l’ex ministro Beppe Fioroni, aveva già anticipato a caldo il «sì scontato» al provvedimento del governo. «Ai dirigenti del mio partito, specie in passaggi delicati come questo, consiglierei maggiore cautela nel rilasciare dichiarazioni», scandisce Massimo D’Alema inviando – dalle telecamere del Tg3 - un messaggio all’ala iper-montiana del Pd. Non foss’altro perché, nell’analisi del presidente del Copasir, il testo della riforma Fornero «è confuso e pericoloso».

Anche le aree di Dario Franceschini e Rosy Bindi annunciano battaglia. Il capogruppo, che invita il governo a fermarsi, esce a prendere una boccata d’aria del cortile di Montecitorio dopo il voto di fiducia sulle liberalizzazioni. «Il governo sta sottovalutando l’impatto che questa riforma avrà nell’opinione pubblica», dice. «Non vorrei che Monti trascurasse il fatto che gli italiani sono un popolo abituato ad avere una rete di garanzie che non può essere smembrata integralmente», aggiunge.
È l’esatto opposto di quello che pensano lettiani e veltroniani. «Lasciamo perdere l’articolo 18 e insistiamo sulla necessità di estendere le tutele ai precari», sottolinea il deputato-economista Francesco Boccia. «In Parlamento dobbiamo impegnarci a migliorare il testo, puntando ad esempio a estendere il reddito d’inserimento a molte più persone», aggiunge.

Giorgio Napolitano prova a gettare acqua sul fuoco dello scontro tra le forze politiche e sindacali. «Attendiamo di vedere come va giovedì (oggi, ndr)», dice il capo dello Stato dalle Cinque Terre. Ma la guerra tra i «due Pd», nel frattempo, s’è già trasformata in uno psicodramma.

Nella sala di Montecitorio che porta il nome di Enrico Berlinguer, dove di solito si riunisce l’assemblea dei parlamentari del Pd, nel pomeriggio va in scena un seminario a porte chiuse sul lavoro. Era in programma da tempo. Il destino ha voluto che si celebrasse proprio ventiquattr’ore dopo la riunione decisiva di Palazzo Chigi sulla riforma del welfare. «Non è detto che voteremo a favore. Questo provvedimento è un errore», dice il parlamentare Paolo Nerozzi, già uomo-macchina della Cgil. «Anche se dovessero mettere la fiducia, il mio voto non sarebbe scontato», gli fa eco l’ex ministro del Lavoro Cesare Damiano. A favore del tandem Monti-Fornero intervengono invece Tiziano Treu e Pietro Ichino. «Non avete capito. Fatemi spiegare meglio», insiste quest’ultimo nel tentativo di mettere a fuoco i vantaggi che la riforma porterà ai lavoratori italiani. È il momento in cui arrivano le urla. La deputata Teresa Bellanova, arrivata in Parlamento nel 2006 dopo trent’anni nel sindacato di Corso d’Italia, perde la pazienza: «Allora, caro Ichino, non è che noi non abbiamo capito. È che non siamo d’accordo né con quello che dici né con la riforma del governo. Te lo vuoi mettere in testa oppure no?». E il fantasma della scissione sembra avvicinarsi. Sempre di più.

La guerra sulla Grande Coalizione. Nel Pd s’aggira l’incubo della scissione.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 22 febbraio 2012)

Evidentemente l’argomento non è più tabù. Infatti anche un veterano come Pierluigi Castagnetti, passeggiando in Transatlantico, ammette che «i presupposti» di una scissione nel Pd «ci sono tutti». Perché altro che articolo 18. Il vero scontro tra i Democratici è sulla Grande coalizione.

L’ex segretario del Ppi ne parla con la cura di chi comunque evita di pronunciarla, la parola «scissione». Eppure basta un’ordinaria giornata a Montecitorio per capire come il Pd sia ormai diviso in due partiti. Che difficilmente continueranno a marciare uniti. Il primo, guidato da Pier Luigi Bersani, è pronto a negare al governo Monti il sostegno a qualsiasi riforma del mercato del lavoro che non abbia il disco verde della Cgil. Lo dice, senza nemmeno troppi giri di parole, il segretario stesso al Tg3: «Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo», tesi che però rappresenta l’orientamento messo nero su bianco da Mario Monti. Di conseguenza, aggiunge, il «sì alla riforma è tutt’altro che scontato».

E poi c’è l’altro Pd. Quello di Walter Veltroni e di Enrico Letta, che lavora a un progetto di Grande coalizione costruito attorno a Monti anche nella prossima legislatura. Uno schema che, però, comincia a fare breccia anche in altre aree del partito.

Dario Franceschini, ad esempio, è un altro di quei dirigenti che sta per mostrare le sue carte. Prima di Natale il capogruppo a Montecitorio era stato il primo ad “aprire” a una riforma elettorale di tipo proporzionale, la stessa che consentirebbe alle forze politiche di imbastire una Grande coalizione attorno a Monti anche dopo le elezioni. Adesso l’ex segretario si spinge oltre. E, pur senza entrare nelle disputa aperta da Walter Veltroni domenica su Repubblica, fa un altro passo nella direzione di SuperMario. «Da qualche tempo», confidava ieri Franceschini a Montecitorio, «quando vado alle iniziative del Pd in cui so che non ci saranno giornalisti, mi metto a fare alcuni test. Dico sul governo delle cose che non penso, per vedere come reagiscono i nostri. Credetemi, stanno tutti con Monti. La sua popolarità tra la nostra gente è alle stelle». È il segnale che «Dario» sta per accodarsi all’area “grancoalizionista” di cui fanno parte, tra gli altri, «Enrico» e «Walter»? Chissà.

Massimo D’Alema rimane defilato. Ieri mattina, a margine di un convegno, ha archiviato alla voce «disputa priva di senso» il dibattito sul tema «Monti è di destra o di sinistra?». Eppure, nella cerchia ristretta dei dalemiani (di cui non fa più parte Matteo Orfini, ormai convertito al bersanismo ortodosso), c’è chi discute apertamente dell’ipotesi di lasciare che Monti rimanga a Palazzo Chigi per qualche anno ancora. È il caso del deputato lucano Antonio Luongo, dalemiano di lungo corso, che immagina per il 2013 un remake del film andato in scena nel 1946. «Parliamoci chiaro, la politica deve rendersi conto che nella prossima legislatura ci dev’essere l’Assemblea costituente. I partiti devono occuparsi della grande riforma istituzionale lasciando che Monti lavori almeno fino al 2015 per superare definitivamente la crisi economica».

Senza saperlo (oppure no?), Luongo cita quello stesso schema su cui i “grancoalizionisti” di Pd, Pdl e Terzo Polo (Berlusconi compreso?) stanno lavorando. Una strategia che parte dalla riforma elettorale ispano-tedesca. Si scardina l’attuale bipolarismo e le coalizioni si presentano alle urne sapendo già che il presidente del Consiglio sarà uno dei Professori attualmente in sella. In pole position c’è Monti. In subordine, visto che SuperMario potrebbe essere coinvolto nella corsa al Quirinale, Corrado Passera (gradito soprattutto al centrodestra) o qualche «Mister X» che alcuni (leggasi Veltroni) avrebbero già individuato in Andrea Riccardi.

Fantapolitica? Tutt’altro. Non a caso Rosy Bindi, che nella partita sta con Bersani, lascia l’assemblea del gruppo parlamentare del Pd furibonda come non mai. «No alla Grande coalizione. Un anno e mezzo di Monti è più che sufficiente», mette a verbale alla fine della riunione. E visto che la tela dei grancoalizionisti parte proprio dalla riforma elettorale, ecco che «Rosy» si oppone. Il sistema ispano-tedesco? «Se è questo l’accordo, allora è contrario alla nostra storia e alle deliberazioni del nostro partito, che verrebbe così mortificato in maniera inaccettabile».

Da dove comincerà la causa di divorzio tra le due anime del Pd? Dall’articolo 18 e dal «no» di Bersani a Monti. Oltre alla rissa sull’annunciata (durante la trasmissione Omnibus, su La7) partecipazione di Stefano Fassina alla manifestazione della Fiom del 9 marzo. «Non è in linea col sostegno del Pd a Monti», dice il veltroniano Stefano Ceccanti. «Il Pd non è con chi contesta Monti», aggiunge Andrea Martella. «Fassina non può stare col governo e con la Fiom», conclude il lettiano Marco Meloni. E la ruota continua a girare.

Monti premier o foto di Vasto. Il Pd (e anche Angelino Alfano) si gioca tutto a Palermo.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 18 febbraio 2012)

Dal tramonto di «Roma 2020» all’ascesa di «Palermo 2012». Nei giorni in cui la Capitale ha visto sfumare il sogno olimpico, il capoluogo siciliano s’è guadagnato la finalissima di una partita che probabilmente segnerà le sorti della politica italiana. Perché stavolta non si tratta solo di delineare una semplice tendenza. Stavolta dalle urne palermitane potrebbe venir fuori, oltre al sindaco della città, anche l’assetto con cui i partiti si presenteranno alle elezioni del 2013.

L’ha capito benissimo Angelino Alfano, che la settimana scorsa s’è presentato da Pier Ferdinando Casini invocando il soccorso del Terzo Polo. Perché «le cose in Sicilia si stanno mettendo male». E soprattutto, ha aggiunto il leader del Pdl, «perché se perdo le amministrative sono morto, nel partito mi sbraneranno i falchi». Ma l’ha capito anche Pier Luigi Bersani. Consapevole che, tra le primarie del 4 marzo e le elezioni vere e proprie, la sua leadership si trova di fronte a un campo minato che non ammette remake del film andato in scena a Genova. Uno degli uomini più vicini al segretario del Pd la spiega così: «Cominciamo dalle primarie. Se vince la Borsellino diranno che è merito di Vendola. Se perde, invece, si dirà che è colpa nostra». E non è tutto. Se la Borsellino vince le primarie e perde le elezioni, «allora gli oppositori interni faranno a gara per sottolineare come il centrosinistra senza il Terzo Polo non va da nessuna parte. Non ci resta che sperare nel filotto. Rita che vince le primarie, Rita che diventa sindaco».

Forse sia i fedelissimi di Alfano sia i bersaniani difettano d’ottimismo. Ma una cosa è certa: tanto «Angelino» quanto «Pier Luigi» si aspettano che, da un’eventuale sconfitta di Palermo, possa scaturire un terremoto nei rispettivi partiti. Il che vorrebbe dire «licenziamento in tronco» nel caso del primo, la cui leadership è già ammaccata dal caso delle tessere false nel congresso; e l’apertura di un percorso che porterà al congresso anticipato nel caso del secondo. Con Casini che rimane alla finestra pronto ad accogliere tutti coloro (e ce ne sono, sia nel Pdl che nel Pd) che puntano a replicare la grande coalizione attorno a Monti anche nella prossima legislatura.

Che a Palermo si finirà a schifìo, per usare la sintesi di una video-ricostruzione che Pietrangelo Buttafuoco ha affidato al sito del Foglio, lo si capisce dalle intricatissime condizioni di partenza. E dal fatto che le formazioni ai blocchi di partenza dipenderanno dalle altrettanto intricate primarie del Pd del 4 marzo. Il tridente Bersani-Vendola-Di Pietro sostiene Rita Borsellino. I Democratici che spingono per mantenere in vita il patto regionale col governatore Raffaele Lombardo (da Giuseppe Lumia ad Antonello Cracolici) puntano invece sulla candidatura del trentenne Fabrizio Ferrandelli, che viene dall’Italia dei Valori. In pista c’è anche Antonella Monastra, consigliere comunale molto in vista in città, ex sostenitrice della Borsellino. E soprattutto un outsider di lusso, il deputato all’Assemblea regionale Davide Faraone, che conta sulla sponsorizzazione di Matteo Renzi (oggi il sindaco di Firenze sbarcherà a Palermo) e su una parte dei voti della Cgil.

In Sicilia dicono che, in caso di vittoria della Borsellino, l’ala “lombardiana” (nel senso di Raffaele) del Pd potrebbe abbandonare la casa madre (Cracolici, però, ha preventivamente smentito) per sostenere il candidato del Terzo Polo (il presidente del Coni regionale Massimo Costa?). Sia come sia, solo a quel punto il Pdl potrebbe dare il disco verde alla candidatura di Francesco Cascio. E non è tutto. La campagna delle primarie del centrosinistra è partita nel peggiore dei modi. Faraone, che a tutti gli effetti è l’unico iscritto al Pd della coalizione, ha denunciato i finanziamenti del partito nazionale alla campagna della Borsellino. E Renzi, oggi, potrebbe rilanciare quelle stessa accuse che, tra l’altro, hanno già fatto breccia tra i veltroniani.

Il sito Qdr.it (Qualcosa di riformista), pensatoio di riformisti vicini a «Walter», si chiedeva ieri: «Il Pd bara a Palermo? È vero che alle primarie il Pd finanzia la Borsellino contro Faraone, cioè una che non è del Pd contro uno che è del Pd?». Il tesoriere Antonio Misiani ha messo nero su bianco una smentita ufficiale. Ma l’;accenno di polemica è la spia che questa partita, che non è ancora neanche iniziata, può provocare un terremoto. E decidere, paradossalmente, quale partito tra Pdl e Pd franerà per primo. Aprendo definitivamente il dibattito sul replay nel 2013 di Monti a Palazzo Chigi.

Il Pd teme schizzi di fango dall’inchiesta Enav. Berlinguer riunisce la commissione di garanzia: «Attenti a quello che può arrivare dal caso Finmeccanica»

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 30 novembre 2011)

Luigi Berlinguer

Difficile dire se si tratta semplicemente di eccesso di zelo. Oppure se, al contrario, «quelle strane voci», come le chiamano alcuni dirigenti del partito, hanno un qualche fondamento. Sta di fatto che da qualche giorno, dentro il perimetro del Pd, più d’uno ha iniziato a temere «possibili schizzi di fango» dal caso Enav-Finmeccanica.

Voci incontrollate? Ricostruzioni campate in aria? Tutt’altro. Infatti, la discussione sull’eventualità che qualche dirigente del Pd sia chiamato (a ragione o a torto) in causa sul dossier è stata oggetto di una riunione ufficiale della commissione nazionale di garanzia del partito.

È successo lunedì pomeriggio, due giorni fa. Quando, nel bel mezzo di un incontro apparentemente di routine, il presidente dell’organismo Luigi Berlinguer ha gelato i presenti col ragionamento che segue: «Visto che tira un’aria da campagna elettorale, stiamo attenti a quello che potrebbe succedere da qui a breve. E soprattutto, evitiamo di farci scavalcare dagli eventi com’è capitato mesi fa con il caso Penati».

Pier Francesco Guarguaglini

Di fronte allo stupore degli altri membri della commissione, l’ex ministro della Pubblica istruzione ha chiarito di riferirsi all’inchiesta che riguarda Enav e Finmeccanica. Quella condotta dalla procura di Roma, i cui verbali hanno riempito nelle ultime settimane le pagine dei quotidiani, arrivando a colpire (mediaticamente, per adesso) soprattutto Pdl e Udc.

Difficile fare congetture sull’uscita di Berlinguer, che nella sua carriera è stato anche componente laico del Consiglio superiore della magistratura. Ma due altre stranezze, sulla riunione della commissione di garanzia che ha avuto luogo al Pd quarantott’ore fa, vanno registrate. La prima è tutta nella confidenza che fa al Riformista uno dei componenti del gruppo: «A differenza di quanto accade prima delle nostre riunioni, a quella di lunedì ci avevano pregato di venire tutti. Un po’ strano, soprattutto se si pensa che all’ordine del giorno c’erano il Pd di Tivoli e i mal di pancia contro Debora Serracchiani in Friuli». La seconda è che, effettivamente, alla riunione presieduta da Berlinguer si presentano tutti. «Anche chi», aggiunge la fonte, «di solito marca visita».

Pensava alle «strane voci» sul caso Enav-Finmeccanica chi, dentro il partito, si è premurato di avere la commissione di garanzia riunita al gran completo? E soprattutto, si domanda un alto dirigente del Pd, «davvero rischiamo che la macchina del fango abbia gli strumenti per chiamare in causa qualcuno di noi sull’inchiesta di Roma?». Domande che, per adesso, non hanno alcuna risposta.

Nel frattempo, all’interno del Pd, la tensione rimane alta. A Pier Luigi Bersani, ad esempio, non sono piaciute affatto alcune «fughe in avanti» nel dibattito che s’è aperto all’indomani della nascita del governo Monti. Da alcune dichiarazioni di Stefano Fassina alla richiesta di dimissioni dello stesso responsabile economico del partito, messa nero su bianco la settimana scorsa dall’area dei liberal di cui fa parte anche Pietro Ichino. Per questo il segretario ha chiesto una specie di moratoria. E l’ha fatto nella relazione alla riunione della segreteria del partito, andata in scena ieri al Nazareno. «Siamo in un momento molto delicato», è stata la premessa del leader. «Di conseguenza, pregherei ciascuno di voi, compresi gli alti dirigenti, di lasciare che sia solo io nelle prossime settimane a fissare pubblicamente la linea del partito». Un modo come un altro per dire, a suocere e nuore, che «il timone lo tengo io». Almeno fino a che non sarà passata la buriana.

L’aria di tempesta, infatti, si respira ancora. Il responsabile cultura Matteo Orfini, bersaniano doc, l’ha ribadito ieri, arrivando anche a ventilare l’ipotesi di un congresso anticipato: «Sono state settimane in cui la conflittualità interna, anche su temi decisivi, è stata molto alta. Se dobbiamo andare avanti così – è stata la subordinata di Orfini – meglio fare chiarezza una volta per tutte. Se serve, anche convocando un congresso». Ipotesi che, al momento, viene scartata dalle minoranze. «Le scelte quotidiane nel sostegno alle misure del governo Monti», ha scritto Beppe Fioroni in una nota, «segneranno la differenza tra chi si impegna per l’interesse del Paese e chi invece si interessa ai fatti suoi».

Scritto da tommasolabate

30 novembre 2011 alle 09:35

Maroni lavora all’«Idv lombarda». E si prepara per la festa del Pd.

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di Tommaso Labate (dal Riformista di oggi)

La data sarà tra il 27 agosto e l’11 settembre. Ma dal suo staff del Viminale si sono già premurati di dare «la conferma» al dipartimento Organizzazione del Pd. Il super ospite della festa nazionale dei Democratici, in programma a Pesaro, sarà proprio lui: Roberto Maroni.
Il primo “effetto collaterale” del putsch di «Bobo» ai danni dell’«Umberto» – che si è materializzato quando i leghisti della Camera hanno garantito il via libera all’arresto del pdl Alfonso Papa – è già agli atti. Il primo partito dell’opposizione (e anche, su questo tutti i sondaggisti sono d’accordo, del Paese) ha recapitato a Maroni l’invito alla sua festa nazionale, che andrà in scena a Pesaro tra poco più di un mese. E Maroni, nel giorno successivo al voto di Montecitorio sull’arresto del magistrato berlusconiano, ha accettato.
Ovviamente, lo scambio di cortesie tra il Pd e «Bobo», in sé e per sé, vuol dire poco. La vera novità, aggiunge uno dei fedelissimi del titolare del Viminale, «riguarda la tempistica». Perché tra un mese, aggiunge la fonte maroniana, «l’opera di repulisti che Bobo ha in mente per sganciare la Lega da Berlusconi sarà già in fase avanzata».
Di che cosa si tratta? Semplice. Maroni continua pubblicamente a sostenere che, votando a favore dell’arresto di Papa, «la Lega s’è comportata in maniera coerente». Di più, «che tutti insieme abbiamo seguito le indicazioni del segretario federale», e cioè di Umberto Bossi. In privato, però, il registro del titolare del Viminale è significativamente diverso. «Dal 20 luglio 2011, tra di noi e nel Paese, nulla sarà più come prima. Dobbiamo renderci conto che o cambiamo strada o crolliamo appresso a Berlusconi». Traduzione: sia sulla mozione di sfiducia presentata dal Pd nei confronti del ministro dell’Agricoltura Saverio Romano che sulla richiesta d’arresto dell’ex tremontiano Marco Milanese, «i deputati del Carroccio, secondo coscienza, si comporteranno come hanno fatto con Papa».
Nella cerchia ristretta del Cavaliere più d’uno ha cominciato a sospettare che «Maroni ha intenzione di fare nel 2011 quello che Di Pietro fece a cominciare dal febbraio del 1992». Con l’unica differenza, che non è di poco conto, «che mentre il primo era un magistrato, il secondo è un politico di professione». Ovviamente, definire il paragone “forzato” è un eufemismo. Ma una cosa è certa: la Lega che ha in mente il titolare del Viminale è un partito, come lui stesso va ripetendo da settimane, «legalitario, nemico della casta». Un partito, insomma, «che dovrà farsi carico di disarcionare il Cavaliere da Palazzo Chigi».

Marco Milanese

L’impresa è impossibile? Oppure, come sostiene lo spin-doctor dell’Udc Roberto Rao, «con il voto su Papa è cominciato il regicidio?». Nel fare il punto coi fedelissimi all’indomani del mercoledì nero di Berlusconi, Pier Luigi Bersani ha usato parole chiare. «Ieri (mercoledì, ndr) sono successe due cose. La prima è che s’è rotto il vincolo di maggioranza tra Pdl e Lega. La seconda è che nel Carroccio è iniziato davvero il dopo-Bossi». Però, ha ammonito il segretario democratico, «stiamo bene attenti a quello che succede. La nostra linea era e rimane quella di chiedere le elezioni anticipate. Visto che sta succedendo quello che avevamo pronosticato, e cioè che la maggioranza si sarebbe sfarinata, non mi pare proprio il caso di uscire noi dai blocchi evocando governicchi e governissimi…».
Oltre i puntini di sospensione del ragionamento bersaniano c’è la consapevolezza che Maroni, in realtà, ha due strade davanti a sé. La prima è quella di presentarsi come interlocutore privilegiato di un’opposizione che – seppur divisa sulle strategie del post – aspetta «l’incidente». La seconda è quella di affiancare chi, dentro il Pdl (Alfano?), potrebbe anticipare a dopo l’estate la riflessione su una possibile successione al Cavaliere. Il ministro dell’Interno dice che «il voto su Papa non avrà ripercussioni sul governo». Tra i bossiani doc del cerchio magico, usciti indeboliti dal mercoledì nero, c’è chi malignamente gli augura «un futuro prossimo alla Fini». D’altronde, al pari della versione 2010 del presidente della Camera, «anche Maroni può scegliere da che parte della barricata stare».
Fuori dai confini della maggioranza, intanto, c’è un Pd che trattiene il fiato. Il salvacondotto offerto da Palazzo Madama al senatore Tedesco

Saverio Romano

apre l’ennesima questione interna. E il fronte di chi aveva puntanto l’indice su Nicola Latorre, che aveva “procato” l’anticipo del voto sull’arresto e non ha preso parte alla votazione («Errore tecnico», dice lui), si allarga a dismisura. Da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Arturo Parisi a Walter Veltroni, passando per Ignazio Marino. Fino a Bersani e Franceschini che, pur rimanendo lontani dalla mischia, non avrebbero apprezzato poi tanto «com’è stata gestita la vicenda». Segno che partirà un pressing per convincere Tedesco a lasciare il Senato?

Scritto da tommasolabate

22 luglio 2011 alle 12:36

Dal colloquio segreto con Maroni (che andrà a votare ai referendum) al Peroncino in direzione. Bersani pensa al 13.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 7 giugno 2011)

Alle 14 di ieri, assistendo a una direzione del Pd che non era mai stata così serena, Pier Luigi Bersani ha stappato un Peroncino e ha cominciato a sorseggiare la birra. Brindando all’«unità» e con un pensiero all’affluenza del referendum. A cui contribuirà, col suo voto, anche Roberto Maroni.
Nel giorno in cui il presidente della Repubblica ha risposto seccamente a chi gli chiedeva della sua presenza ai seggi («Sono un elettore che fa sempre il suo dovere»), Maroni avrebbe ufficializzato di fronte ai fedelissimi la sua intenzione di recarsi alle urne domenica per votare ai referendum. Una risposta scontata, se si pensa che il «Bobo» leghista è comunque il ministro dell’Interno. Un po’ meno se si ragiona sul fatto che il titolare del Viminale potrebbe essere il primo big del Carroccio a «uscire dai blocchi», ad annunciare che ritirerà quelle quattro schede che potrebbero condannare il berlusconismo.
Per capire che cosa c’entra tutto questo con Bersani bisogna fare un passo indietro di qualche giorno. Al 2 giugno, per la precisione. Al Riformista risulta infatti che, durante le celebrazioni per la festa della Repubblica, il segretario del Pd e il ministro dell’Interno sono riusciti nell’impresa di intavolare un colloquio di cinque minuti lontano da microfoni e taccuini. Quel faccia a faccia tra “Pier Luigi” e “Bobo” – a cui gli amici comuni avevano lavorato già prima delle elezioni amministrative – ha già avuto luogo.
Sulle (eventuali) confidenze che si sarebbero fatti, invece, c’è soltanto una certezza. Ai pochissimi che sapevano della chiacchierata col titolare del Viminale, e che di conseguenza hanno cercato di soddisfare la sacrosanta curiosità, Bersani ha detto due cose. La prima è che «adesso dobbiamo lasciare che la Lega cuocia nel proprio brodo». La seconda, scandita con un sorrisetto, è che «dobbiamo aspettare di vedere quello che succederà al referendum. Perché il giorno dopo, in un senso o nell’altro, qualcosa succederà». Non a caso, il segretario del Pd – affrontando ai margini della direzione di ieri il tema del supervertice di Arcore – ha parlato come se fosse a conoscenza di quello che sarebbe successo all’interno della residenza del premier. «Non so di che cosa discuteranno», ha premesso, «ma sono convinto che se penseranno a precari bilanciamenti non faranno strada». E ancora, sempre dalla viva voce di Bersani, testualmente: «Il Pdl non risolverà i suoi problemi tirando per la giacca Tremonti. E se la Lega pensa di aggiustare con dei “bilanciamenti”, si troverà di fronte a nuove buche perché, soprattutto al Nord, si è visto che le premesse non si sono realizzate».
Quando parla a Roma coi cronisti, insomma, il leader del Pd è convinto che il Cavaliere abbia offerto a Bossi di “promuovere” Tremonti e Calderoli come vicepremier, magari portando Roberto Castelli alla Giustizia? Sono questi i «bilanciamenti» a cui allude? Bastano queste previsioni per risalire a un possibile «asse» tra Bersani e Maroni, che magari si è consolidato con la chiacchierata del 2 giugno? Tra tanti indizi c’è una sola certezza. Il dialogo tra Pd e Lega ha bisogno di due pre-condizioni. Primo, che il referendum di domenica e lunedì sia un’altra sconfitta per il premier. Secondo, che successivamente ci sia l’accordo di massima su una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni. «E il Mattarellum col 50 per cento di maggioritario e il 50 di proporzionale», insistono gli sherpa di entrambi i partiti, risponde a questa esigenza.
«La maggioranza non è più quella uscita dalle elezioni. Siamo al ribaltone e al teatrino della politica», ha scandito Bersani alla direzione del Pd di ieri. «Il governo si dimetta. La strada maestra sono le elezioni, ma siamo disponibili a considerare eventuali condizioni per cambiare la legge elettorale», ha aggiunto. Dal Parlamentino del Pd, il segretario è tornato a casa con una relazione approvata all’unanimità e un partito compatto. La linea è tracciata: alleanze sì, ma «noi siamo il perno della coalizione e puntiamo ad essere il primo partito del paese». Le primarie ci saranno, «e le metteremo in sicurezza». «Non facciamo l’errore del ’93», ha avvertito D’Alema. «Bersani vince le primarie se siamo uniti», ha spiegato Fioroni. «Bene Bersani. Adesso costruiamo l’alternativa riformista», è stato l’auspicio di Veltroni. Poi i due passaggi “di colore”, che entrano di diritto negli highlitghs. L’applauso tributato al responsabile Enti Locali Davide Zoggia, per i successi alle amministrative. E quel Peroncino, che il segretario ha stappato e poi bevuto. Brindando al futuro prossimo.

Scritto da tommasolabate

7 giugno 2011 alle 11:14

Il sorpasso. Dai sondaggi il dramma del Cavaliere: Pd primo partito.

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di Tommaso Labate (dal Riformista del 5 giugno 2011)

L’allarme rosso ha la forma di un foglietto di carta, che venerdì è passato da Palazzo Grazioli allo stanzone del Pdl che attende il neo-segretario Alfano. Sul foglietto c’è scritto: Pd 29,2 per cento, Pdl 27,5 per cento.
Fossero veri i dati in possesso dei vertici berlusconiani (Ipsos), per la prima volta il Partito democratico avrebbe sorpassato il Popolo delle libertà. E le “sorprese” contenute nella rilevazione demoscopica non sono finite. Basta guardare il capitolo sulla popolarità dei leader. Crolla quella di Silvio Berlusconi (l’asticella è ferma al 26,9 per cento), cresce quella del leader democratico Pier Luigi Bersani (45 per cento).
Sull’asse che unisce la war room del presidente del Consiglio e il sancta sanctorum pidiellino di via dell’Umiltà, il morale è sotto i tacchi. E al dramma dei numeri si aggiunge la paura per quello che potrebbe succedere la settimana prossima se, come gli sherpa del Cavaliere cominciano a sospettare, la percentuale degli italiani che si recherà alle urne «sarà tale da superare il quorum». Che a quel punto determinerebbe la validità della consultazione referendaria.
Chi ha avuto occasione di confrontarsi col «Capo» nelle ultime quarantott’ore giura che «Berlusconi è disperato». I numeri dei sondaggi, che hanno orientato tutte le sue mosse dal 1994, stavolta lo stanno spingendo verso un cul de sac.
C’è un esempio che vale più di molti altri. Come spiega un ministro a lui vicino, «durante la sua ormai lunga carriera da presidente del Consiglio, in ogni momento di grave difficoltà il Presidente ha minacciato il ricorso alle elezioni anticipate». Stavolta, invece, «della minaccia di “provocare” lo scioglimento anticipato della legislatura non c’è traccia da nessuna parte». Niente. La solita arma fine-di-mondo, che Berlusconi usava puntualmente per mettere paura all’opposizione, è scomparsa da tempo da qualsiasi radar.
Il perché sta nel «foglietto di carta» di cui sopra, nel capitoletto dedicato al «testa a testa» tra centrosinistra e centrodestra. La forbice tra le due coalizioni vede lo schieramento trainato dal Pd in vantaggio di 9 punti rispetto a quello “capitanato” dal Pdl. Un vantaggio che, nel caso in cui il «Terzo Polo» si schierasse col Nuovo Ulivo (Pd, Sel, Idv), salirebbe addirittura a 17 punti percentuale.
E non è tutto. Il primo «sondaggio riservato» del dopo-amministrative fa paura al Cavaliere anche perché alle difficoltà di un Pdl al 27,5 per cento si accompagna una sostanziale “tenuta” del Carroccio. La Lega, infatti, rimane comunque ancorata alla doppia cifra (poco più del 10%). Uno score, spiegano da via Bellerio, che ovviamente «crescerebbe a dismisura qualora la nostra strada si separasse da quella di Berlusconi».
Alla débâcle post-elettorale dei berluscones si accompagna un centrosinistra trainato dall’effetto-amministrative. Pd al 29.2, Sinistra e libertà al 9, Italia dei valori al 6, Udc al 5.5. E, al di là delle cifre attribuite ai singoli partiti, nel sondaggio in questione si annota che la percentuale degli italiani convinti che «sarà il centrosinistra a vincere le prossime elezioni» (42%) è superiore a quella degli elettori che scommettono su una riconferma dell’attuale maggioranza berlusconiana (solo il 31,9% degli interpellati è convinto che, se si votasse domani, il centrodestra rivincerebbe le elezioni).
Tolta la nomina di Alfano a segretario, nel Pdl le contromosse sembrano toppe peggiori del buco. Intervistato da Repubblica, Claudio Scajola ha invitato a «buttare via» la creatura politica del Cavaliere. «Serve una casa dei moderati che ci riunifichi all’Udc», è l’opinione dell’ex ministro. Non quella di Fabrizio Cicchitto, però. «Il Pdl va rinnovato, non smontato», ha messo a verbale il capogruppo a Montecitorio.
La proposta di Scajola, tra l’altro, è stata respinta al mittente dal Terzo Polo. Con un coro di niet che ha raggiunto la vetta massima con un caustico commento che Enzo Carra ha pubblicato sul suo blog. «In case pagate da ignoti, noi dell’Udc non vogliamo abitarci», ha scritto il deputato centrista evocando lo scandalo di Affittopoli che l’anno scorso costrinse Scajola a dimettersi dal governo.
Intanto Alfano ha affidato a un’intervista al Corriere della sera il suo manifesto sulla forma-partito del Pdl. Primarie e congressi sì, «e subito». Correnti «no». Sembra di rivivere, anche nell’utilizzo dei termini, lo stesso calvario attraversato dal Pd fino all’anno scorso. Con una differenza. Nell’eterogeneo mondo del berlusconismo, ci sono big che ancora non hanno mostrato le loro carte. Uno su tutti, Giulio Tremonti.
Il ministro dell’Economia, che nei desiderata del Cavaliere dovrebbe “accontentarsi” di un posto da vicepremier (insieme a Roberto Calderoli) e in cambio sotterrare l’ascia di guerra, ha liquidato i cronisti che gli chiedevano di Alfano facendo ricorso al «cuius regio, eius religio». Significa che il suddito deve conformarsi alla religione del principe dello Stato in cui vive. Ma nel gruppetto (bipartisan) di parlamentari con cui si confronta spesso, c’è chi giura che l’ultimo successore di Quintino Sella ha timore di finire risucchiato dentro «una nuova Democrazia cristiana», come si configurerebbe quel partito «che ha Alfano alla segreteria». Da qui i rumors, che si faranno sempre più insistenti, sulla possibilità che «Giuletto» abbandoni il Pdl con un gesto plateale. Magari all’indomani dei referendum.

Scritto da tommasolabate

5 giugno 2011 alle 10:04

“Basta politicismi”. Lo scatto di Bersani nell’ascesa al Monte Quorum.

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di Tommaso Labate (dal Riformista dell’1 giugno 2011)

«Sul referendum ci metto la faccia», ha spiegato ieri Pier Luigi Bersani riunendo la segreteria del partito. Nel day after la vittoria elettorale, il leader del Pd ha deciso che farà anche il testimonial della campagna degli spot sul 12 giugno.
La road map bersaniana era stata messa nero su bianco subito dopo il primo turno delle amministrative. «Colpire il Cavaliere ai ballottaggi, tentare di affondarlo al referendum». E ora che la prima parte del «piano» può dirsi riuscita in pieno, Bersani vuole completare l’opera.
Ai tanti dirigenti di primo piano del Pd che sono scettici sull’operazione di inseguire un quorum che manca da un decennio (tra questi ci sarebbero D’Alema e Veltroni), il segretario risponde in due modi. Primo, «anche pensare di vincere Milano, solo un mese fa, era considerato l’esercizio di un matto». Secondo, «adesso dobbiamo lasciarci alle spalle le mosse politiciste e fare politica a viso aperto, come abbiamo fatto in questa tornata elettorale».
Detto fatto. Ieri, riunendo la segreteria del suo partito, Bersani ha incassato il via libera su una campagna referendaria che lo vedrà impegnato in prima persona. Addirittura come testimonial di tre video (su nucleare, legittimo impedimento e acqua) che sono pronti per la messa in onda. «Diciamo no al piano nucleare del governo», spiega il segretario nello spot dedicato all’atomo, quando sullo sfondo scorrono le immagini della Fukushima devastata dall’esplosione dei reattori della centrale. «La legge è uguale per tutti. Vogliamo una giustizia riformata, che funzioni», scandisce invece nel video in cui invita i cittadini a votare «sì» al quesito sul legittimo impedimento.
C’è un’altra obiezione: l’eventuale decisione della Cassazione di considerare il quesito sul nucleare “assorbito” dal decreto omnibus riconvertito in fretta e furia dalla maggioranza («Ma è tutto da vedere») renderà ancor più difficile la già complicata ascesa al “monte quorum”. Obiezione che gli spin doctor del leader democratico rovesciano, facendo notare che «lo spudorato trucchetto dei berluscones potrebbe incentivare l’indignazione degli italiani e portarli ai seggi», che si apriranno il 12 e 13 giugno. Anche a questo serviranno i cinque milioni di lettere – firmate, manco a dirlo, da Bersani – che il Pd sta per inviare ad altrettante famiglie dei capoluoghi italiani. Senza dimenticare che tutti i protagonisti delle recenti vittorie alle amministrative – da Pisapia a de Magistris, da Merola a Fassino, da Zedda a Cosolini – saranno impegnati ventre a terra nell’operazione.
Nella strategia del Pd, però, c’è anche un terzo punto. Ed è quello che, in deroga ai paletti sul “politicismo”, riguarda la «tela» col Carroccio. Nell’agenda di Bersani, a dispetto delle smentite della sua cerchia ristretta, c’è già un appuntamento con Roberto Maroni, che il segretario dei democratici e il titolare del Viminale avevano fissato (tramite amici comuni) nel bel mezzo della campagna elettorale. E il colloquio, si mormora a Palazzo, potrebbe avvenire già prima della fine di questa settimana, magari approfittando del ponte del 2 giugno.
Su quello che succede tra le quattro mura del quartier generale leghista, Bersani mostra di essere ben informato. «Non metto il cronometro, ma dopo quello che è successo al Nord non credo che la Lega riuscirà a rimontare portandosi a casa un ministero o un vicepremier», ha spiegato ieri a Repubblica tv evocando il piano (caldeggiato dai bossiani del “cerchio magico”) di siglare una tregua col premier “accontentandosi” della promozione di Tremonti a numero due del governo. Anche perché quell’operazione non ha il via libera di Bossi né quello di «Giulietto» né tantomeno il placet del titolare del Viminale, ormai impegnato nella fortificazione della sua corrente anti-berlusconiana. Di conseguenza, è la chiosa del leader pd, «se non domani o domani l’altro, prima o poi la Lega si autonomizzerà».
Bersani spera che il processo di “autonomizzazione” del Carroccio dia i suoi primi frutti il 19 giugno a Pontida. E le dichiarazioni di Bossi («Il governo va avanti, ma non so se è tranquillo») sembrano avvalorare la tesi. Senza dimenticare che, ormai, anche le “grandi firme” della Lega seguono il leitmotiv dei militanti inferociti che telefonano a Radio Padania. «La maggioranza è sotto l’attacco degli italiani», dice Maroni. «A Milano ha perso Berlusconi. Ora rifletta sul suo passo indietro», sottolinea il sindaco di Verona Flavio Tosi.
All’incontro con Maroni, Bersani non andrà a mani vuote. E l’offerta del Pd di spendersi per una riforma elettorale che consenta al Carroccio di correre da solo alle prossime elezioni (un Mattarellum col 50% di maggioritario e l’altro 50 di proporzionale) potrebbe essere formalizzata a breve.

Scritto da tommasolabate

1 giugno 2011 alle 09:38

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